SEI NEL SITO

DI 

SANDRO BIONDI

 

Per inviarmi Email cliccare qui: alessandro.biondi@gmail.com

 

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(Edward  Hopper : "Il faro a due luci" ) [1] 1929 NY Metmuseum

 

Rom. 13:12 “La notte è avanzata nel suo corso, il giorno è imminente. Perciò mettiamo da parte le opere proprie delle tenebre e rivestiamoci delle armi della luce”


Pilgrim Fathers' Two Wings: Humble Faith and Common Sense

Esodo 19, 4-5: "Vi ho portato su ali di aquile e vi ho condotti a me.
Dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare"

Charles Lucey (1850-1900): “Landing of the Pilgrim Fathers”

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Le speranze del sito...

Auspica: una ripresa salda del governo ordinario della Chiesa, un rafforzamento della formazione dottrinale e morale del clero, un rilancio della prima evangelizzazione e dell’insegnamento del catechismo, un innalzamento qualitativo delle celebrazioni liturgiche, una nuova campagna missionaria.

Ma è soprattutto sul versante della Chiesa “ad extra” che tale speranza si distingue. Non sarà lo scontro tra la Chiesa e l’Islam e le altre religioni il più temibile conflitto dei prossimi decenni – hanno detto più volte concordi Ratzinger e Ruini – ma piuttosto il conflitto culturale tra la Chiesa e “la radicale emancipazione dell’uomo da Dio e dalle radici della vita”, che caratterizza la cultura occidentale d’oggi e che “alla fine porta alla distruzione della libertà”. L’impegno della Chiesa in questo scontro con epicentro l’Occidente dovrà avere la priorità assoluta.

Un tale scenario ha inoltre tre corollari.

Il primo è che in tale conflitto epocale la Chiesa non si batterà in solitudine, ma cercherà e troverà i suoi alleati in correnti di pensiero laiche anche lontane, ad esempio in quelle rappresentate da Francis Fukuyama e Jürgen Habermas, i due autori ultimamente più citati da Ratzinger e Ruini.

Il secondo corollario riguarda la visibilità della Chiesa. Nella scia di Giovanni Paolo II, si vorrebbe che la Chiesa non parli solo all’intimo delle coscienze, ma agisca al centro dell’arena pubblica come forza sociale trainante.

Il terzo riguarda l’essenza stessa della Chiesa. Nella sua ultima conferenza prima della morte del papa Karol Wojtyla, letta il 1 aprile a Subiaco, il cardinale Ratzinger ha duramente criticato coloro che “riducono il nocciolo del messaggio di Gesù, il regno di Dio, alle parole d’ordine del moralismo politico”. Perché facendo così “si dimentica Dio e al suo posto rimangono parole che si prestano a ogni tipo di abuso”.

"BRIDGING THE GAP"

Negli studi di Relevant Radio, una rete di emittenti cattoliche Usa che trasmettono nella zona attorno a Chicago, lo slogan è “Bridging the Gap”: creare ponti con chi non crede, con chi professa altre fedi, con chi la pensa diversamente.

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PURTROPPO QUESTO MIO SITO HA SUBITO UNA LUNGA BATTUTA D'ARRESTO, DOVUTA PRINCIPALMENTE AL SORGERE E POI ALL'INCRUDELIRSI, FIN DAL GENNAIO 2007, DI UNA GRAVE FORMA DI TINNITUS AURICOLARE, CHE MI HA IMPEDITO PER MESI DI ACCOSTARMI A QUALSIASI COMPUTER ACCESO.

GRAZIE AL BUON DIO ED ALL'APPLICAZIONE DI NUOVE TECNOLOGIE, FORSE POTREMO RIPRENDERE LE SELEZIONI, PREVALENTEMENTE SU METAFISICA, CREAZIONE ED, INOLTRE SPERO, SUL SEMPRE PIU ATTUALE STUDIO DEL GESU STORICO, VERO FIGLIO DI DIO, UNIGENITO TRA NOI E NELLA STORIA DEL MONDO.

PROBABILMENTE PARTIREMO CON NUOVI SCRITTI A FAR TEMPO DA SETTEMBRE.

INTANTO AUGURO A TUTTI BUONE E FRUTTUOSE VACANZE, PROPIZIE AL DISCERNIMENTO, PER UNIFORMARCI SEMPRE MEGLIO ALLE ESIGENZE DELLA SEQUELA, DELL'AMORE RIVELATO IN CRISTO.

ALESSANDRO BIONDI. Cerreto Sannita 21 luglio 2007

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Promissio boni viri est obligatio.... ed ecco i primi prodotti della recuperata salute e possibilità di dattiloscrivere digitando.Cerreto 29 settembre 2007, festa di S. Michele Arcangelo.

Auguro un bon nuovo anno scolastico ed accademico a tutti, studenti, professori, docenti.

 

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Il problema della collocazione di Gesù e del movimento religioso formatosi alla sua sequela, nei confronti dell‘ambiente giudaico e, più in generale, palestinese si è particolarmente sviluppato (con forti riduzionismi all‘ambiente) dagli inizi degli anni ‘80 con la cosiddetta Third Quest sul ―Gesù storico‖ nel Jesus Seminar

(BORG: Jesus Compassionate Wise Man; CROSSAN, Jesus the Mediterranean Peasan; MACK: Jesus, the Hellenized Cynic Sage).e con il Marginal Jew (coniato nel ‘91 da J. P. MEIER., A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus (Anchor Bible Reference Library; 2 vols.; New York 1991, 1994) I, 1-2; trad. ital. Un Ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. 1: Le radici del problema e della persona; 2: Memorie, messaggio e miracoli; Compagni e antagonisti, Queriniana, Brescia 2001.2002.2003; ID. ―The Present State of the ‗Third Quest‘ for the Historical Jesus: Loss and Gain‖, Bib 80 (1999) 459-487). Per una sintesi al riguardo, anche inquadrata nei due secoli di ricerca sul ―Gesù storico‖, cfr. B. G. BOSCHI, Le origini della Chiesa. Una rilettura prospettica, Bologna 2005, pp. 10-12 , praecipue nota 15 pp.10.11, con ibidem selezione di bibliografia disponibile in italiano; G. BARBAGLIO, Gesù ebreo di Galilea, indagine storica (La Bibbia nella storia 11), EDB. Bologna 2002; J. Sbröter — R. BRUCKER, Der historische Jesus. Tendenzen und Perspektiven der gegenwärtigen Forschung, De Gruyter, Berlin-New York 2002. ; cfr. etiam tradizionalmente V. FUSCO, «La quête du Jésus historique. Bilan et perspectives», in D. MARGUERAT - E. NORELLI - J.M. POFFET (edd.), Jésus de Nazareth. Nouvelles approches d'une énigme (Le Monde de la Bible, 38), Genèvre 1998, pp. 25-57; ID. anche in italiano: «La ricerca del Gesù storico. Bilancio e prospettive», in R. FABRIS (ed.), La Parola di Dio cresceva. Studi in onore di C.M. Martini nel suo 70° compleanno (Supplementi alla Rivista Biblica, 33), Bologna 1998, pp. 487-519. ; G. SEGALLA, «La ‘terza‘ ricerca del Gesù storico; Il Rabbi ebreo di Nazaret e il Messia crocifisso», in Studia patavina 40 (1993) 463-515; Id., «La verità storica dei Vangeli e la «terza ricerca» su Gesù», in Lateranum N.S. 61 (1995) 195-234; ID., «Un Gesù storico incerto e frammentato: guadagno o perdita per la fede?», in Studia patavina 45 (1998) 4-19; A. BEA, «La storicità dei Vangeli», in Civiltà Cattolica 115 (1964) II, 417-436; I. DE LA POTTERIE, «Come impostare oggi il problema del Gesù storico?», in La civiltà cattolica 120 (1969) II, 447-463; J. DUPONT, «Storicità dei Vangeli e metodo storico dell'esegesi nella costituzione dogmatica Dei Verbum», in A venti anni dal Concilio. Prospettive teologiche e giuridiche. Atti del Convegno di studi «Il Concilio Vaticano II venti anni dopo», Catania 21-22 aprile, 5-6 maggio 1983, Facoltà Teologica di Sicilia, Palermo 1984, pp. 51-73; JOSEPH RATZINGER - BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, ove dell‘opera di J.P. MEIER (ivi erroneamente indicato come ―gesuita‖) circa ―Il Giudeo marginale‖ scrive a p. 410: "Quest'opera in più volumi di un gesuita americano rappresenta sotto molti aspetti un modello di esegesi storico-critica, in cui si palesano sia l'importanza sia i limiti di questa disciplina. Merita di essere letta la recensione di JACOB NEUSNER al primo volume, 'Who Needs the Historical Jesus?', in 'Chronicles' luglio 1993, pp. 32-34". Ma il problema, a nostro avviso, non va impostato divaricando metodo-storico-critico e metodo-ermeneutico. Se infatti col metodo critico non si stabilisce quid auctor intendere voluerit, tutto il resto è costruito sulle sabbie mobili. Neppure soddisfa la critica di V. Fusco a Troeltsch, il cui positivismo delle causalità storiche immanenti sarebbe chiuso all‘apertura alla fede. In realtà per il postulato tucidideo la storia è fatta dagli uomini. Il problema è piuttosto che l‘uomo non va ridotto alla società nè allo psicologismo, ma alla sua natura spirituale, unica nell‘universo. Questa critica fu all‘inizio del ‗900 sviluppata con successo da B. Croce, che contro il positivismo del Ranke, ma anche contro l‘opposto Burckardt che poneva il personaggio (Pericle, Costantino) sopra l‘ambiente (Atene, Roma), recuperò il pieno valore umano spirituale dell‘operare storico. La prassi storica è in chi la opera una sintesi a priori trascendentale come pure tale è l‘atto teoretico di scrivere critica storica (alla fede, osserviamo noi, basta trasformare il trascendentale in trascendente e si ha l‘operare storico di Gesù, che anche per l‘ateo – quale era Croce – è del tutto al di sopra del Giudaismo, accettandosi anche l‘importanza trascendentale della redazione della fonte dei Vangeli, mentre per il fedele è più oltre rivelazione trascendente della presenza divina in lui). Cfr. CROCE.B., ―Perchè non possiamo non dirci cristiani‖, in La Critica (1942) 16-52; ristampato in opuscolo Perchè non possiamo non dirci cristiani Laterza Bari 1946; CURTOPASSI, MARIA, Dialogo con Dio. Carteggio con Benedetto Croce 1941-1952, a cura di RUSSO G. Archinto, pp 179; PATELLA GIUSEPPE, Benedetto Croce Fifty Years Later. His Historical, Aesthetic and Philosophical Legacy, University of Alberta, Edmonton , 2003; ibidem DAVID D. ROBERTS, Benedetto Croce and the Uses of Historicism (1987). GIAN N.G. ORSINI, Benedetto Croce: Philosopher of Art and Literary Critic (1961), Del resto la sintesi a priori trascendentale vale anche per l‘ermeneutica dei generi letterari biblici. Forse che il quid intendere voluerit di Gen 1-11 e di Is 5, tra i mille esempi possibili, non è proprio in ciò che la potenza ―poietica‖ dell‘autore trascende rispetto ai materiali fornitigli dalla storia (sumera, cananea, ecc.) dei generi letterari adottati per esprimersi? E spesso anche con elegante voluta rivelativa ironia?

Comunque Giuseppe, in Ant, riporta quel che è riuscito a sapere, dalla generazione anteriore alla sua, che è quella che lo ha educato e che aveva tutto ciò vissuto da contemporanea, dalla morte di Erode il Grande all‘arrivo di Pilato ed alla sua attività di Procuratore. Giuseppe di costui ci lascia un giudizio molto severo, per la sua rudezza incompetente, vedendovi una delle ragioni movimentanti la resistenza armata che addurrà alla catastrofe del 70, benché quest‘ultima -- ad avviso dello stesso Giuseppe-- appartenesse ormai all‘ordine storico degli ―eventi inevitabili‖ . Tra gli atti insensati di Pilato, stimolato dai Primati ebrei (che Giuseppe, pur da ―Giudeo‖ dichiara di disapprovare) è anche quel che riferisce che avvenne nei confronti di Gesù, presentato succintamente ma molto significativamente (almeno in quanto personaggio di quel mondo ―giudeo‖) in Ant. 18. 3. 3. 5 §§63-64, passo divenuto ben noto come Testimonium Flavianum. Amiamo evidenziare qui che l‘autore di ―Jesus, the Marginal Jew‖, il molto citato prof. Meier, ha finito con l‘ammettere l‘autenticità testuale di quel brano, pur tanto contestato per mezzo secolo, almeno esprimendosi favorevolmente in ciò che descrive un Gesù veramente storicamente esistito e che, in quanto tale, era un ―giudeo‖ del tutto speciale e non coinvolto in alcuno dei movimenti settari che pur, si è preteso dagli specialisti della Third Quest anticipare, già alla generazione dei nati sotto Erode il Grande, preconcettualmente antedatando la politica posteriore, succesiva al 30, (v. P. MEIER ―The Present State of the ‗Third Quest‘ for the Historical Jesus: Loss and Gain‖ in Biblica 80 (1999) 459-487, ivi pp. 465-466: ―Josephus‘ Testimonium Flavianum in Book 18 of his Jewish Antiquities (18.3.3 §63-64) […] I am heartened by the fact that a number of recent scholars have basically accepted something like my suggested reconstruction of the authentic core text… Despite various claims, no early rabbinic text (the earliest being the Mishna, composed ca. A.D. 200) contains information about Jesus, and later rabbinic texts simply reflect knowledge of, and mocking midrash on, Christian texts and preaching. In brief, the real gain here has been a more careful evaluation and critical use of our main sources in the NT along with a more confident acceptance of the core text of Josephus‘ Testimonium, a small but precious piece of independent attestation to Jesus‘ existence, ministry, and fate . Even if we wind up rejecting most of the other sources proposed by various recent scholars, the critical self-awareness of why we reject them is itself a gain.‖). Il Testimonium era stato per lungo tempo fortemente contestato come un testo falsificato da qualche copista cristiano, essendo impensabile – dicevano— che il giudeo Giuseppe scrivesse di Gesù che era il Messia di Dio e che era il Risorto. Si aggiungeva che il testo sembrava del tutto privo di rapporto narrativo col suo contesto. In realtà erano posizioni preconcette, mentre un pacato studio con i criteri usuali della critica testuale porta a dire che non il testo è falsificato, bensì in esso, ben scritto quasi interamente con lo stile e la mentalità (antisediziosa) di Giuseppe, sono poi certamente intervenute intrusioni cristiane con le frasi messianiche e di anastasi. Ma i normali criteri facilmente riconoscono che le intrusioni sono involontarie, cioè come in tanti altri testi sempre è avvenuto, alcuni copisti hanno erroneamente incluso ingenuamente, nel copiare dall‘antigrafo, le glosse marginali cristiane sicuramente posteriori al testo stesso dell‘archetipo. Anche la recente pubblicazione della versione paleoaraba sembra confermare ciò. Quanto al fitting narrativo è ottimo ed originale: Giuseppe si dilunga prima per pagine sulle infauste rivolte della Quarta Filosofia della famiglia di Giuda il Galieo e, poi, tra gli altri errori di Pilato, lascia poche righe a Gesù. Non potrebbe esserci cosa più logica: gli altri personaggi interessavano minutamente in quanto capi di movimenti settari ―giudei‖ di gran rilievo nei prodromi della rivolta antiromana, ma Gesù, proprio per ciò che ne sapeva Giuseppe dalla generazione che lo aveva educato ed era stata contemporanea di Gesù, non era stato né capo né partecipe di alcuna Filosofia ―giudaica‖ movimentista; era -- scrive Giuseppe – soltanto un uomo giudeo straordinariamente buono, virtuoso e sapiente e, sol per questo, seguito da tanti giudei ed anche greci che volevano ottenere da lui la medicina per la vita e contro il male, che dà chi è buono e sapiente! Questa congruità del Testimonium con l‘autenticità sostanziale del testo originale di Giuseppe, era stata già ben osservata da Thackeray, nel 1929, in piena Second Quest (quando si tendeva a ridurre ogni fatto al solo suo significato esistenziale per l‘oggi) nei cui confronti egli evidentemente avvertiva avversamente e correttamente con vera vocazione filologica, onde egli scrisse ( in: THACKERAY, Josephus: the Man and the Historian, New York, 1929, pp. 136-149), a p. 137che ―L‘evidenza del linguaggio, che da un lato mostra segni dello stile dell‘autore, e dall‘altro non è quello che avrebbe usato un cristiano, mi appare decisiva‖, e ancora, a p. 142: ―Il criterio dello stile fa pendere la bilancia in favore dell‘autenticità del passaggio considerato nel suo complesso, se non in ogni dettaglio. Se il testo fu mutilato e modificato, lo fu almeno su una base di Giuseppe‖. Oggi questa rivalutazione della parte originale di Giuseppe nel Tesimonium è ammessa dai migliori studiosi, specie dopo i ritrovamenti delle versioni arabe e paleoslave, come è ampiamente documentato nella recente sintesi di LUCIO TROIANI ―Una rilettura del famoso passo di Flavio Giuseppe, così come ci è pervenuto‖ (in: Christianismus 11 (2007/2) 1-11). Pertanto il testo di Giuseppe espungendo le intrusioni provenienti erroneamente e non intenzionalmente dalle glosse marginali cristiane , è : “Vive in questo periodo Gesù, uomo preparato, sicchè si debba definirlo anche uomo in senso pieno. Fu infatti autore di azioni contrarie all’opinione comune, maestro di quegli uomini che accolgono le cose vere con piacere; e attirò molti Giudei, molti anche della grecità, i profeti divini avendo detto questi e infiniti altri prodigi su di lui. Avendogli Pilato inflitto, come pena, la croce mediante azione legale avviata dai primi tra di noi, quelli che sulle prime lo amarono non cessarono. Fino ad ora e attualmente il gruppo dei cristiani, che ha preso il nome da lui, che veniva detto Cristo di Dio, non è scomparso”. Testo che in ottima congruenza all‘ultima palinodia di Meier, sopra citata, afferma assai bene i limiti delle giudaicità del Gesù storico e della sua alterità rispetto al giudaismo: cioè della sua assoluta umanità universalistica di insegnamento e di azione, mai compromessa con gli intrighi dei movimenti giudaici settari, sempre trascendente l‘ambiente, ponendosi in rapporto con una consapevolezza di dover rapportarsi agli antichi Profeti mandati da Dio al suo vero Popolo. Detto questo non viene punto qui opportuno di andar oltre se non per una citazione d‘obbligo cronachistico, circa l‘ultima delle speculazioni tentate, circa la falsità dell‘intero brano , da un corsivista ben poco filologo e molto preconcettamente ateo: DANIEL UNTERBRINK,, Judas the Galilean: The flesh and blood Jesus,, Universe, 2004., ove si tenta di sostenere che il passo del Testimonium riguardava la condanna a morte di Giuda il Galileo, il terrorista della Quarta Filosofia di cui si parla prolungamente nel capitolo flaviano, sostituito da un pietoso copista cristiano col nome di Gesù, il quale ultimo invece ―ovviamente‖ non sarebbe mai esistito. L‘A., collegando poi, con molta incompetenza ed amore di far notizia, ciò che si suol dire di male di Giuda, col bisogno di inserire Paolo tra gli Apostoli, aggiunge: ―all of Christianity is turned upside down. With this earlier timeline for Jesus, it is now possible to compare the early church to the writings of Josephus. The result is unsettling. The hero of Traditional Christianity, Paul, becomes the traitor as depicted by Josephus and other early writings. The introduction of Judas Iscariot by the Gospel writers was just an attempt to shift blame from Paul to a Jewish Apostle. This whole cover-up is detailed in both books. What is at stake? The future of Christianity.‖. Infine, con grande modestia (!), conclude che se la comunità dei biblisti non considera minimamente i suoi estravaganti scritti, è sol perché essa è una comunità chiusa la cui scientificità funziona solo secondo metodi accettati sol da se medesima‖. Ci si consenta allora qui l‘ulterriore avvertenza, che dinanzi a questo arrabbiato pubblicista affarista, anche la comunità biblistica dei cultori dell‘ambiente giudaico, dovrebbe riflettere su quali rischi si corrono nel promuovere con leggerezza ogni sovvertimento di ogni tradizionale verità storica, ove il metodo filologico si rende talora così piccino, da perdere ogni rapporto col senso storico della centralità del soggetto spirituale come attore ed ermeneuta della storia, che è essa invece l‘unica vera officiosa modalità, anzitutto laicamente scientifica, di chi fa la Storia nell‘attualità del pensiero storico.

Un Gesù storico vero è quello trasndente ed universalistico che giunge fino alla comunità giovannea ed al grande sovvertimento-adempimento del giudaismo, che è in Gv 1,18, per cui l‘Unigenito è Dio.

Sovvertimento-adempimento che è l‘essenza conclusiva della storia del Popolo ebraico e delle Sue Scritture nella lettura cristiana. Quanto a noi ed al lavoro che qui termina, sottolineando ancora che il Gesù giudeo è quello nato ed educato sotto i successori di Alessandra Salome, crediamo di vedere al termine di questa nostra odierna avvenuta ricerca, sempre più gigantesco il ―trascendere‖ di Gesù rispetto al piccolo cabotaggio del giudaismo coevo, ed il Suo slancio d‘aquila a congiungersi col meglio dell‘esperienza spiritualizzante dell‘Esilio e del suo Popolo di Dio. Il quale ne aveva custodito il Sacro Deposito, pur tra gli intrighi sanguinari di una Gerusalemme terrena, che troppo ormai aveva bisogno della manifestazione di una più vera immagine del Regno di Dio: di Dio che regna sul suo Popolo verso una nuova Gerusalemme donata dall‘Alto dinanzi alle cui mura, ingredientemente, essere in cammino con la Chiesa di Gesù.

C'è stata un'altra luga battuta d'arresto... ma ora eccomi di nuovo qui con una difesa della Filosofia razionale Naturale. (18 marzo 2008). Speriamo poi di tornare presto qui dopo breve tempo. con l'aiuto di Dio.

 

Mi sto chiedendo quando ed in che siano nate le scienze; cioè la consapevole applicazione della ragione naturale, comune a tutti gli uomini ed a tutti essi trasmissibile col solo raziocinio controversistico; beninteso applicazione consapevole ad un oggetto consapevolmente delimitato e, quindi, esaurientemente conoscibile, sia pur nella procedibilità temporale di tale conoscenza.

All'inizio, sia negli scritti poetici che in quelli documentari ed epistolari, sembra che l'unica trasmissibilità di contenuti era riferita come oggetto narrativo, mai argomentativo, alle "superstizioni": gli dei in cielo, con le religioni e le magie; i poteri arbitrari e assoluti in terra, con i re e i proprietari latifondisti, tutti difesi da prerogative divine (anche quando solo piccoli capi-clan familiari). Forse solo la religione degli Ebrei, in alcune delle sue fonti documentali che però vanno sceverate nelle sue numerose successive redazioni, si opposero alla visione superstizioso-sacrale generalizzata, senza tuttavia pervenire ad alcuna conoscenza dialettica, poiché tale diversità rimase affidata ad un sapere trasmissibile per solo "raccontare", raccontando tutto sia il passato che il futuro, che fenomenologicamente si potrebbe anche, per opporla alla superstizione, denominarla fede (ma con un termine odierno che non copre adeguatamente il carattere totalitario dell'ebraico "emet").

Tali erano anche le conoscenze trasmesse per finalità pratiche: gli scritti di medicina e di sostanze terapeutiche (egiziani e sumero-babilonesi); le tecniche costruttive dei grandi monumenti (funerari, palazzi imperiali, templi). Le arti tecniche si giustificavano anche nella mente degli scopritori in base ad una, non solo vantata, ma coscientemente sognata "virtù divina" celata in esse, la quale sola le rendeva efficaci e finalisticamente sensate.

Poi tra gli Elleni sorse, sia pur tardi, l'argomentazione razionale auto fondante: la Filosofia, che non aveva però oggetto delimitato. Era il grande progressista sogno umano di poter attingere in modo conoscibile e trasmissibile umanamente ed universalmente ogni realtà. Anche se si ritenne che questa applicazione avesse un oggetto, sia pur totale all'esterno del quale non esisteva null'altro. Essa era la physis, cioè la natura, nel senso di ciò che come causa e come oggetto contemporaneamente ha generato tutto, tutto mantiene, tutto genererà. Gli dei stessi furono pensati come oggetto di questo pensiero razionale umano totalizzante. Quest'unica Scienza era detta Filosofia. Filosfia fu anche la Geometria e l'Aritmetica, La Medicina razionale ippocratica, la Farmaceutica di Galeno; perché tutto era un sapere trasmissibile non per racconto, ma per argomentazione dialettica. Così desacralizzato il cielo fu desacralizzata anche la terra e le sue istituzioni di potere, perché la Democrazia aveva come unica legittimazione di governo la argomentazione dialettica. In quest'ambito tali furono le prime codificazioni di leggi delimitati da una giurisdizione (greci, ma soprattutto romani). In tutti questi svariati ambiti del dibattito conoscitivo si era convinti di fare filosofia, cioè un sapere mai autonomo, ma nell'unico ambito della umana naturale ragione dialettica che ragionava sulla physis-natura delle cose. Così anche per il grande progresso nelle scienze dell'Agricoltura e della Pastorizia, nonché della Navigazione e dei Trasporti. Così pure nelle arti fittili (Statue, Ceramiche dipinte) e architettoniche (Pur restandomi qualche dubbio, da approfondire in vista di potenziali novità intenzionali) nell'Ingegneria militare, e forse anche igienico-urbana dei Romani.

         Andiamo allora alla ricerca dello sviluppo di scienze che poi si separano per l'autonomia del loro oggetto.

         Mi sembra che la prima affermazione di una Scienza autonoma dalla Filosofia si trova chiaramente solo in Tommaso d'Aquino. Dalla Filosofia si distingue, non per mezzo strumentale che è sempre la ragione dialettica, ma per Oggetto (che quivi è anche diversità di Fonte dell'argomento decisivo) la Teologia. La affermazione precisa di questa distinzione ed autonomia, forse era stata accostata dai precedenti pensatori cristiani (anche dai mussulmani? ho forti dubbi) ma non era stata esplicitamente teorizzata come nell'Angelico Dottore.

Dopo la Teologia, si rende autonoma dalla filosofia anche la Filologia (prima vagamente con Petrarca, poi chiaramente con Valla e robustamente con Erasmo da Rotterdam).

Segue poi l'Astronomia, scienza separata dalla filosofia, timidamente con Keplero e Copernico, chiaramente con Galilei, fortemente (e forse invasivamente… e arbitrariamente) con Newton. La Fisica intanto segue con gran fatica la stessa via delle leggi sperimentali, avendo però avuto gran difficoltà ad abbandonare la nozione di  spazio della geometria filosofica di Cartesio. Quasi contemporaneamente si rende autonoma la medicina con i Teatri Anatomici, mentre per la Farmacologia bisognerà attendere lo sviluppo della Chimica razionale  da Boyle in giù. La Biologia che pur riceverà enormi studi nell'autonomia del metodo sperimentale, ancor oggi si dibatte tra mille difficoltà tra scienza empirica, filosofia e teologia, particolarmente al riguardo del finalismo degli organismi viventi.

Ma dopo questa rapida scorsa delle scienze della Natura (non più physis greca sottoposta alla unica filosofia), torniamo all'Umanesimo per seguire dopo la Filologia la nascita delle altre Scienze umane, con dunque metodologia propria non filosofica.

Con gli studi del Machiavelli su Livio è affermata l'assoluta autonomia (dalla filosofia morale) della Scienza della Politica. Complesso poi è il dibattito per il Diritto da Grozio a Spinoza che or vuole or disvuole un legame con la Filosofia morale, finchè con Hegel si inizierà l'autonomia della Filosofia del Diritto, autonoma dalla Morale. Enorme importanza ha anche lo scritto Sulla natura e cause della ricchezza delle Nazioni , col quale finalmente Adamo Smith (anglicano Professore di Teologia morale) fonda l'autonomia della Scienza dell'Economia, intesa come scienza del Libero Mercato. Giambattista Vico aveva a sua volta fondato (senza che nessuno se ne accorgesse fino a Benedetto Croce!) l'autonomia della Storia e della Storiografia.

         Dopo tante autonomie ed indipendenza, sorge il quesito: Esiste ancora la Filosofia, e se sì quale il suo oggetto ed i suoi metodi? In parte, cioè per differenza, ha tentato di rispondere al quesito l'epistemologia delle scienze e la Logica matematica. Ne è stata proposta la sua riduzione a metodologia generale. Ma io partirei da una osservazione: che proprio la scettica cultura anglosassone insiste ancor oggi a dare a qualsiasi Dottore di di Ricerca (in qualunque delle scienze esistenti o anche solo possibili) l'insostitibuile titolo di Ph.D.  cioè Philosphy Doctor, dunque Dottore in Filosofia. Io credo che questa osservazione, per quante metodologie scientifiche autonome esistano (proprio stimolate nella cultura anglosassone), ci induca ancor oggi a ricordare ed ammettere che quel sapere trasmissibile universalmente per argomentazione dialettica dell'unica ragione umana, sorto or sono millenni tra gli Elleni, resta una consapevolezza immanente all'essere uomo dal quale non potremo mai prescindere, a pena di cessare di essere uomini, non certo per divenire impossibilmente dei, ma per abbassarci (come effettualmente sovente è avvenuto e potrà avvenire ancor in peggio) a quel che pure la nostra corporeità ci fa essere, cioè bestie : e della peggior specie possibile perché, tra l'altro sfuggiti alla eliminazione della selezione naturale, che pur meriteremmo da parte della physis, uscir dalla quale è uscire dall'essere stesso. L'essere o il nulla? Amletico dilemma per l'odierna generazione che da noi rampolla e germina.

 

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Questo nostro sito è stato sempre molto sensibile alla informazione sul rapporto tra fede cristiana e metafisica della creazione. In questa linea è l'aver reso qui disponibile lo studio, apparso su "America", circa "Concordanze tra metafisica di S. Agostino e creazione dell'universo dal nulla nelle recenti teorie astrofisiche su fluttuazioni degli universi", nonchè la lettera al NY Times del Card. Cristoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna sulla evoluzione dei viventi, con l'ulteriore approfondimento su "Evoluzione, creazione e disegno intelligente: dov’è la verità?", Intervista al professor Armin Schwibach curata dalla agenzia cattolica Zenit.

Il Papa a sua volta agli inzi di Settembre 2006ha tenuto a Castelgandolfo un "gruppo di studio" tra lui ed i suoi ex alunni (tra i quali il Card. Schönborn) dedicato a questi problemi, i cui risultati saranno presto resi pubblici.

In questa linea offriamo qui in lettura l'articolo molto aggiornato e chiaro apparso su La Civiltà Cattolica 2006 IV 127-137 , quaderno 3752,: " EVOLUZIONE DEI VIVENTI E FEDE CRISTIANA, Creazione ed evoluzione", a firma di GIUSEPPE DE ROSA S.I..

Ovviamente chiunque voglia riprodurre parte di tale articolo è tenuto a citare gli estremi editoriali e di copyright sopra indicati. Per qualsiasi uso non privato e non di solo studio è necessario contattare la predetta rivista per l'autorizzazione e l'assolvimento dei diritti editoriali.

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EDITORIALI

del 26 09 2006

EVOLUZIONE DEI VIVENTI E FEDE CRISTIANA, Creazione ed evoluzione", a firma di GIUSEPPE DE ROSA S.I..

 

del 17 04 2006

Concordanze tra metafisica di S. Agostino e creazione dell'universo dal nulla

nelle recenti teorie astrofisiche su fluttuazioni degli universi ("Inflation and Uncertainty" )

by: Robert Allison Foor, from: Boston University

 

del 10 02 2006

Evoluzione, creazione e disegno intelligente: dov’è la verità?
Intervista al professor Armin Schwibach

del 25 03 2006

Studio dottrinale del card. Martino su "Guerra e pace"

Thomas: "Faith based diplomacy"

Condy Rice: "Difesa diritti umani"


(Edward  Hopper : "Il faro a due luci" ) [1] 1929 NY Metmuseum

 

Rom. 13:12 “La notte è avanzata nel suo corso, il giorno è imminente. Perciò mettiamo da parte le opere proprie delle tenebre e rivestiamoci delle armi della luce”


Pilgrim Fathers' Two Wings: Humble Faith and Common Sense

Esodo 19, 4-5: "Vi ho portato su ali di aquile e vi ho condotti a me.
Dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare"

Charles Lucey (1850-1900): “Landing of the Pilgrim Fathers”

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[1]   L'addestramento iniziale  di Edward  Hopper sviluppatosi dal 1900 a 1906 alla scuola d'Arte di New York  con Robert Henri, caposcuola de “Gli otto”, e la sua attività come autore di illustrazioni fra 1899 e 1924, lo ha condotto a dipingere  scene realistiche dell'America urbana e rurale.  Nel 1924 una mostra ben riuscita alla galleria di New York gli ha permesso di lasciare il suo lavoro fin allora nel complesso commerciale  e così di concentrarsi a tempo pieno sulla pittura.   Hopper ha descritto solennemente i suoi oggetti favoriti - vita urbana, paesaggi rurali ed interni di stanze - in composizioni attente,  che sembrano fuor del tempo e congelate, ma  animate dagli effetti di luce sia naturale che artificiale.   Charles Burchfield , collega del pittore, ha scritto per il catalogo della mostra retrospettiva  di  Hopper, tenutasi nel 1933  al Museum of Modern Art :  "il punto di vista di  Hopper è essenzialmente classico;  presenta i suoi oggetti senza sentimentalismi, propaganda, o teatralità.  È il pittore puro, interessato al  materiale nella sua specificità ed allo sfruttamento delle proprie idee di forma,  colore e  divisione dello spazio."  In "Il faro a due luci"  Hopper ha isolato la sagoma drammatica della torretta del faro alta 35 metri e della stazione di guardacoste contigua, ponendola contro la distesa aperta del cielo blu. Situata su un promontorio roccioso a Cape Elizabeth,  nel Maine - pur non essendo  nel quadro affatto visibili quelle acque  - l'architettura viene immersa bagnandola nella luce solare luminosa contrastata dalle ombre scure.  Dal 1914  Hopper ha stagionato regolarmente d'estate nel Maine e questa immagine è uno dei tre oli e di parecchi acquerelli che ha disegnato in questa località durante l'estate del 1929.  Per Hopper il faro a due luci ha simbolizzato l'individuo solitario, che affronta stoicamente l’assalto dei cambiamenti in una società industriale.  L'integrità e la chiarezza del suo lavoro hanno fatto di Hopper un esemplare di forza calma e serena  nell'arte americana per quaranta anni, nonché uno degli artisti più popolari d'America.

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SEI NEL SITO

DI 

SANDRO BIONDI

 

Per inviarmi Email cliccare qui: sandro.biondi@biondisandro.net

 

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Le speranze del sito...

Auspica: una ripresa salda del governo ordinario della Chiesa, un rafforzamento della formazione dottrinale e morale del clero, un rilancio della prima evangelizzazione e dell’insegnamento del catechismo, un innalzamento qualitativo delle celebrazioni liturgiche, una nuova campagna missionaria.

Ma è soprattutto sul versante della Chiesa “ad extra” che tale speranza si distingue. Non sarà lo scontro tra la Chiesa e l’islam e le altre religioni il più temibile conflitto dei prossimi decenni – hanno detto più volte concordi Ratzinger e Ruini – ma piuttosto il conflitto culturale tra la Chiesa e “la radicale emancipazione dell’uomo da Dio e dalle radici della vita”, che caratterizza la cultura occidentale d’oggi e che “alla fine porta alla distruzione della libertà”. L’impegno della Chiesa in questo scontro con epicentro l’Occidente dovrà avere la priorità assoluta.

Un tale scenario ha inoltre tre corollari.

Il primo è che in tale conflitto epocale la Chiesa non si batterà in solitudine, ma cercherà e troverà i suoi alleati in correnti di pensiero laiche anche lontane, ad esempio in quelle rappresentate da Francis Fukuyama e Jürgen Habermas, i due autori ultimamente più citati da Ratzinger e Ruini.

Il secondo corollario riguarda la visibilità della Chiesa. Nella scia di Giovanni Paolo II, si vorrebbe che la Chiesa non parli solo all’intimo delle coscienze, ma agisca al centro dell’arena pubblica come forza sociale trainante.

Il terzo riguarda l’essenza stessa della Chiesa. Nella sua ultima conferenza prima della morte del papa Karol Wojtyla, letta il 1 aprile a Subiaco, il cardinale Ratzinger ha duramente criticato coloro che “riducono il nocciolo del messaggio di Gesù, il regno di Dio, alle parole d’ordine del moralismo politico”. Perché facendo così “si dimentica Dio e al suo posto rimangono parole che si prestano a ogni tipo di abuso”.

"BRIDGING THE GAP"

Negli studi di Relevant Radio, una rete di emittenti cattoliche Usa che trasmettono nella zona attorno a Chicago, lo slogan è “Bridging the Gap”: creare ponti con chi non crede, con chi professa altre fedi, con chi la pensa diversamente.

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EVOLUZIONE DEI VIVENTI E FEDE CRISTIANA

Creazione ed evoluzione

GIUSEPPE DE ROSA S.I.

 

Fin dalla sua prima apparizione, la teoria darwiniana dell’evoluzione dei viventi ad opera della selezione naturale ha posto gravi problemi alla fede e alla teologia cattolica. Essa infatti sembrava negare quanto la Bibbia afferma sulla creazione degli esseri viventi, sull’origine dell’uomo, creato direttamente da Dio e dotato di un’anima spirituale, facendolo derivare dalla scimmia; escludeva poi ogni intervento divino nel passaggio dalla materia non vivente alla vita e dagli esseri non intelligenti all’uomo, essere intelligente e libero. In altre parole, la teoria dell’evoluzione sembrava favorire l’ateismo e il materialismo(1).

In realtà non era soltanto la Chiesa a vedere nell’evoluzione una grave minaccia per la fede cristiana. Erano gli stessi evoluzionisti, i quali davano dell’evoluzione una lettura materialista e vedevano nell’uomo un prodotto casuale del processo evolutivo per cui il pensiero e il senso morale erano prodotti della materia. Scriveva E. O. Wilson: «Il cervello è un prodotto dell’evoluzione. Il comportamento umano corrisponde alla tecnica indiretta mediante la quale il materiale genetico umano è (e sarà) conservato intatto.  Nessun’altra funzione ultima della morale può essere presa in considerazione»(2). A sua volta, R. Dawkins considerava gli organismi viventi come il mezzo inventato dai geni per riprodursi, e perciò affermava il «carattere egoista» di questi ultimi(3). J. Monod concludeva Il caso e la necessità con queste parole: «L’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta fra il Regno e le tenebre»(4).

La creazione

L’affermazione fondamentale che la fede cristiana fa riguardo al mondo è che tutto ciò che esiste, nel campo sia della materia sia dello spirito, è creato liberamente e per amore da Dio, l’Essere trascendente, eterno e infinito, ed è da lui guidato secondo un «disegno» e condotto al suo pieno compimento. Perciò anche il processo evolutivo si svolge in assoluta dipendenza da Dio ed è sotto la sua paterna e amorosa provvidenza. Come bisogna comprendere queste affermazioni che sono dell’ordine della fede e non dell’ordine della scienza e della filosofia, quindi scientificamente non verificabili e razionalmente non pienamente attingibili, ma non in contrasto né con la scienza né con la filosofia?

Anzitutto è necessario comprendere che cos’è la creazione e come si attua il compimento degli esseri creati. Che cos’è, dunque la creazione? Il Credo cristiano inizia la professione di fede con le parole: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra [...]». Per il cristianesimo, cioè, la creazione è un «mistero» da credere. Essa appartiene unicamente a Dio, tanto che nella Sacra Scrittura, che inizia con le parole «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gn 1,1), il verbo usato per «creò» è bârâ’: un termine che ricorre 48 volte nella Bibbia, ma il cui soggetto è esclusivamente Dio, per indicare che la «creazione» appartiene esclusivamente a lui.

Dicendo che Dio creò «il cielo e la terra», si vuole indicare che Dio creò «tutto ciò che esiste», perché nel linguaggio ebraico la «totalità» è indicata con gli «estremi» (cielo-terra). Dicendo che Dio creò «in principio», si vuol dire che tutto ciò che esiste ha avuto un «principio», non nel senso che Dio abbia creato il mondo nel «tempo», ma nel senso che, col mondo, Dio ha creato il tempo come elemento costitutivo del suo divenire: quindi, per la Bibbia, il mondo non è eterno ma ha avuto un inizio temporale.

Per la Bibbia, Dio crea con la sua Parola (E Dio disse... Gn 1) o con la sua Sapienza (Prv 8,22-31), volendo con ciò indicare il carattere dell’operare di Dio nella creazione. Questa infatti non è frutto dell’azione fabbricatrice e ordinatrice di Dio, che fa passare il mondo dal non-essere o dal nulla all’esistenza. La creazione non entra nella categoria dell’azione (Dio creando non opera), ma nella categoria della relazione, nel senso che la creazione stabilisce una relazione di dipendenza della creatura da Dio creatore. Perciò la creazione non è un’«operazione» di Dio, ma è la dipendenza stessa dell’essere creato in rapporto al principio che lo fonda(5).

In tal senso, la creazione, da parte di Dio, è Dio stesso che eternamente decide di dare l’essere alle creature; da parte di queste, la creazione è la loro totale e assoluta dipendenza da Dio, il loro essere sospese a Dio per tutto il loro essere, il loro venire all’essere in assoluta dipendenza da Dio, ma senza che egli «agisca». Se la dipendenza delle creature da Dio è reale, perché è in virtù di tale dipendenza che esse esistono, non c’è dipendenza di Dio dalle creature, perché la creazione non causa in Dio nessun mutamento: Dio non passa dal non essere Creatore all’essere Creatore. Egli, infatti, è eternamente immutabile: le creature dipendono da lui, ma lui non dipende da esse. Sono soltanto le creature che  cominciano ad esistere senza che ci sia alcun essere su cui Dio abbia agito per dare l’essere alle creature. Questo significa la «creazione dal nulla» (creatio ex nihilo).

La creazione dal nulla

Per avere un’idea esatta della creazione, bisogna comprendere che la «creazione dal nulla» non significa che per creare il mondo Dio sia partito dal nulla, quasi che il «nulla» sia qualche cosa, diverso da Dio e dalle cose create, da cui Dio sia partito per creare. Il «nulla» di cui si parla non è una potenzialità che Dio con la creazione porrebbe in atto, e neppure un caos che Dio metterebbe in ordine, ma è semplicemente il nulla: «Nella creazione — scrive san Tommaso d’Aquino — il nulla non è ciò che riceve l’azione di Dio, ma è ciò che è creato»(6). La creazione cioè non parte dal nulla per giungere all’essere. Non c’è prima il nulla e poi l’essere. È così infatti che alcuni pensano la creazione: quasi che il mondo sia posto in essere, cioè creato, in un dato momento, prima del quale soltanto Dio esisteva, e che, quindi, l’atto creatore di Dio abbia avuto luogo in un tempo, quando Dio ha deciso di far esistere il mondo. In tal modo, la creazione sarebbe un divenire, un passaggio dal nulla all’esistenza.

Ma questa è una maniera immaginaria di pensare e di parlare. In realtà il mondo non è stato creato in un dato momento, prima del quale non esisteva. Nella creazione non c’è un prima e un poi, un prima della creazione e un dopo la creazione: non c’è un tempo «vuoto», pronto a ricevere la creazione. Il tempo, infatti, è la misura delle cose, e perciò non esiste prima di esse, ma è creato con esse(7).

Riassumendo in poche proposizioni quanto si è detto sin qui: 1) Dio non crea dal nulla, quasi che il nulla sia qualche cosa e il mondo passi dal nulla all’essere. 2) Dio non crea in un tempo vuoto e in uno spazio vuoto, ma con le cose crea lo spazio e il tempo. 3) La creazione non è l’azione fabbricatrice o ordinatrice di Dio, perché Dio non opera, e la creazione non è un’«operazione» di Dio. 4) La creazione non si pone nella categoria dell’«azione», ma in quella della «relazione», nel senso che la creazione stabilisce una «relazione di dipendenza» della creatura da Dio Creatore: essa non è che la «dipendenza» dell’essere creato da Dio, Principio che gli dà l’essere con un atto eterno di volontà.

Creazione ed evoluzione

Il mondo dunque esiste perché Dio lo ha voluto liberamente e per amore. Ma come Dio lo ha voluto e quale scopo egli persegue? Dio ha creato il mondo liberamente senza essere condizionato assolutamente da nulla, per cui il mondo esiste come egli lo ha voluto e lo vuole e si muove secondo le leggi che egli liberamente gli ha dato, sempre sostenuto nel suo essere e nel suo agire dalla forza creatrice di Dio. Infatti non bisogna pensare Dio come colui che ha posto in essere il mondo, lo ha avviato sul sentiero che deve percorrere e poi lo ha abbandonato a se stesso, come — l’immagine è comune — l’orologiaio, che ha costruito l’orologio, lo ha messo in moto e poi lo ha lasciato a se stesso, pronto però a intervenire quando si guastasse o si fermasse per ridargli la carica.

In realtà, la creazione è «continua»: Dio è sempre presente al mondo e lo sostiene continuamente nel suo essere e nel suo agire con la sua provvidenza e il suo amore. Lascia tuttavia che la vita del mondo si svolga secondo le leggi che egli gli ha dato, per cui il Creatore non si sostituisce all’attività delle cause naturali, ma lascia che queste agiscano secondo la propria natura, ricevuta da Dio. Egli infatti «è causa non solo dell’esistenza, ma è anche causa delle cause». Dio non fa lui stesso le cose, ma fa in modo che si facciano, poiché «Dio è la Causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde»(8).

Ciò significa che «l’azione di Dio non si sostituisce all’attività delle cause creaturali, ma fa sì che queste possano agire secondo la loro natura e, ciononostante, conseguire le finalità da lui volute. Nell’aver voluto liberamente creare e conservare l’universo, Dio vuole attivare e sostenere tutte quelle cause seconde la cui attività contribuisce al dispiegamento dell’ordine naturale che egli intende produrre. Attraverso l’attività delle cause naturali, Dio provoca il verificarsi di quelle condizioni necessarie alla comparsa degli organismi viventi e, inoltre, alla loro riproduzione e differenziazione»(9).

L’atto creativo di Dio dunque ha riguardato l’attività delle cause naturali. Queste hanno agito come Dio ha voluto che agissero. Ma come Dio ha voluto che agissero? Data la piena libertà di Dio, si può pensare che egli abbia voluto un mondo in evoluzione, in cui, sotto l’azione delle cause naturali, ci fosse il passaggio dal «meno» al «più», dalla materia non vivente alla vita, dapprima unicellulare e poi a forme di vita sempre più complesse e diversificate, fino a giungere all’uomo.

Evidentemente, le cause naturali hanno agito secondo la propria natura, imperfetta e contingente, per cui nel processo evolutivo hanno trovato posto, in maniera più o meno ampia, la casualità e l’aleatorietà, e quindi possono esserci stati strutture evolutive senza significato, mutazioni genetiche dannose e processi evolutivi catastrofici, che hanno condotto all’estinzione lenta e talvolta rapida di specie animali e vegetali. Ciò si è verificato nel caso dei dinosauri, sulla cui scomparsa improvvisa si fanno molte ipotesi.

Questo significa che non c’è opposizione tra creazione ed evoluzione e che quindi non si è costretti a scegliere tra creazione ed evoluzione: non dunque creazione o evoluzione, ma creazione ed evoluzione; così come non si è costretti a scegliere tra caso e finalità, poiché nel processo evolutivo hanno posto tanto il caso quanto la finalità. Dio infatti raggiunge il fine che si è proposto con la creazione anche servendosi del caso e dell’aleatorietà. Questo per il fatto che Dio è Creatore, ma Creatore Provvidente(10).

L’opposizione esiste invece tra «creazionismo» fissista, secondo il quale Dio ha creato tutte le specie come sono oggi, e l’evoluzionismo ateo, secondo il quale tutto il mondo vivente si è evoluto casualmente, senza nessun fine da raggiungere, diretto, sì, da un «orologiaio» (la selezione naturale), ma da un orologiaio «cieco» (il caso). Scrive R. Dawkins: «La selezione naturale, il processo cieco, inconscio, automatico che fu scoperto da Darwin e che, come noi oggi sappiamo, è la spiegazione dell’esistenza e della forma apparentemente finalistica di ogni essere vivente, non ha in vista alcun fine. Essa non ha una mente né alcuna forma di coscienza. Non progetta il futuro. Non vede, non ha alcuna forma di preveggenza. Se si può dire che essa svolga il ruolo di orologiaio in natura, è l’orologiaio cieco»(11).

Invece, «secondo la concezione cattolica della casualità divina, la vera contingenza nell’ordine creato non è incompatibile con una Provvidenza divina intenzionale. Quindi persino l’esito di un processo naturale veramente contingente può ugualmente rientrare nel piano provvidenziale di Dio per la creazione»(12).

In realtà, i neodarwinisti che si appellano alla selezione naturale e alle mutazioni genetiche casuali per affermare che il processo evolutivo dei viventi è completamente «cieco», cioè privo di guida, vanno al di là di ciò che è dimostrabile scientificamente. Il processo evolutivo può essere sia contingente sia necessario, secondo che Dio ha stabilito che sia. Nell’uno e nell’altro caso, esso è sotto la guida provvidenziale di Dio e raggiunge il fine che egli ha stabilito. Ma la causalità divina e la sua azione di guida dell’ordine creato non sono attingibili dalla scienza. Lo scienziato perciò non può né affermarle né negarle. Può soltanto constatare che il processo evolutivo dei viventi, nonostante mutazioni genetiche non sempre favorevoli e, anzi, dannose, nonostante eventi disastrosi e distruttivi, va verso il «meglio», producendo esseri viventi sempre più complessi e diversificati: riflettendo su questo fatto, può affermare che il processo evolutivo si svolge secondo un «disegno» e persegue un «fine». La cosa è tanto evidente che lo stesso J. Monod, per il quale tutto avviene casualmente, parla di teleonomia(13), che è la proprietà degli esseri viventi in quanto «oggetti dotati di un progetto, cioè la replica invariata della loro struttura».

Il fine del processo evolutivo è l’uomo

Quale fine Dio Creatore persegue nel guidare il processo evolutivo? La risposta che la teologia cattolica dà a questa domanda è che il fine perseguito da Dio nella creazione di un mondo in evoluzione, a cui ha dato la capacità di autotrascendersi e di autosuperarsi e quindi di andare dal «meno» perfetto al «più» perfetto, è stato l’uomo, cioè l’apparizione di un essere intelligente e libero: un essere che, da una parte, fosse materiale e quindi, come tutti gli esseri materiali, discendesse per evoluzione da un altro essere materiale, e dall’altra fosse spirituale, cioè intelligente e libero, e quindi capace di trascendere la materia e non ne fosse un prodotto.

Infatti soltanto l’essere umano — materiale e spirituale — può dare senso all’immenso sforzo creativo dell’evoluzione dei viventi, perché nel suo corpo egli esprime e riassume in tutta la sua sapienza, bellezza e perfezione l’universo materiale, e nel suo spirito dà senso alla realtà materiale, in quanto, con la sua intelligenza ne scopre la ricchezza, la perfezione, la bellezza, la fa servire alla lode e alla gloria di Dio Creatore, e al vantaggio degli altri esseri umani con le scoperte scientifiche e le invenzioni tecnologiche. In realtà è la presenza dell’uomo, come culmine e fine di tutta la creazione, che giustifica la domanda che ogni uomo che riflette si pone: «Perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla?»

Non importa che l’uomo sia apparso non al centro dell’universo ma su un piccolo pianeta alla periferia dell’universo in continua e sempre più accelerata espansione, e dunque in una zona sempre più marginale. Lo spirito trascende la materia, perché è capace di pensarla, di valutarla e di modificarla; è capace di farle compiere con la cultura, l’arte, la scienza e la tecnica quello che essa, lasciata a sé stessa, non sarebbe capace di compiere; è capace di universalizzare la materia che è sempre singolare (non esiste un gatto «universale», ma tutti i gatti esistenti sono «particolari») e di formare concetti generali (il gatto) che si applicano a tutti i soggetti di una specie. Perciò quello che conta non è che lo spirito sia apparso in un punto marginale dell’universo, ma è il fatto che sia apparso. La grandezza dell’universo è insignificante di fronte alla grandezza dello spirito umano. Un «pensiero» di Pascal esprime perfettamente questo concetto: «L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente»(14).

L’apparizione dell’uomo comporta un «salto ontologico»

Ma, proprio perché essere spirituale, l’uomo non può essere un prodotto della materia in evoluzione: tra la materia e il pensiero cosciente, tra la materia e la volontà libera e moralmente responsabile c’è un fossato invalicabile da parte della spinta evolutiva che ha condotto alla formazione del philum, il quale si è poi diviso nella linea che ha portato alla formazione dei primati e in quella che ha portato alla formazione degli australopiteci e degli ominidi, cioè a forme preumane dalle quali si è sviluppato l’uomo, prima nelle forme di Homo erectus, poi di Homo habilis e infine di Homo sapiens, col quale soltanto è stata raggiunta la piena «ominizzazione».

In altre parole come afferma Giovanni Paolo II, «con l’uomo ci troviamo dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico». Tuttavia, «proporre una tale discontinuità ontologica non significa opporsi a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche sull’evoluzione dal piano della fisica e della chimica?» A questa domanda che si fa Giovanni Paolo II, risponde egli stesso, osservando che si tratta di due diversi ordini del sapere: quello scientifico e quello filosofico-teologico. Il momento del passaggio all’ambito spirituale non è oggetto dell’osservazione scientifica, anche se questa può scoprire, a livello sperimentale, «una serie di segni molto preziosi della specificità dell’essere umano», come la capacità di progettare il futuro, la sua autocoscienza, la sua capacità di simbolizzazione e quindi di parlare usando il linguaggio simbolico, di esprimersi mediante raffigurazioni pittoriche di uomini e di animali. «L’esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l’esperienza estetica e religiosa sono di competenza dell’analisi e della riflessione filosofiche, mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore»(15).

Questo «salto ontologico» ha richiesto un particolare intervento di Dio Creatore, che ha infuso in una o più forme preumane un principio spirituale, cioè di ordine non materiale e quindi non contenuto nelle potenzialità della materia anche più evoluta. Tale principio spirituale, non potendo provenire attraverso una trasformazione creatrice della materia, la quale non pensa, non ha coscienza di sé, non ha libertà, non può avere altra causa immediata possibile che un atto propriamente «creatore» di colui che è, per essenza, lo Spirito sussistente e infinito, Dio.

Nel processo evolutivo dei viventi, quindi, Dio ha dato alla materia la capacità di autotrascendersi e di dare così origine a forme di vita sempre più complesse fino a giungere agli ominidi, dotati di caratteri di una straordinaria complessità, come la vertebralizzazione, l’omeotermia, la bipedia. Invece, nelle formazione dell’uomo, in quanto essere pensante, autocosciente e libero, capace di compiere atti non materiali, superiori alle capacità trasformatrici della materia, Dio ha dovuto creare nel corpo di un ominide un’anima spirituale.

Evidentemente, l’infusione di un principio spirituale (l’anima) in un principio materiale (il corpo) non è potuta avvenire se non quando il corpo, attraverso successive trasformazioni evolutive, fosse preparato e disposto a ricevere l’intervento creatore di Dio. In realtà, l’«ominizzazione», per cui dall’ominide si è passati all’uomo, è stata preceduta da forme pre-umane che per certe forme di psichismo e per certi mutamenti fisici, come l’aumento della capacità cranica, preparavano e disponevano il corpo all’infusione dell’anima spirituale. Questa, informando il corpo animale-materiale, lo ha assunto in un ordine nuovo, che è quello dello spirito, e quindi lo ha adattato a svolgere le funzioni «umane», che sono sempre, insieme, funzioni spirituali-materiali.

Così, secondo la teologia cattolica, l’uomo rappresenta il culmine e il fine del processo evolutivo dei viventi: il culmine, perché con l’uomo l’evoluzione raggiunge il punto più alto, in quanto il corpo umano è l’essere più complesso che l’evoluzione abbia prodotto e nel quale si riassume e si concentra tutto il cammino evolutivo (microcosmo); il fine, perché soltanto l’uomo — in quanto essere pensante e intelligente, cosciente di sé e della realtà che lo circonda, libero e responsabile — dà senso al processo evolutivo, è capace di coglierne il significato, di comprenderlo, di ammirarlo e di dargli voce. Senza l’uomo, il mondo, per quanto avesse raggiunto per evoluzione il punto più alto, sarebbe un mondo muto, oppresso da un eterno silenzio, perché non ci sarebbe nessuno capace di dargli voce. «Il silenzio eterno degli spazi infiniti mi sgomenta», affermava Pascal(16). Soltanto l’uomo, facendo parlare l’universo con la cultura, con l’arte e con la scienza, rompe questo angoscioso silenzio!

Cristo, fine dell’uomo e del cosmo

In realtà, con la creazione immediata dell’anima spirituale, l’uomo diviene «immagine di Dio» (imago Dei), e quindi «in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa» (Gaudium et spes, n. 24). Come immagini di Dio, «gli esseri umani assumono il ruolo di responsabili amministratori dell’universo fisico. Sotto la guida della divina Provvidenza e riconoscendo il carattere sacro della creazione visibile, l’umanità dà una forma nuova all’ordine naturale e diviene un agente dell’evoluzione dello stesso universo [...]. Operando come cause reali, anche se secondarie, gli esseri umani contribuiscono a trasformare e a dare una nuova forma all’universo»(17).

Ma l’uomo, come «fine dell’universo» e «immagine di Dio», non è che la prefigurazione dell’Uomo, Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato. L’essere umano, infatti, è l’immagine di Cristo (imago Christi), poiché le «origini» dell’uomo vanno cercate in Cristo: egli è stato creato «per mezzo di lui [...] e in vista di lui» (Col 1,16) e riceve la vita e la luce da Gesù, il Verbo di Dio, nel quale «era la vita e la vita era la luce degli uomini [...], quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,4.9). Così in Cristo va ricercato il fine dell’uomo e del cosmo(18).

Infatti gli esseri umani sono orientati da Cristo verso il regno di Dio come al compimento dell’esistenza umana e tutti gli esseri viventi trovano in Gesù la loro direzione e il loro destino. Gesù, nella sua umanità, che Dio, il Padre, ha sovra-esaltato, facendo sedere Cristo Risorto alla sua destra, come Signore della storia, è Colui verso il quale tutto tende come al suo fine, e dal quale tutti gli esseri sono assoggettati al Padre, affinché il Padre «sia tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

È allora che il faticoso e drammatico processo evolutivo dei viventi acquisterà tutto il suo significato, che per tanti aspetti rimane oggi oscuro e difficilmente decifrabile nei suoi meccanismi, nel suo procedere a sbalzi, nel suo progredire e nel suo regredire. In realtà, attraverso le cause seconde che agiscono secondo le proprie leggi, esso è guidato da Dio Creatore verso l’uomo e, più profondamente, verso l’Uomo-Dio, Gesù Cristo, in cui trova il suo pieno e definitivo compimento.

 

1 La vicenda storica dell’atteggiamento della Chiesa e della teologia cattolica nei confronti della teoria evoluzionista dal 1860 al 1970 è delineata da C. MOLARI, «La teologia cattolica di fronte all’evoluzionismo darwinista ieri e oggi», in G. CHIARA (ed.), Il darwinismo nel pensiero scientifico contemporaneo, Napoli, Guida, 1984, 217-296. Il volume riporta gli Atti del Convegno nel primo centenario della morte di Charles Robert Darwin, Napoli, 27-28 novembre 1982.

2 E. O. WILSON, Sociobiologia. La nuova sintesi, Bologna, Zanichelli, 1979.

3 R. DAWKINS, Il gene egoista, ivi, 1979, 5 s.

4 J. MONOD, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano, 1972, 172.

5 Scrive san Tommaso d’Aquino: «La creazione non è una mutazione, ma è la dipendenza stessa dell’essere creato in rapporto al principio che lo fa esistere. Quindi è nella categoria di relazione» (Summa contra gentiles, II, 18). E aggiunge: «La creazione, nella creatura, non è altro se non una certa relazione (relatio quaedam) al Creatore come al principio del suo essere» (Summa Theol., I, q. 45, a. 3, c).

6 «In creatione, non ens non se habet sicut recipiens actionem divinam, sed est id quod creatum est» (De Potentia, q. 3, a. 3 ad 1).

7 «Il nulla non è che nulla e non può servire da punto di partenza per nessuna opera. Un momento in cui non ci fosse nulla è un puro non-senso; perché, affinché ci sia un momento, è necessario che ci sia già qualche cosa. Un momento è una porzione del tempo, e il tempo è un attributo delle cose esistenti. Noi non possiamo rappresentarci nulla fuori delle forme del tempo; cercando di evocare il non essere anteriore al mondo, noi lo collochiamo anche nel tempo, e in tal modo costituiamo una specie di tempo vuoto, infinito, indifferenziato, pronto a ricevere in uno dei suoi pretesi istanti, il mondo e la sua durata, ormai definita e costante. Ma questo non ha alcun senso» (A. - D. SERTILLANGES, Les grandes thèses de la philosophie thomiste, Paris, Bloud et Gay, 1928, 86).

8 Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 1992, n. 308.

9 COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Comunione e servizio. La persona umana creata a immagine di Dio (n. 68), in Civ. Catt. 2004 IV 277.

10 «Nella concezione cattolica, la contingenza dell’ordine creato, proprio perché tale, non è incompatibile con un disegno divino, intenzionale e provvidenziale. In altre parole, una concezione evolutiva radicalmente contingente, guidata dalla selezione naturale e dalle variazioni genetiche, non è automaticamente contraria alla concezione credente del mondo creato [...]. Anche un processo naturale contingente può rientrare nel piano divino, poiché, per la fede, anche i meccanismi evolutivi contingenti rimandano — in ultima analisi — all’agire di Dio. Anche marcato dalla contingenza, il processo evolutivo non è mai al di fuori dell’influenza di Dio, non è mai al di fuori della sua guida» (G. COLZANI, «Teologia cristiana ed evoluzionismo», in La Rivista del clero italiano 86 [2005] 672).

11 R. DAWKINS, L’orologiaio cieco, Milano, Rizzoli, 1988, 21.

12 COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Comunione e servizio, cit., 277 s.

13 J. MONOD, Il caso e la necessità, cit., 21.

14 B. PASCAL, Pensieri e altri scritti di e su Pascal, Cinisello Balsamo (Mi), Ed. Paoline, 1986, n. 347. Aggiunge al n. 348: «Non devo chiedere la mia dignità allo spazio, ma al retto uso del mio pensiero. Mediante lo spazio, l’universo mi circonda e mi inghiottisce come un punto; mediante il pensiero, io lo comprendo».

15 GIOVANNI PAOLO II, Message C’est avec un grand plaisir aux Membres de l’Académie Pontificale des Sciences réunis en Assemblée plenière, 24 octobre 1996, in Oss. Rom., 24 ottobre 1996, 6.

16 B. PASCAL, Pensieri, cit., n. 206.

17 COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Comunione e servizio, cit., nn. 66 e 68.

18 Cfr J.-M. MALDAMÉ, Cristo e il cosmo. Cosmologia e teologia, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1995.

© La Civiltà Cattolica 2006 IV 127-137         quaderno 3752

 

EDITORIALE DEL 17 04 2006

From Nothing Comes Everything

By Robert Alison Foor

Scientists became excited not long ago when new observations suggested that the expansion of the universe is accelerating. It had been thought that expansion should be slowing. The new findings give additional support to the theory of the physicist Alan Guth that the universe immediately after its birth underwent a period of rapidly accelerating expansion. Guth’s theory of inflation has solved a number of cosmological problems associated with the Big Bang theory. This theory might end up demonstrating that the entire universe quite likely was created from nothing at all. If so, the inflation theory will provide scientific confirmation of one of the oldest and most difficult teachings of the Christian theologians.

Augustine’s View

A long, long time ago, around A.D. 400, a man we now call St. Augustine concluded that the whole world is made of nothing at all. Augustine came to this bizarre conclusion by meditating upon the nature of the God in whom he believed. God is the only necessary being, the argument goes; nothing else can exist necessarily, eternally, apart from God. So the raw material God used to construct the cosmos was—well, there was nothing for God to use, so he must have used nothing.

The church accepted Augustine’s line of reasoning, and it has taught for 16 centuries that God made the universe out of nothing. No doubt plenty of the faithful through the centuries found this view hard to swallow, since the idea completely defies common sense. How can something come from nothing? If pressed, theologians had an answer for doubters: it is a mystery.

Quite likely a good many early believers, people not much different from you and me, dutifully professed belief in the mystery while secretly holding to the more sensible view, which had been held by the ancient Greeks, that the universe has always existed and always will exist. Theologians have come to accept the idea that the cosmos might be eternal; but as far as they are concerned, this eventuality does not change the fact that God creates all matter from nothing. If the cosmos is eternal, then God, the only being that must exist, creates it from nothing—not, however, at some fixed point in the past, but eternally.

When modern science appeared on the scene about 400 years ago, it would have nothing to do with the concept that the cosmos came from nothing. If people, even scientists, wanted to believe that, fine; maybe the dogma was even true. Who knew? If the church said it was so, then it must be. But all-from-nothing had no place in science. First the law of conservation of mass, then the law of conservation of energy, then the combined law of conservation of mass and energy forbade it. No thing could become nothing, nor could it come from nothing. Science came to make so many correct predictions that it continually grew in stature while religion declined. The Age of Reason arrived. Increasingly, thinkers considered matter to be eternal. If God had made or was making something out of nothing, this would have to be a supernatural act completely beyond human comprehension.

Einstein’s Theory

But in 1915 a certain physicist made a connection between something and what appears to be nothing. In that year Albert Einstein published his general theory of relativity. According to this theory, the vacuum has a structure. Clocks placed in various locations in the vacuum run at different speeds, depending on their nearness to matter, and a rod suspended in space will appear to be of different lengths depending on where it and its observer are. According to Einstein, this structure, called space-time, is responsible for the phenomenon of gravity.

Gravity, then, is not a force pulling through nothingness, but an effect of the structure of that apparent nothingness. The vacuum, the apparent nothingness, by virtue of its structure is a field of energy. (By means of its structure, it bends the paths of light and other things that pass through it and therefore does work.) Einstein had already shown in the special theory of relativity that E=mc2, so the field of energy had to be a field of matter.

While general relativity was demonstrating that what might seem to be nothing is not nothing, a new branch of physics, quantum physics, which Einstein had helped found, was introducing other interesting ideas that turned out to bear on the relationship between nothing and something. Quantum physics studies quanta, the smallest particles that make up matter. In its early days, this form of physics made a truly disturbing discovery, which has since been confirmed time and time again. Particles are particles, but then they are not; they are waves. A particle is a particle only if you want it to be, if you insist on pinning it down. Otherwise, it is a wave.

Because particles are and are not particles, if we know where one is now we cannot know where it will be in the next moment. One of the amazing consequences of this uncertainty principle is that ephemeral pairs of particles, virtual particles, at times pop up from nothing, from out of the cosmic void. They suddenly exist, only to vanish again. The existence of these field particles is implied by the absolutely uncertain state of energy of any region of space.

The Big Bang

While quantum physics and general relativity were starting to pick up the trail of Augustine, the astronomer Edwin Hubble discovered in 1919 that the universe is expanding. This discovery led cosmologists to the not illogical conclusion that the universe, while now big, had once been small. A new theory, the Big Bang theory, was formulated to describe the origin of the universe. According to an early theory, the universe had once been packed into a cosmic egg about the size of a basketball. At a certain moment the basketball had blown up, expanding to become the cosmos we know today. Later variations of the theory made the cosmic egg much smaller than a basketball; it must have been very small indeed, because of the tremendous gravitational forces tending to compress it. Scientists soon realized that in fact, the egg must have been an infinitely small point. But how could an infinitely small point have ever contained the huge sum of energy/mass that makes the universe? Why had the point, or singularity, blown up when it did? How, at the moment of the bang, had the compressing force of gravity been overcome? Physicists grappled with these and other questions the theory presented.

Where had the singularity come from in the first place? This was a problem. Maybe it was the remains of a previous universe that had collapsed. But once collapsed, how could it blow up again? The more scientists thought about the crushing force of gravity around the singularity, the more they were convinced that no other force could overcome it. The singularity could never blow up. The question of how the Big Bang ever got started appeared to be unanswerable. But quantum theory and inflation theory have come to the rescue. Over the last 25 years theorists have offered plausible explanations of both how the singularity came to be and how it then became an expanding universe.

Uncertainty and Inflation

One key to the answer is in the uncertainty principle, which implies that the energy level of any region fluctuates haphazardly and without reason. It is because of this fluctuation that even in a complete vacuum with an energy level of zero, tiny fields of gravity at random pop into existence from nothing, then vanish from being as suddenly as they appeared. These events do not violate the laws of conservation because the fleeting fields of gravity are ephemeral, virtual fields.

The other key lies in Alan Guth’s theory. Inflationary theory shows how a tiny, ephemeral speck emerged from nothingness could be boosted into permanence by a period of accelerating expansion and then continue expanding to become something like the vast universe we know. According to the theory, in the expanding field matter is created out of the growing energy of gravity itself. The matter is considered positive energy, and the gravity is considered negative. The two mathematically cancel each other out, so that the total energy of the growing universe is zero. So here too the laws of conservation are not violated.

The idea that the universe might have popped into being from nothing in a quantum fluctuation was first proposed by Edward Tryon in 1973. In 1979 Alan Guth presented his inflationary theory, which provides the mechanism that might have kept an ephemeral virtual particle, which was the nascent universe, from fading back to nothing again. Did it probably happen this way? More work needs to be done on the problem before we can say, but at the moment it appears possible.

Augustine May Have Been Right

Sixteen centuries after Augustine, then, modern science finds that he may have been quite right after all. Strange as it may seem, the universe may well have come from nothing, and may return to nought, and may indeed be nought. The material world we see and feel and hear may have arisen when from out of absolutely nothing, nowhere, suddenly there appeared a speck of apparent nothingness, which in reality was an ephemeral tiny particle containing a field of space-time, or gravity, which exploded to become the very real long-lasting massive universe we see around us today. Physics, however, finds that the universe, if it came from nothingness, could well have come all by itself, without the help of any creator. A universe such as ours can grow from nought without any special divine intervention, as easily and as naturally as a maple grows from a seed.

This does not, however, disprove the existence of God. If nothingness is the natural possibility of being any material thing, we may still insist that it is God who makes this possibility possible. Without this insistence, in fact, we are completely in the dark about why things come from nothing. Quantum physics only explains that it happens, at random, but has not the foggiest notion why.

Augustine knew why. The answer is in the mind of God, he believed. Many people do not share that belief. But if Augustine’s outlandish theory of creation from nought has been tentatively confirmed by physics centuries later, we might suspect the old saint had the right ideas about some other questions as well.

Robert Alison Foor is a freelance writer in Chicago who specializes in scientific and religious issues. Click here for a sample of author's writings in America and for books by author at amazon.com.Link to "sample writings" is slow; link to amazon may list books by authors with similar names.

 

 

 

 

 

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EDITORIALE del 10 02 2006

Evoluzione, creazione e disegno intelligente: dov’è la verità?
Intervista al professor Armin Schwibach

ROMA, giovedì, 9 febbraio 2006 (ZENIT.org).- La teoria evoluzionista, quella creazionista, il disegno intelligente e la creazione continua, sono al centro di un animato dibattito a livello mondiale.

Il 19 dicembre scorso il giudice distrettuale della Pennsylvania John E. Jones III, ha sentenziato che il cosiddetto “disegno intelligente” non può essere insegnato nelle classi di scienze delle scuole pubbliche negli Stati Uniti.

John E. Jones III ha giudicato che il Consiglio scolastico dell'Area di Dover, ha violato la Costituzione decidendo di inserire nei programmi scolastici di scienze il “disegno intelligente”, cioè il principio che la vita sulla Terra fu generata da una causa intelligente, principio che secondo il giudice “mira ad escludere le teorie di Darwin”.

Anche in Georgia un tribunale ha ordinato di rimuovere dai libri di testo adesivi con riferimenti al disegno intelligente. Mentre in novembre il Kansas ha approvato nuovi regolamenti scolastici che mettono in dubbio le conclusioni di Charles Darwin.

Per saperne di più, ZENIT ha voluto porre alcune domande al professore Armin Schwibach docente di Epistemologia, Metafisica, Filosofia della Natura, Filosofia moderna e contemporanea all’Ateneo Pontificio S. Anselmo e all’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.

Schwibach è anche corrispondente per l’Italia e il Vaticano del giornale cattolico tedesco “Die Tagespost”.

Che cos'è è il "progetto intelligente"?

Schwibach: Da venti anni circa l’espressione “progetto intelligente” è diventata, all’interno della scienza, sinonimo di una “alternativa” al modello evolutivo della realtà biologica e (nelle forme, che seguono gli sviluppi del cosiddetto principio antropico) fisica. Nasce per contrapporsi a un evoluzionismo neodarwinista dogmatico, monista e materialista, mettendo l’accento sull’infinita complessità del reale e della vita.

Tali interpretazioni scientifiche pare si siano fortemente legate a un “creazionismo”, cioè a una visione fissa o fissativa dell’atto creativo divino. Vale come per ogni teoria scientifica: se vuole essere scienza, deve adempiere ai criteri di scientificità. C’è il rischio che tale “progetto” diventi esso stesso ideologia fondamentalista. Se dovesse essere così, cadrebbe sotto la scure della ragione quanto l’evoluzionismo neodarwinista.

L’alternativa non è evoluzionismo o creazionismo. L’alternativa vera è realizzare liberamente la capacità della ragione, in modo non pregiudiziale, guidati dal vivo adoperarsi per la verità, guidati dalla presenza di Dio, che vuole essere cercato e trovato in tutto.

Qual è la consistenza scientifica della teoria evoluzionista di Darwin? Si tratta di un fatto, di un fenomeno della natura, di una ipotesi, di una legge, di un sistema o di cos'altro?

Schwibach: Una teoria scientifica, insieme di regole e leggi che descrivono i processi della natura, è un modello interpretativo della realtà. Tale insieme si fonda su dati osservabili o potenzialmente osservabili che potranno entrare in una sperimentazione. I dati empirici rimangono comunque subordinati alla teoria, in quanto solo attraverso la capacità teorica e la sua possibile condivisione un determinato campo fenomenale accede a una nuova dimensione di comprensione del suo funzionamento o del suo essere.

La ripetibilità di sperimentazioni fatte e la previsione di fenomeni futuri sono parte costitutiva della validità scientifica di un impianto teorico. Ogni teoria scientifica è per definizione fallibile: cerca di verificare conseguenze della teoria senza per questo avere come scopo primario la ricerca della verità, che esula dalla competenza dello scienziato.

Le teorie dell’evoluzione hanno il carattere particolare di essere teorie scientifiche storiche, che, attraverso mezzi quali la paleontologia, la paleobiologia ecc., a partire da un punto sommo di evoluzione raggiunto, cioè quello raggiunto adesso, ricostruiscono le linee di percorso attraverso le quali si è giunti a tale sommo punto. Non si tratta dell’integrazione sperimentale di dati in un sistema teorico da verificare o falsificare attraverso un funzionamento osservabile e/o esprimibile in termini matematici.

I fenomeni naturali spingono alla costruzione di un peculiare modello interpretativo, che deve dimostrarsi migliore rispetto ad altri, sia in rapporto alla sua funzione, sia in rapporto al campo fenomenale che copre. Le teorie evoluzionistiche nascono come teorie biologiche. Quando si esprimono sull’essere umano razionale e sul suo sviluppo si occupano del fenomeno di massima complessità conosciuta nel cosmo.

In quanto tale, una scienza positiva pensa di potersi esprimere in un ambito tradizionalmente riservato alla filosofia e alla religione. E lo fa mettendo in discussione un assunto teorico, cioè quello filosofico o teologico, che però si muove su un livello diverso di razionalità.

Le teorie dell’evoluzione tendono, dunque, a oltrepassare il limite imposto dal metodo di un scienza che determina una visione del mondo riduttiva e riduzionista, materiale e materialista, trascinando nella relatività di un progetto culturale antagonista rispetto ad altri.

L’evoluzione riguarda un limitato fenomeno osservabile nella natura, dovrebbe perciò configurarsi come ipotesi interpretativa, individuando le cui regole si possa creare un sistema coerente, che aiuti a comprendere meglio. Purtroppo, invece, si impone come visione del mondo materialista.

In che modo e perché la teoria evoluzionista è stata utilizzata per cancellare l'esistenza del Creatore?

Schwibach: Se i fenomeni complessi e i fenomeni della vita in particolare sono il prodotto di un meccanismo di mutazioni casuali e selezione degli organismi più adatti a determinate nicchie ecologiche, se infine tale processo materiale si ricostruisce in via ipotetica (perché non si è in grado di farlo diversamente) fino alle origini dell’universo (per il quale esiste una sua teoria evolutiva di ordine analogo, ma diversa), appare inutile l’idea che tutto sia frutto di una volontà e ragione creatrice che sta al di fuori del processo stesso, al di fuori dello spazio e del tempo.

Dio diventa quindi espressione mitologica per ciò che ancora non si “sa”, che ancora non si è potuto esprimere nel modo della presunta razionalità scientifica. La creazione, che porta nel seno della sua realtà la ragione divina attiva creatrice, che si immerge liberamente nel suo creato e costituisce la dimensione di senso di esso, diventa una delle ipotesi possibili e, dal momento che è potente espressione dell’intimo di molti, idea da combattere. Il materialismo e l’evoluzionismo materialista sono “semplici”. Nella loro semplicità e banalità attraenti. Offrono veloci risposte e mettono a disposizione strumenti ordinati per esercitare un nuovo potere. Un potere che diventa fine a se stesso.

Credere nel Creatore come colui che ha fatto nascere la vita è in contrasto con la teoria evoluzionista?

Schwibach: Non esiste una teoria evoluzionista. Esistono vari modelli che esplicano reali, possibili o ipotetiche evoluzioni su diversi livelli. In quanto teorie scientifiche, queste teorie esercitano una razionalità di ordine distinto da quella della fede, della teologia e della filosofia. Dunque la fede o una teologia naturale o della rivelazione non sono opposti all’idea dell’evoluzione.

La filosofia e la fede si occupano della razionalità del reale e mettono al centro del loro essere la domanda, la disponibilità e la capacità di mettersi in ascolto dei modi in cui questa razionalità si manifesta nella totalità del reale. Una teoria evoluzionista, invece, cerca con i mezzi della scienza di tracciare le strutture del prodotto di questa razionalità e non entra, dunque, necessariamente in conflitto con questa. Il conflitto nasce solo se le sue pretese non sono scientifiche, ma ideologiche.

Che cosa dice il magistero della Chiesa in merito?

Schwibach: Nella consapevolezza dell’estrema mutevolezza e velocità degli sviluppi della scienza, il magistero è da sempre cauto e invita ad esercitare la ragione responsabilmente e in modo intellettualmente coerente, rifiutando estremismi e riduzionismi. Il magistero pretende che la scienza sia scientifica. Nell’enciclica Humani generis (1950), Pio XII ammonisce riguardo a un certo evoluzionismo: “Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali, e con temerarietà sostengono l'ipotesi monistica e panteistica dell'universo soggetto a continua evoluzione”.

Dunque il Papa mette in guardia dalla ideologizzazione. Non a caso aggiunge: “Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio”. Pio XII, grande estimatore delle scienze e delle loro potenzialità, è consapevole che la Chiesa deve tenere conto delle scienza positive “quando si tratta di fatti realmente dimostrati”, ma: “bisogna andar cauti quando si tratta piuttosto di ipotesi, benché in qualche modo fondate scientificamente, nelle quali si tocca la dottrina contenuta nella Sacra Scrittura o anche nella tradizione. Se tali ipotesi vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata, non possono ammettersi in alcun modo”.

Ciò non significa che la Chiesa stabilisce ciò che può essere scientificamente valido. Significa una cosa molto più importante: la Chiesa afferma una dimensione di verità, con la quale verità di altri ordini di conoscenza non possono entrare in conflitto. Se i conflitti nascono in quanto orchestrati da certe intenzioni non scientifiche, la Chiesa ha il dovere, derivante dalla verità della ragione e dall’essere della ragione, di opporsi. La Chiesa opera, quindi, una ragionevole e razionale ponderazione di ipotesi, della loro portata e delle loro aperte o taciute intenzioni.

Pio XII conclude: “Per queste ragioni il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell'attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell'evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull'origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente da Dio). Però questo deve essere fatto in modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all'evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l'ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede”.

Il magistero sostiene e promuove ogni attività della ragione protesa al maggiore dispiegamento della verità e rifiuta ogni limitazione indebita dell’intelligenza e dello spirito umano. Logos divino e logos immanente sono intrecciati. Quindi una negazione del logos divino conduce a un autoannientamento del logos immanente.

Il 7 luglio del 2005, il Cardinale Cristoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, ha pubblicato un articolo sul New York Times in merito alla teoria evoluzionista che ha suscitato una discussione a livello internazionale. Che cosa ha detto di così straordinario ?

Schwibach: Lo scopo dell’intervento del Cardinale sul New York Times era rendere chiaro che l’affermazione della scienza neodarwinista, secondo cui la Chiesa avrebbe, per un tacito consenso, accettato il “fatto dell’evoluzione” così come è letto dal “dogma neo-darwiniano”, non ha alcun fondamento. Le parole di Giovanni Paolo II, che nel 1996 affermò che l’evoluzione è “più che una semplice ipotesi”, non devono essere interpretate come assenso alla teoria, la cui validità ha da essere controllata considerandone i presupposti di carattere ideologico e non-scientifico che gli stessi scienziati di volta in volta assumono.

La teoria evoluzionista neodarwinista, che riconosce solo delle strutture e linee di argomentazione e di analisi di carattere materialista e monista, è radicalmente opposta a una visione che, su un livello teorico, presuppone la necessità di un livello di senso non riconducibile al mero funzionamento materiale.

La Chiesa afferma una ragione che è in grado di poter distinguere nel mondo naturale una dimensione teleologica sia dell’origine che del fine. Non si contesta dunque a priori la possibilità di una dottrina della discendenza (comune), ma un evoluzionismo inteso come processo di variazioni casuali attraverso mutazioni materiali e criteri di selezione certi. Schönborn constata l’evidente “progetto” nella natura. Negarlo non è scienza, ma ideologia.

Il Cardinale Schönborn distingue due livelli di razionalità: uno di natura teologico-filosofica e l’altro di natura scientifica. Se uno scienziato afferma di poter comprendere tutta la realtà, allora pecca di un illecito sconfinamento di competenza. La ragione capace di metafisica si pone la domanda di senso, oltrepassa il limite dell’osservabile, del numericamente misurabile.

Schönborn nega a una scienza materialista il diritto di uniformare la razionalità e di ridurla ad un aspetto solo, senza darne una giustificazione. Cita Giovanni Paolo II, che insegna: “Tutte le osservazioni concernenti lo sviluppo della vita conducono a un’analoga conclusione. L’evoluzione degli esseri viventi, di cui la scienza cerca di determinare le tappe e discernere il meccanismo, presenta un interno finalismo che suscita ammirazione. Questa finalità che orienta gli esseri in una direzione, di cui non sono padroni né responsabili, obbliga a supporre uno Spirito che ne è l’inventore, il creatore”.

Il Cardinale Schönborn afferma che tale uso della parola evoluzione nulla ha a che fare con l’uso materialista che ne fa l’evoluzionismo neo-darwiniano e riferisce la conclusione del documento finale della Commissione Teologica Internazionale del 2004: “Un processo di evoluzione non guidato - che sia totalmente estraneo all’azione della divina provvidenza - semplicemente non può esistere”. Quest’affermazione riecheggia anche nelle parole di Benedetto XVI pronunciate nella messa inaugurale del suo pontificato: “Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario”.

Il Cardinale Schönborn conclude: “Ora, all’inizio del XXI secolo, dovendo far fronte a pretese scientifiche come il neo-darwinismo e la ‘multi-versum’- ipotesi di cosmologia inventate per evitare la irresistibile evidenza dell’esistenza di un fine e di un progetto presente nella scienza moderna - la Chiesa Cattolica deve ancora difendere la ragione umana e proclamare che l’immanente progetto evidente nella natura è reale. Le teorie scientifiche che cercano di eliminare l’apparire del progetto come il risultato ‘del caso e della necessità’ non sono affatto scientifiche, ma, così come Giovanni Paolo II ha affermato, sono un’abdicazione dell’intelligenza umana”.

La Chiesa conosce la dignità della ragione umana e la protegge dal suo autoannientamento. La vita complessa non è un prodotto del caso. La complessità necessita di un principio d’ordine.

ZI06020910

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Editoriale del 25 03 2006

Card. Martino "Pace e Guerra"; Thomas: "Faith based diplomacy" ; Condy Rice : "Difesa diritti umani"

Santa Sede


“Pace e Guerra” e il ruolo della religione
La dimensione spirituale delle relazioni internazionali

ROMA, sabato, 25 marzo 2006 (ZENIT.org).- Il ruolo della Chiesa cattolica nella promozione della pace è oggetto di un recente libro del Cardinale Renato Martino. Il saggio, dal titolo “Pace e Guerra”, è pubblicato per ora solo in italiano da Cantagalli.

Il Cardinal Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, esordisce con una rassegna dei concetti biblici e teologici, prima di passare a considerare i problemi dell’attualità.

Secondo il porporato, la guerra e la violenza in generale sono viste nella Bibbia come un male grave e, vista l’impossibilità di eliminarle del tutto, occorre agire per limitarne la portata e le conseguenze negative.

L’altro lato della medaglia è che la pace viene considerata, sia dalla Bibbia che dalla riflessione teologica, non solo come l’assenza di conflitto, ma come il raggiungimento di una piena relazione con gli altri e con Dio. Nel corso di molti secoli, la riflessione teologica in materia di guerra e pace si è concentrata sull’elaborazione di una serie di norme dirette a regolare e limitare l’uso della violenza. Il Cardinal Martino, però, cita alcuni testi che dimostrano anche la presenza di una più ampia considerazione spirituale da parte dei teologi.

La pace, spiega il Cardinale, è un dono di Dio. Ma il dono richiede anche la nostra collaborazione, poiché noi siamo liberi di accettarlo o di rifiutarlo. Purtroppo, la storia dimostra una tale persistente presenza della guerra e della violenza, che per molte persone la conquista della pace è come un sogno irraggiungibile.

Quanto alla situazione odierna, il Cardinal Martino ritiene che l’attuale capacità di devastazione delle armi moderne renda difficile giustificare l’uso della forza armata. Per questo motivo la Chiesa ha di recente sostenuto l’uso della non violenza come strumento per la risoluzione delle controversie. Tuttavia, aggiunge, questa è una strategia che richiede tempi piuttosto lunghi e per molti può sembrare una risposta insufficiente rispetto ad alcune situazioni di grave ingiustizia che esigono risposte immediate.

La verità essenziale

E’ dunque un errore – continua il Cardinale – ridurre la discussione sulla guerra e la violenza alla mera questione immediata se partecipare o no ad un determinato conflitto. La pace, infatti, è un progetto a lungo termine che implica molteplici fattori.

Per conquistare la pace è necessario lavorare per il bene comune universale e impegnarsi continuativamente per un’educazione alla pace.

Anche la questione della verità è importante, nel senso che la pace non è solo un fenomeno negativo – l’assenza di conflitto –, ma implica un impegno positivo a vivere in armonia con la legge naturale.

La verità diventa quindi essenziale per comprendere questa legge e per raggiungere un’adeguata comprensione della natura della dignità umana, la quale a sua volta genera una consapevolezza di appartenenza ad una comunità.

Il Cardinal Martino prende quindi in esame il fenomeno della guerra nell’ambito di un mondo sempre più globalizzato. In tale contesto, il potere derivante dalle nuove tecnologie e dai moderni mezzi di comunicazione, in mano a gruppi anche molto ristretti di terroristi, implica che la violenza e la guerra diventino una realtà capace di imporsi sempre di più alla nostra coscienza. Anche i conflitti locali e le guerre civili che vengono combattute in Paesi lontani vengono ritrasmesse direttamente nei salotti delle nostre case.

La globalizzazione, tuttavia, facilita anche la diffusione del messaggio della pace e la mobilitazione dell’opinione pubblica in questo senso.

In questo modo, è diventato più facile promuovere il dialogo a livello globale e operare per eliminare o ridurre i conflitti da parte delle organizzazioni e istituzioni internazionali.

La Chiesa, da parte sua, offre al mondo globalizzato il messaggio di Dio, Creatore e Padre, che ci chiama a formare una famiglia unita in cui a ciascuno sono riconosciuti gli stessi diritti e doveri, sulla base della nostra comune dignità umana.

La parte conclusiva del libro precisa la distinzione tra i cosiddetti pacifisti e chi lavora per la pace. Il pacifismo, nonostante i suoi aspetti positivi, corre il rischio di diventare un’ideologia intollerante, insensibile alla complessità dei problemi, sostiene il Cardinale. Ciò di cui abbiamo bisogno e su cui ha lavorato il Papa Giovanni Paolo II è invece un impegno a favore della pace.

Il mito del liberalismo

Il ruolo della religione nella sfera dei rapporti tra gli Stati è oggetto di un libro, pubblicato nel 2005, di Scott M. Thomas, dell’Università di Bath, in Inghilterra. Il volume, intitolato “The Global Resurgence of Religion and the Transformation of International Relations” (ed. Palgrave), sostiene che il rifiorire della religione rappresenta una sfida alla tradizionale impostazione di molti studiosi relativa al modo di operare degli Stati e della comunità internazionale.

La “mitologia politica del liberalismo – osserva Thomas – è il mito di uno Stato moderno secolarizzato che ci salva dalle moderne guerre di religione e dagli scontri di civiltà”, oltre che dagli attacchi terroristici come quelli dell’11 settembre 2001, che hanno generato timori nei confronti della minaccia del fondamentalismo religioso.

Le minori preoccupazioni riguardo al ruolo della religione nell’esacerbare i conflitti sono dovute anche al fatto che gli studiosi si sono tolti i paraocchi e che la loro visione non è più distorta dalle limitazioni del materialismo, del positivismo e del marxismo. La religione ha sempre fatto parte della politica, così come fa parte della società e della cultura in generale, sottolinea Thomas.

Allo stesso tempo, è evidente che siamo nell’ambito di una sorta di rinascita globale della religione. Ciò è dovuto, sostiene il professore, alla crisi della modernità, in cui la fiducia nella scienza e nella tecnologia come soluzione ad ogni problema si è indebolita. A ciò si accompagna un cambiamento degli ultimi anni nella natura stessa dei conflitti, che li ha portati più all’interno degli Stati e meno tra gli Stati. In questi conflitti civili, i fattori etnico e religioso tendono a svolgere un ruolo più rilevante.

Diplomazia e religione

Sebbene la religione possa talvolta essere causa di divisione, Thomas osserva tuttavia che molte organizzazioni e confessioni religiose hanno contribuito alla risoluzione dei conflitti. L’accresciuto ruolo di ciò che definisce come “ faith-based diplomacy” (diplomazia a sfondo religioso) non è un fumoso idealismo. Si tratta invece di un’azione doppiamente realistica, che tiene conto dei problemi politici e delle divisioni, e che è consapevole dell’esistenza di un “progetto divino sul mondo”.

È un tipo di diplomazia in cui la religione rientra a pieno titolo tra gli strumenti di governo e che rifiuta il razionalismo laicista. Essa persegue anche un cambiamento sociale di più ampia portata, tentando di trasformare il rapporto della gente con Dio e con gli altri.

Thomas indica quindi quegli elementi che la religione può portare, come contributo positivo, al tavolo dei negoziati:

- La motivazione ad operare per il raggiungimento della pace si radica in una profonda identità e sensibilità religiosa.

- Le istituzioni religiose e i loro responsabili hanno grande familiarità con i problemi locali e sono ben inseriti sul territorio per agire da mediatori.

- Le preghiere e gli atti rituali della religione rappresentano un ambito utile per il processo di guarigione e di riconciliazione.

- I leader religiosi, grazie alla loro autorità spirituale, hanno un’insostituibile capacità di riconciliare i gruppi in conflitto.

Thomas dedica poi un capitolo a dimostrare che la religione può svolgere un ruolo essenziale nei progetti di ricostruzione di una società civile e di promozione della democrazia. Nel passato, osserva, i Governi occidentali si sono adoperati per promuovere la democrazia sostenendo spesso solo una piccola varietà di organizzazioni, principalmente quelle del settore dei diritti umani e dell’educazione civica.

Spesso, tuttavia, questi sforzi non sono stati sufficienti, ottenendo solo qualche successo limitato. Un approccio più efficace – sostiene Thomas – è quello che contempla anche la promozione dei valori religiosi, poiché la costruzione di una comunità e di una vita pubblica non può fare a meno del sostegno dei fondamentali elementi culturali e religiosi locali.

Un altro capitolo è dedicato ad esaminare l’interazione tra la religione e lo sviluppo economico. Anche in questo caso, Thomas sostiene che una buona crescita si potrà avere solo se i cambiamenti economici e sociali corrispondono alla base morale della società. Religione e spiritualità, a quanto pare, hanno un ruolo essenziale in questo mondo postmoderno.
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Costume e Società


Rapporto annuale USA sul rispetto dei diritti umani nel mondo
Rice: diritti umani e democrazia, “basi per una pace duratura nel mondo”

WASHINGTON, D.C., sabato, 25 marzo 2006 (ZENIT.org).- Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha pubblicato, l’8 marzo scorso, il suo rapporto annuale sul rispetto dei diritti umani nel mondo. Il volume, intitolato “The Country Reports on Human Rights Practices for 2005”, riporta dati relativi a 196 Paesi.

Come di consueto, il rapporto solleva anche le critiche di quei Paesi che non gradiscono il fatto di essere oggetto di una pagella espressa dagli Stati Uniti.

La Cina, da parte sua, ha contrattaccato esprimendo critiche sulla situazione dei diritti umani negli stessi Stati Uniti, secondo il New York Times del 9 marzo. “Come negli scorsi anni”, ha dichiarato il Consiglio di Stato cinese in un comunicato, “il Dipartimento di Stato ha puntato il dito contro la situazione dei diritti umani in più di 190 Stati e regioni, tra cui la Cina, ma ha taciuto in merito alle gravi violazioni dei diritti umani che avvengono negli Stati Uniti”.

Anche la Russia ha espresso la propria insoddisfazione. Il 10 marzo, la Reuters ha riportato le parole del Ministro degli Esteri: “Purtroppo questi rapporti non imparziali rischiano di frapporsi allo sviluppo di buone relazioni fra Russia e Stati Uniti”.

Anticipando questo tipo di critiche, il Segretario di Stato Condoleezza Rice, nel corso della presentazione del rapporto, ha osservato che la promozione dei diritti umani e della democrazia “contribuisce a porre le basi per una pace duratura nel mondo”. La Rice ha anche sostenuto che le Nazioni libere hanno il dovere di difendere i diritti umani e di contribuire a diffondere la democrazia.

Nell’introduzione, il rapporto espone sei considerazioni generali, basate sui dati che sono stati raccolti:

- I Paesi in cui il potere è concentrato nelle mani di responsabili che non devono rendere conto del proprio operato risultano essere quelli che violano in modo più sistematico i diritti umani. Questi Stati hanno delle forme di governo che variano da quelle dei sistemi totalitari chiusi, in cui i cittadini sono sottoposti ad una generale privazione dei diritti fondamentali, a quelle in cui i sistemi autoritari esercitano gravi restrizioni nei confronti di tali diritti.

- I diritti umani e la democrazia sono strettamente legati tra loro e sono entrambi essenziali per una stabilità e una sicurezza a lungo termine. Le Nazioni libere e democratiche che rispettano i diritti dei cittadini pongono in questo modo le basi per una pace duratura.

- Tra le violazioni più gravi dei diritti umani vi sono quelle commesse direttamente dai Governi nell’ambito di conflitti armati interni o transfrontalieri.

- L’oppressione della società civile e dei mezzi di comunicazione implica la violazione delle libertà fondamentali d’espressione, di associazione e di assemblea. Per contro, una società civile forte, con la presenza di mezzi di comunicazione indipendenti, contribuisce a creare le condizioni per un vero rispetto dei diritti umani.

- Le elezioni democratiche di per sé non assicurano il rispetto dei diritti umani. Tuttavia, esse possono collocare il Paese sulla via delle riforme e porre le basi per l’istituzionalizzazione della tutela dei diritti umani.

- La via delle riforme democratiche e del rispetto dei diritti umani non è né lineare né garantita. I passi in avanti che vengono compiuti possono essere segnati da irregolarità e da gravi battute d’arresto.

Le gravi violazioni

Le lamentele della Cina sono state forse innescate dalle forti critiche espresse dal Dipartimento di Stato USA. I dati sul suo rispetto dei diritti umani rimangono comunque negativi secondo il rapporto, per il quale il Governo di Pechino continua a “commettere numerose gravi violazioni”.

Tra queste figurano le seguenti: violenze fisiche con conseguenti decessi durante la detenzione; oppressioni, arresti e detenzioni di persone considerate pericolose per l’autorità di partito e di governo; sistema giudiziario controllato politicamente e assenza in taluni casi di un giusto processo; maggiori restrizioni alla libertà di parola e di stampa; repressioni di minoranze culturali e religiose; lavoro forzato.

Anche i dati relativi alla Corea del Nord sono stati posti sotto accusa. Tra le violazioni evidenziate nel rapporto figurano: uccisioni stragiudiziarie, sparizioni e detenzioni arbitrarie; aborti forzati e infanticidi in prigione; mancanza di indipendenza del sistema giudiziario e di un giusto processo; negazione del diritto alle libertà di parola, di stampa e di associazione.

Il Dipartimento di Stato calcola che attualmente siano detenute, anche per motivi politici, tra le 150.000 e le 200.000 persone in campi di prigionia in aree remote. Secondo i resoconti, le condizioni di vita dei prigionieri politici in questi campi sono estremamente dure e si pensa che molti internati non siano in grado di sopravvivere.

Il continente africano

La sezione sull’Africa evidenzia numerosi problemi. In Congo, ad esempio, il controllo del Governo rimane debole su alcune zone del Paese in cui i gruppi armati operano liberamente. E persino dove il Governo esercita l’autorità, le istituzioni sono generalmente incapaci di mantenere un controllo effettivo delle forze di polizia, le quali, secondo il rapporto, sono responsabili di numerose violazioni dei diritti umani e godono di impunità, in particolare nella parte orientale.

Il Sudan è un altro Paese con gravi problemi per i diritti umani. Sia il Governo che le forze paramilitari che operano con il sostegno dello Stato si sono resi responsabili di gravi violazioni l’anno scorso.

Il Dipartimento di Stato cita dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo i quali si stima che i conflitti abbiano provocato 70.000 morti civili e 1,9 milioni di rifugiati.

Anche lo Zimbabwe è indicato come uno dei Paesi con una situazione dei diritti umani “molto carente”. Nel corso dell’ultima campagna elettorale, il Governo ha interferito sistematicamente con le attività dell’opposizione. Il rapporto menziona inoltre la campagna governativa volta a demolire presunte abitazioni abusive. A causa di questa campagna, più di 700.000 persone hanno perso la casa, e molti hanno perso anche l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

Impunità legale

Quanto al continente europeo, il capitolo sulla Russia segnala violazioni dei diritti umani nei conflitti relativi alla Cecenia. Sia le forze federali che quelle del Governo ufficiale ceceno hanno generalmente goduto di una impunità legale. Secondo il rapporto, infatti, non è stato riscontrato alcun impegno delle autorità federali diretto ad arginare le diffuse violazioni dei diritti umani.

Nella stessa Russia, il Dipartimento di Stato USA esprime preoccupazione per la progressiva centralizzazione del potere nelle mani dell’Esecutivo, combinata con le continue restrizioni alle libertà dei mezzi di comunicazione e con il consenso del Parlamento. Vengono inoltre evidenziate la presenza della perdurante corruzione, di una legalità non imparziale, di pressioni politiche sul potere giudiziario e di un’oppressione nei confronti delle organizzazioni non governative.

Qualche sviluppo positivo, però, c’è stato. Secondo il rapporto, in una serie di casi il potere giudiziario ha dimostrato maggiore indipendenza. E le riforme avviate negli anni precedenti continuano a produrre miglioramenti nella gestione della giustizia penale. Le autorità hanno anche cercato di fronteggiare i problemi di discriminazione razziale ed etnica.

Anche molte delle Repubbliche nate dalla disgregazione dell’Unione Sovietica risultano avere gravi problemi nel rispetto dei diritti umani, secondo il rapporto. Ad esempio, in Azerbaijan vi sono stati decessi dovuti alle torture e ai maltrattamenti dei prigionieri, mentre alcuni oppositori politici sono stati arrestati e detenuti arbitrariamente.

In alcune zone della Bielorussia la situazione è peggiorata, a causa delle “numerose gravi violazioni” commesse dal Governo. Tra i fenomeni registrati vi sono la scomparsa di giornalisti e personalità politiche dell’opposizione; l’arresto e la detenzione arbitraria per motivi politici; la mancanza di indipendenza del potere giudiziario; la messa fuori legge di organizzazioni non governative e di confessioni religiose.

Il Medio Oriente

I Paesi mediorientali continuano ad avere gravi problemi nell’ambito dei diritti umani. In Arabia Saudita vi sono stati arresti arbitrari, violazioni della privacy, restrizioni delle libertà civili e religiose e assenza di un potere giudiziario indipendente, secondo il rapporto USA.

Nello scorso anno c’è stato ad ogni modo qualche progresso. Per la prima volta dal 1963 si sono svolte le elezioni di qualche organo governativo, anche se alle donne non è stato consentito di votare o di essere elette. Il Dipartimento di Stato ha inoltre osservato che nel corso del 2005 è aumentata l’attenzione dell’opinione pubblica per i diritti umani e che, diversamente dagli anni precedenti, nei mezzi di comunicazione vi è stato qualche dibattito sui diritti.

L’Iran è stato oggetto di forti critiche. Il rapporto USA ricorda che il 16 dicembre scorso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione in cui esprime forti preoccupazioni per il rispetto dei diritti umani nel Paese. Tra i problemi sollevati vi sono le esecuzioni sommarie, anche contro i minori; le violenze perpetrate da gruppi di polizia paragovernativi; arresti e detenzioni arbitrarie; gravi restrizioni alla libertà religiosa. E con i più recenti sviluppi relativi alla questione del suo programma nucleare, le voci di critica contro l’Iran stanno aumentando.
ZIA06032502

 

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Elenco degli scritti che, qui di seguito scorrendo, si offrono in lettura (talvolta tradotti dall'originale, talaltra semplicemente ripubblicati):

  1. Benedetto XVI spiega la causa della crisi nata nella Chiesa dopo il Concilio
  2. Pace e guerra. La geopolitica del Vaticano, di Sandro Magister
  3. Individuare un disegno nella natura, di Christoph Schönborn O.P. Cardinale di Vienna che scrive sul New York Times "Altolà al dogma neo-darwiniano"
  4. La teologia della liturgia e il sacrificio della Messa , Conferenza tenuta dall'allora Card. J. Ratzinger, nel monastero di Fontgombault nel 2001
  5. A ROMA UN CARDINALE SOGNA L'AMERICA è R U I N I , di Sandro Magister
  6. Religione e integrazione europea: osservazioni dall’America, del sociologo della religione : Peter L. Berger
  7. ”Quando, lentamente, l’andamento delle votazioni...”. Estratto del Discorso di Benedetto XVI del 25 aprile, ell’originale tedesco e nella versione italiana
  8. Messaggio di Benedetto XVI letto al termine della Santa Messa di fine Conclave , Testo Latino con traduzione italiana
  9. 1978-2005: aspetti meno noti nei XXVII anni di Pontificato di Giovanni Paolo II
    RICORDIAMO GIOVANNI PAOLO II ELENCANDO IVI DI SEGUITO ASPETTI POCO NOTI MA FONDAMENTALI E FORTEMENTE SIGNIFICATIVI DELLA SUA ELEVATA GIURISDIZIONE
  10. Gli insegnamenti più noti nel magistero di Giovanni Paolo II
    La Redemptor hominis, prima enciclica di Giovanni Paolo II
    La dottrina sociale
    La dottrina etica
    Fede e ragione
    La Chiesa di Cristo
    Le encicliche sul Padre e sullo Spirito Santo
    Gli stati di vita nella Chiesa
    Catechesi e vita sacramentale
    La missione
    Ecumenismo
    Maria, Madre della Chiesa
    La Chiesa in cammino verso il Terzo Millennio

"Non dimenticheremo il tuo insegnamento, non ci dispereremo!

Ed ora, aiutaci dal Cielo a continuare la Buona Battaglia"


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1. Benedetto XVI spiega la causa della crisi nata nella Chiesa dopo il Concilio
Un’interpretazione errata dei suoi testi

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 22 dicembre 2005 (ZENIT.org).- La crisi nata nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II non è stata provocata dai suoi documenti, ma dalla loro interpretazione da parte di una corrente di pensiero.

Il Pontefice ha offerto una lunga analisi dell’eredità lasciata da quel vertice di tutti i Vescovi del mondo, che ha avuto luogo tra il 1962 e il 1965, incontrando questo giovedì i suoi collaboratori della Curia romana per porgere loro gli auguri di Natale.

“Che cosa, nella ricezione del Concilio, è stato buono, che cosa insufficiente o sbagliato?”, ha chiesto il Papa ai presenti riferendosi all’applicazione del Concilio ecumenico.

Secondo il Pontefice, la ricezione ha avuto luogo secondo due interpretazioni, o, come si dice oggi in Teologia, due “ermeneutiche” “contrarie” che “si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro”.

La prima interpretazione è quella che il Papa ha definito “ermeneutica della discontinuità e della rottura” “tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare”.

In base a questa visione, l’aspetto importante del Concilio non sono i suoi testi, ma lo spirito di rinnovamento che ha portato nella Chiesa.

“Essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna”, ha riconosciuto.

L’altra interpretazione è “l’ermeneutica della riforma”, proposta dai Papi che hanno inaugurato e chiuso il Concilio, Giovanni XXIII e Paolo VI, e che, come ha constatato, sta dando frutti “silenziosamente ma sempre più visibilmente”.

In base a questa visione, l’obiettivo del Concilio e di ogni riforma nella Chiesa è “trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti”, essendo consapevoli del fatto che “il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell'antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell'opera, che la nostra età esige”.

“Una cosa è infatti il deposito della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo col quale esse sono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata”, ha spiegato citando Giovanni XXIII.

In questo modo, il Concilio ha presentato una “nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno”, ha segnalato il Papa, sottolineando che “la Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi”.

“Così possiamo oggi con gratitudine volgere il nostro sguardo al Concilio Vaticano II – ha concluso –: se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa”.

ZI05122214

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2.

Pace e guerra. La geopolitica del Vaticano

di Sandro Magister


Fin dalle origini il cristianesimo non ha mai escluso la guerra dall’orizzonte del praticabile e del giusto. Ai soldati, il severo Giovanni Battista non chiede di abbandonare le armi, ma di accontentarsi della paga. Ai suoi apostoli, Gesù non impedisce di portare la spada e Pietro la sfodera in difesa del Maestro, nell’orto degli ulivi. Il primo a riconoscere pubblicamente Gesù come Figlio di Dio, sulla croce, è il centurione romano.

A Cesare, cui il centurione obbedisce, Gesù ha detto di dare “ quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. I primi santi cristiani, alcuni dei quali soldati, sacrificano la vita non perché vogliono disubbidire a Cesare, ma perché rifiutano di riconoscerlo come Dio.

Nella Lettera ai Romani, capitolo 13, l’apostolo Paolo scrive che le autorità “sono al servizio di Dio” anche “per manifestare la sua collera verso chi fa il male”. Esse “hanno realmente il potere di punire”.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato nel 1997 da Giovanni Paolo II e, più in breve, il suo Compendio promulgato nel 2005 da Benedetto XVI hanno dei paragrafi espressamente riguardanti la guerra. La legittimità morale della guerra – dice il Catechismo citando la costituzione “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II – “spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace” (nn. 2309-2310).

Nei venti secoli che vanno dal Nuovo Testamento al Catechismo, la dottrina detta della “guerra giusta” ha i suoi più autorevoli teorizzatori in sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino.

Sant’Agostino ne scrive nel libro XIX della “Città di Dio”, sullo sfondo delle invasioni barbariche e del sacco di Roma del 410, ma prima e più ancora sullo sfondo del peccato originale che segna l’umanità tutta e la sua storia terrena. Agostino definisce la pace internazionale “tranquillitas ordinis”. Quando aggressori ingiusti rompono tale ordine e mettono in pericolo un popolo, chi ha autorità su questo popolo ha il dovere di difenderlo e di operare per ripristinare le condizioni minime di un assetto internazionale regolato dal diritto, se necessario con la forza militare.

Sia per sant’Agostino che per san Tommaso la riflessione sulla guerra è ancorata ai principii della carità e della giustizia.

È dentro questo quadro dottrinale che la Chiesa si è mossa e si muove tuttora, in rapporto alla pace “in terris” e alla guerra.

È nel quadro di questa dottrina che la Chiesa, secolo dopo secolo, ha fatto e fa politica, in quanto mescolata alla storia e parte essa stessa dell’assetto politico internazionale.

* * *
L’attuale geopolitica della Chiesa ha degli antecedenti storici che l’illuminano.

L’impero romano è il primo paesaggio sul quale la Chiesa si affaccia. Per descrivere il cammino della Chiesa nascente sospinta dal mandato di Gesù di portare il Vangelo “fino ai confini della terra” gli Atti degli Apostoli partono da Gerusalemme e terminano a Roma “caput mundi”.

E la Chiesa scopre che Roma è “cattolica” prima ancora di diventare cristiana. Cattolica perché universale. L’antica Roma fu questo: l’integrazione di ogni popolo entro un “diritto delle genti” pensato valido per l’intera umanità. Le legioni romane erano la sentinella armata dello spazio giuridico così creato, a tutela dei diritti di ciascun cittadino e della stabilità dell’ordine internazionale.

Ma perché la geopolitica della Chiesa si configuri nei termini a noi oggi famigliari occorre arrivare all’età moderna, al momento in cui il papato di Roma abbandona il sogno di una universale “Respublica Christiana” e si fa stato al pari di altri principati dell’epoca. Anzi, si mette alla testa del nascente, nuovo sistema europeo degli stati sovrani.

Costituendosi in principato, il papato di Roma si fa potenza politica, oltre che religiosa, in un mondo politico ormai divenuto policentrico. Le nunziature sono le sue rappresentanze diplomatiche stabili presso le più importanti corti europee. Dal Rinascimento alla metà del Seicento Roma è l’alta scuola dell’arte della diplomazia.

Nel nuovo ordine internazionale il papato abbraccia una politica realista, inizialmente molto aggressiva, almeno fino a Giulio II e Leone X, in un incessante sforzo per coalizzare equilibrii a sé favorevoli, tra stati tutti cristiani ma l’un contro l’altro armati.

L’universalismo della missione religiosa e civile del papa-principe traspare nella guerra contro l’infedele. All’immane catastrofe della caduta di Costantinopoli, nel 1453, la risposta di Pio II è il rilancio dell’idea di crociata, come lega dei principi cristiani, sotto la guida del papa, contro la minaccia musulmana sulla frontiera mediterranea e orientale. L’efficacia politica e militare dell’idea è nulla, come provano la caduta e il massacro di Otranto, nel 1480. Un secolo più tardi, l’idea di crociata ritorna con Pio V e la battaglia di Lepanto, nel 1571, ma solo ad opera di stati cattolici, in un’Europa già divenuta per metà protestante, e solo per brevissimo tempo. Con il rapido scioglimento della lega si perde anche la leadership politica del papa, nonostante l’attribuzione della vittoria sui turchi alla Madonna del Rosario, di cui si istituisce la festa.

Al di fuori di questi brevi lampi, già durante lo scontro tra Carlo V e Francesco I, nel Cinquecento, e poi più ancora nell’Europa disegnata dalla pace di Westfalia del 1648, al papato non resta che il ruolo politico di mediatore neutrale. Ruolo nobilmente motivato, ma che scade sempre più nell’impotenza e nell’irrilevanza. Dopo Westfalia, il papato finisce ai margini dalla grande scena internazionale.

Il suo peso è minimo anche nel rovesciare l’avanzata ottomana in Europa, alla fine del Seicento. Alla testa degli eserciti cristiani che a Vienna ricacciano indietro i turchi, nel 1683, non c’è il papa, nemmeno in simbolo. C’è il re polacco Giovanni Sobieski. A far da guida carismatica agli eserciti è un semplice frate cappuccino, Marco d’Aviano, beatificato da Giovanni Paolo II il 27 aprile 2003, all’insegna del motto, dopo la vittoria: “Veni, vidi, Deus vicit”.

L’origine di un sistema politico internazionale come quello che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli si fa convenzionalmente risalire alla pace di Westfalia del 1648. È un sistema fondato non più su un disegno universalista, ma sulla sovranità inviolabile di ogni singolo stato entro i propri confini e sulla separazione tra politica e religione. Di tale sistema la Chiesa di Roma è parte.

La Chiesa di Roma soffre della sua estromissione dalla scena politica. A metà del Settecento, Benedetto XIV scrive in una lettera al cardinale de Tencin: “Eravamo preparati a essere martiri per la fede in Cristo, ma non per la neutralità”.

È una neutralità spesso contestata ed irrisa. Basti pensare alla caduta in disgrazia di Pio IX dopo il suo rifiuto di combattere con i risorgimentali italiani contro l’Austria cattolica. O all’isolamento di Benedetto XV dopo la sua denuncia della prima guerra mondiale come “inutile strage”. O all’esclusione della Santa Sede dalle conferenze di pace al termine delle due guerre mondiali.

Va precisato che quando il papato perde l’ultimo residuo dello stato pontificio, nel 1870, non per questo però perde ogni suo potere temporale. Continua ad esercitarlo in altra forma, tant’è vero che nunziature e concordati registrano da lì in avanti una moltiplicazione inarrestabile. La ripresa di un dominio territoriale, la Città del Vaticano, nel 1929, non è il ritorno, su scala ridotta, al precedente stato pontificio: soggetto sovrano internazionalmente riconosciuto non è lo stato vaticano, ma la Santa Sede, un’entità sovraterritoriale in cui “temporalia” e “spiritualiacontinuano a fondersi.

Il sistema internazionale inaugurato a Westfalia resta sostanzialmente in vigore sino alla fine del XX secolo. La Guerra Fredda è stata anch’essa interna a questo sistema. Ma dopo il collasso dell’Unione Sovietica e più ancora dopo l’11 settembre 2001 il paesaggio internazionale cambia radicalmente. La sovranità inviolabile degli stati entro i propri confini non ne è più il pilastro indiscusso.

Oggi esiste al mondo una sola potenza egemone, gli Stati Uniti, sottoposta a tre sfide – politica, economica e militare – che non coincidono più in un solo soggetto. Sul terreno dell’egemonia politica globale lo sfidante numero uno, nel medio e nel lungo periodo, è la Cina. Sul terreno economico il rivale è l’Unione Europea. Sul terreno militare l’aggressore è l’islamismo terrorista. E questi tre soggetti sono tra loro diversi anche per natura. Uno solo, la Cina, è uno stato. L’Unione Europea è un’entità di incerta costituzione. E ancor più sfuggente è la fisionomia di Al Qaeda e simili. In un insieme così anarchico e asimmetrico, le categorie convenzionali non funzionano più.

E così può avvenire che un autorevole intellettuale cattolico americano e consigliere assai ascoltato alla Casa Bianca, Michael Novak, arrivi a Roma all’inizio di febbraio del 2003 per dire alle autorità vaticane che “nessuna superiore autorità morale avrebbe difficoltà a riconoscere che una guerra per prevenire questo nuovo tipo di jihad terroristica è non solo giusta ma moralmente obbligatoria”.

Come si sa, la “superiore autorità morale” impersonata da papa Giovanni Paolo II non condivideva tale giudizio. E disse forte la sua contrarietà alla guerra in Iraq.

Ma ciò nonostante, davanti al suo corpo morto, in San Pietro, si sono inginocchiati lo scorso 7 aprile i tre presidenti delle ultime cinque amministrazioni degli Stati Uniti. Al suo ufficio funebre sono accorse le autorità di quasi tutti gli stati della terra. Emarginato per tre secoli dal concerto degli stati, il papato di Roma è simbolicamente ritornato al centro del mondo. Davvero molto, moltissimo, è cambiato nel volgere di pochi decenni. Ma come? E come è cambiata, se è cambiata, la geopolitica vaticana?
* * *
Per rispondere a queste domande, e quindi per decifrare la geopolitica vaticana di oggi, è utile metterla a confronto con le maggiori dottrine geopolitiche presenti sul campo.

Queste dottrine possono essere ricondotte ai due principali orientamenti della politica estera americana: da un lato i “realisti”, dall’altro i “wilsioniani”, dal nome del presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921, Woodrow Wilson.

Da sempre, il realismo è la scuola di pensiero dominante nelle relazioni internazionali. I suoi padri ispiratori sono riconosciuti nello storico greco Tucidide e nell’autore del “Principe”, Nicolò Machiavelli. Secondo i realisti, il sistema politico internazionale è per natura anarchico. Quindi l’equilibrio tra gli stati, al proprio interno sovrani, esige che i rapporti tra essi siano determinati dalle rispettive forze: politiche, economiche, militari. L’obiettivo di ogni stato è la difesa del proprio interesse nazionale: quando tale interesse è minacciato dall’esterno, va tutelato con la forza necessaria. Nel secolo XX, il teorico più rilevante del realismo è stato Hans Morgenthau (1904-1980). Egli definisce l’interesse nazionale come potere allo stato puro; la politica estera di una nazione è difesa ed espansione del suo potere; e nei rapporti tra gli stati le considerazioni di ordine morale non devono avere spazio. Esse valgono per gli individui, ma se trasposte sul terreno geopolitico si rovesciano in immoralismo. Su questo concorda un altro grande teorico del realismo che era anche teologo, il protestante Reinhold Niebuhr (1892-1971). Tra i presidenti americani, quello che più ha incarnato una Realpolitik interventista nelle relazioni internazionali è stato Theodore Roosevelt, in carica dal 1901 al 1909. In anni vicini a noi, tra i realisti di spicco si possono citare Henry Kissinger, che è stato segretario di stato con Richard Nixon nonché promotore della distensione con l’URSS e dell’apertura alla Cina, Zbigniew Brzezinski, Brent Scowcroft, consigliere per la sicurezza nazionale con George H. Bush all’epoca della prima guerra del Golfo, Samuel Huntington, autore dell’importante e controverso “Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale”, John Mearsheimer. Sono di scuola realista anche i due successivi segretari di stato dell’attuale presidente George W. Bush: Colin Powell e Condoleezza Rice. In Italia, tra gli analisti di relazioni internazionali di orientamento realista, c’è Sergio Romano; tra i politici, Giulio Andreotti. Il mensile cattolico in più lingue diretto dallo stesso Andreotti, “30 Giorni”, è una coerente applicazione del realismo alla politica internazionale della Chiesa.

Naturalmente, il realismo non è sempre praticato allo stato puro. George Kennan (1904-2005), il teorico della politica di “containment” che ha dominato i rapporti tra USA e URSS dopo la seconda guerra mondiale, non riteneva contraddittori con l’interesse nazionale degli Stati Uniti la promozione nel mondo degli ideali di democrazia e libertà, nei limiti consentiti dall’equilibrio tra i due blocchi.

Ma ciò che distingue i wilsioniani dai realisti è proprio il primato dato a questi ideali. Per Wilson e per i suoi emuli gli Stati Uniti hanno nel mondo un ruolo quasi messianico. Il loro interesse nazionale coincide con la difesa e la diffusione nel mondo dei principi della libertà. Wilson era interventista, inviò le truppe americane in varie regioni del pianeta. Ma i suoi criteri segnavano un distacco rivoluzionario rispetto alle diplomazie degli stati europei fondate esclusivamente sui rapporti di forza. Al termine della prima guerra mondiale lanciò l’idea di un’organizzazione internazionale, la Società delle Nazioni antesignana dell’ONU, che avrebbe avuto per compito di mantenere la pace grazie non ai rapporti di forza ma a regole universalmente condivise. Il congresso americano, contrario a vincolare gli Stati Uniti alle decisioni di un organismo internazionale, respinse l’idea del suo presidente. Ma anche gli stati che entrarono a far parte della Società delle Nazioni, dall’Europa al Giappone, non smisero la vecchia logica e precipitarono pochi anni più avanti in un secondo conflitto mondiale.

L’idealismo universalista wilsoniano ha comunque ispirato correnti importanti della politica estera americana degli ultimi decenni. Gli antecedenti culturali dei wilsoniani sono il liberalismo filosofico ed economico di John Locke e di Adam Smith, così come il trattato “Per la pace perpetua” di Immanuel Kant. Negli anni della Guerra Fredda, presidenti come Harry Truman, Dwight Eisenhower, John Kennedy hanno coniugato all’uso della forza per contrastare l’impero sovietico, in Europa come in Corea, a Cuba come in Vietnam, la promozione degli organismi internazionali e l’apertura dei mercati. Ma è soprattutto negli anni Novanta, con la presidenza di Bill Clinton, che il wilsonismo si afferma. E prende il nome di “internazionalismo liberal”. Tra i loro maggiori teorici attuali vi sono G. John Ikenberry, della Princeton University, Charles Kupchan, della Georgetown University di Washington, Joseph Nye, della Kennedy School of Government della Harvard University.

Gli internazionalisti liberal, da un lato, manifestano una fiducia quasi religiosa negli istituti internazionali, nell’ONU, nelle negoziazioni, nell’uso del “soft power”. Ma dall’altro lato sono decisamente interventisti. Hanno appoggiato le spedizioni militari ad Haiti, in Bosnia, nel Kosovo, nello stesso Iraq tra le due guerre. Non accettano però che l’impiego delle armi risponda a soli motivi di interesse nazionale. Le ragioni devono essere principalmente “umanitarie”. Gli internazionalisti liberal vedono la comunità internazionale come una sorta di comunità nazionale allargata, i cui valori universali, coincidenti con i “diritti umani”, vanno applicati, se necessario, anche piegando con la forza gli stati inadempienti.

Una variante di questa corrente è rappresentata dal pacifismo idealista. Senza arrivare al rifiuto delle armi assoluto, religioso, dei quaccheri, dei mennoniti e di qualche cattolico, tale pacifismo si esplica nel contrapporre sistematicamente al “diritto della forza” la “forza del diritto”, respingendo il primo e invocando la seconda in modo esclusivo, quasi le leggi scritte delle carte nazionali e internazionali che bandiscono la guerra abbiano in sé la capacità di autoadempiersi. Oppure, ancora, un certo pacifismo si esprime nell’isolazionismo della sinistra radicale di Noam Chomsky e Michael Moore, per i quali l’America è il male mentre il resto del mondo è il bene, e quindi essa non dovrebbe far altro che ritirarsi da tutto, disarmarsi e, appunto, isolarsi.

Ma c’è di più. Anche il reaganismo è stato a suo modo wilsoniano. Ronald Reagan si rivelò tale quando nel 1983 rilanciò l’attacco contro l’impero sovietico come “impero del male”. Per lui l’interesse nazionale coincideva con la vittoria della libertà come valore supremo. Egli sconfisse il blocco comunista e pose fine alla Guerra Fredda con i colpi congiunti di questa sfida ideale e di un riarmo americano spinto a livelli tecnologici stellari, oltre che con il sostegno dato alle milizie islamiche antirusse in Afghanistan, del tutto logico all’epoca, all’interno di quelle guerre periferiche per procura che le due maggiori potenze si muovevano l’una contro l’altra.

Con Bush padre, e poi, dopo la fase internazionalista liberal di Clinton, con l’inizio dell’amministrazione di Bush figlio, i realisti sono tornati al comando della politica estera americana. Poi però c’è stato l’11 settembre, e George W. Bush ha immediatamente cambiato politica, dando spazio a una nuova variante dell’eredità wilsoniana, quella dei “neoconservatori”.

Da Wilson i neoconservatori si distaccano perché non amano il multilateralismo, cioè l’agire con il mandato dell’ONU o comunque nel quadro degli organismi e delle alleanze internazionali. I “neocon” sono tendenzialmente unilateralisti: gli Stati Uniti decidano da soli, e chi ci sta ci sta. Ma sono wilsoniani in quanto il loro primo imperativo è espandere la democrazia e la libertà. Cambio di regime e costruzione della democrazia sono gli obiettivi della loro politica interventista rispetto alle tirannidi del mondo islamico, dall’Afghanistan all’Iraq, all’Iran, alla Siria: tutto l’opposto di decenni di politica filo-araba realista fatta di alleanze con regimi oppressori in nome di una stabilità mai ottenuta, ed anzi contraddetta dai fatti. Nell’amministrazione Bush, neoconservatori di spicco sono o sono stati Paul Wolfowitz, Richard Perle, Douglas Feith, Elliott Abrams. Loro alleati di fatto, sia pure con importanti riserve, sono il vicepresidente Dick Cheney e il segretario alla difesa Donald Rumsfeld. Ma le posizioni dei neoconservatori sono bilanciate dai realisti che dominano nelle forze armate e nel dipartimento di stato, retto prima da Powell e poi dalla Rice.

Insomma, varietà di dottrine per una varietà di politiche. Lo stesso si può dire per la geopolitica vaticana.
* * *
Se si guarda al profilo religioso della Chiesa, alla spinta missionaria “fino ai confini della terra” che costitutivamente la anima, si è indotti a pensare che l’idealismo wilsioniano sia la politica internazionale che più le si adatta.

E in parte è così. Tra i quattordici punti con cui Wilson, nel gennaio del 1918, disegna il nuovo ordine mondiale e i sette punti della “Nota di pace” di Benedetto XV del 1 agosto 1917 vi sono delle affinità.

Ma la linea prevalente, nella geopolitica vaticana dell’ultimo mezzo secolo, è quella realista, coniugata con la virtù cardinale della prudenza. Realismo come equilibrio di forze tra gli stati e i popoli e come difesa dell’interesse nazionale, che equivale per la Chiesa alla difesa e all’espansione delle proprie istituzioni e dei propri fedeli.

Tipicamente realisti sono stati, ad esempio, i criteri che hanno guidato la politica della Santa Sede sia nei confronti del blocco comunista nei decenni della Guerra Fredda, sia, prima ancora, nei confronti del nazismo tedesco.

Anche i silenzi sugli orrori hitleriani che furono poi imputati a Pio XII rispondevano a considerazioni realiste. E così i silenzi di Paolo VI sui misfatti del comunismo.

I due papi ne erano consapevoli e ne soffrirono. Per capirlo, basti allineare queste due citazioni.

Pio XII, 1940, a proposito degli orrori nazisti: “Noi dovremmo dire parole di fuoco contro simili cose, e solo ci trattiene dal farlo il sapere che renderemmo la condizione di quegli infelici, se parlassimo, ancora più dura”.

Paolo VI, 1965, a proposito degli orrori comunisti: “La Santa Sede si astiene dall’alzare con più frequenza e veemenza la voce legittima della protesta e della deplorazione, non perché ignori o trascuri la realtà della cosa, ma per un pensiero riflesso di cristiana pazienza e per non provocare mali maggiori”.

Anche negli atti e nei documenti di Giovanni XXIII si riscontrano prudenze e silenzi analoghi. Nell’enciclica “Pacem in Terris” il comunismo non è mai chiamato per nome né condannato, proprio mentre infieriva contro le Chiese e i cristiani. Un pari silenzio è riscontrabile nei testi del Concilio Vaticano II.

Curiosamente, però, nei medesimi anni Sessanta e Settanta in cui scoppiarono le accuse più feroci contro i silenzi di Pio XII, gli analoghi silenzi del Vaticano sul comunismo furono avvolti dal plauso della pubblica opinione. Questi ultimi silenzi non erano nemmeno definiti tali: erano chiamati e apprezzati sotto un altro nome, quello del “dialogo”.

Un motivo – non il solo – è che c’era una forte affinità tra la Ostpolitik vaticana e la Ostpolitik dei governi europei dell’epoca. Mentre in un’America segnata dal disastro del Vietnam prevalevano le tendenze isolazioniste, in Europa si imponeva la linea del cancelliere tedesco Willy Brandt, molto comprensiva e distensiva nei confronti della politica di potenza di Mosca. La Santa Sede partecipò attivamente alla conferenza Est-Ovest di Helsinki, il cui atto finale, nel 1975, chiedeva sì, a parole, il rispetto dei diritti umani ovunque, quindi anche al di là della Cortina di Ferro, ma ribadiva la non ingerenza negli affari interni dei singoli stati.

Realismo, dunque. Ma non solo. Sempre in quegli anni, nella geopolitica della Santa Sede c’è anche dell’idealismo wilsoniano.

Dalla “Pacem in Terris” al discorso di Paolo VI all’ONU del 1965, ai messaggi per l’annuale Giornata Mondiale della Pace inaugurati dallo stesso papa nel capodanno del 1968, la Santa Sede esalta il ricorso alle organizzazioni internazionali sia per garantire la sicurezza collettiva, sia per promuovere i diritti umani, sia infine per scongiurare le guerre. Su quest’ultimo punto la “Pacem in Terris” di Giovanni XXIII pubblicata nel 1963, che risente dell’impatto della crisi di Cuba di pochi mesi prima, definisce “quasi impossibile (‘alienum a ratione’, nel più drastico testo latino) pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”. Ma nel 1967 Paolo VI torna a confermare nella “Populorum Progressio” la giustezza del ricorso estremo alle armi, in particolare nei casi di “tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese”.

Con Giovanni Paolo II la geopolitica vaticana si fa ancora più ricca di motivi ispiratori diversi.

Come suo segretario di stato, fino al 1991, il nuovo papa chiama l’artefice della Ostpolitik vaticana, Agostino Casaroli. Ma al realismo impersonato da questi intreccia l’idealismo di una nuova politica ad Est che ha per primo soggetto i popoli e in primo luogo il popolo della sua Polonia. È un idealismo rivoluzionario, quello di papa Karol Wojtyla, che si somma alla svolta impressa negli stessi anni da Reagan nello scontro col blocco sovietico. Una svolta che è anche verbale. Quello che Reagan bolla come “impero del male”, la Santa Sede lo definisce “vergogna del nostro tempo”, in un documento del 1984 (autore l’allora cardinale Joseph Ratzinger) che abbandona ogni eufemismo diplomatico nell’identificazione del nemico.

Quando, però, sulle macerie dell’impero sovietico, gli Stati Uniti si affermano come unica superpotenza mondiale, Giovanni Paolo II si fa di nuovo realista. Si oppone frontalmente alla guerra del 1990-91 condotta da Stati Uniti e alleati contro l’Iraq, nonostante essa abbia l’approvazione dell’ONU e sia finalizzata a restituire la legittima sovranità a uno stato invaso, il Kuwait. Tra gli “interessi” che motivano questa opposizione del papa il primo è la difesa della minoranza cristiana in Iraq. Un altro è il rifiuto di un nuovo ordine mondiale ad illimitata egemonia americana (vedi il discorso di Giovanni Paolo II al corpo diplomatico del 12 gennaio 1991). Un altro ancora è il proposito di instaurare tra la Chiesa e il mondo musulmano un rapporto non di scontro ma di “dialogo”, analogo a quello intercorso col blocco sovietico negli anni della Ostpolitik.

In effetti, negli anni a seguire, la Santa Sede proteggerà le sue offerte di dialogo al mondo musulmano con un generale silenzio sulle aggressioni provenienti da quel mondo, anche quando esse colpiranno i cristiani. Non esiterà a stringere occasionali alleanze – ad esempio contro la legittimazione e l’incentivazione dell’aborto, alla conferenza ONU del Cairo del 1994 – con governi musulmani clamorosamente oppressivi di libertà e diritti umani elementari. In obbedienza al realismo il papato subirà anche delle umiliazioni: come alla moschea di Damasco nel 2001, quando Giovanni Paolo II sopportò in silenzio che al suo fianco il presidente siriano si producesse, coinvolgendolo, in una sfrontata invettiva antiebraica.

Intanto però, sempre negli anni Novanta, nella tormentata regione dei Balcani la geopolitica vaticana torna a utilizzare il paradigma wilsoniano, o meglio, la sua variante internazionalista liberal, affermatasi negli Stati Uniti con le amministrazioni Clinton.

Nella Iugoslavia in guerra, la politica vaticana si fa decisamente interventista. Sul piano diplomatico la Santa Sede precede quasi tutti gli altri governi europei nel riconoscere la Slovenia e la Croazia come nuovi stati sovrani. E sul piano militare invoca in più occasioni che vengano dispiegati eserciti in difesa delle popolazioni a rischio di strage.

Il 7 agosto 1992 il cardinale segretario di stato Angelo Sodano lo dice a chiare lettere: “Gli stati europei e le Nazioni Unite hanno il dovere e il diritto di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere”. Nei mesi e negli anni successivi, in riferimento alla Bosnia, lo stesso Giovanni Paolo II predica più volte “il dovere di disarmare l’aggressore”. La svolta è notevole. In nome dell’”ingerenza umanitaria” armata il magistero papale fa cadere il dogma dell’inviolabilità delle frontiere. Anche per il Kosovo, alla fine del 1999, papa Wojtyla invoca un intervento militare della comunità internazionale. Ma nell’uno e nell’altro caso i fatti non corrispondono alle sue attese. A intervenire militarmente non è una coalizione sotto l’egida dell’ONU, condizione da lui ritenuta irrinunciabile. Sono gli Stati Uniti e la Nato. Il papa non manca di manifestare la sua disapprovazione.

Altre “ingerenze umanitarie” appoggiate dalla Santa Sede in quegli anni sono quelle a Timor Est, ad Haiti, nella regione africana dei Grandi Laghi : quest’ultima non attuata, col conseguente incontrollato genocidio di intere popolazioni. Basta questo per smentire la leggenda di un Giovanni Paolo II “pacifista”: attributo che egli stesso ha più volte negato gli appartenesse. Quanto al temuto “scontro di civiltà”, è interessante notare che per due volte, in Bosnia e nel Kosovo, la Santa Sede si è mossa a difesa di popolazioni non cristiane, ma musulmane.

Anche dopo l’11 settembre 2001, Giovanni Paolo II riconoscerà il “diritto a difendersi dal terrorismo”, di fatto approvando le operazioni belliche in Afghanistan. Ma al profilarsi di una nuova guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, voluta dagli Stati Uniti con George W. Bush presidente, egli dirà fin da subito tutta la sua contrarietà, con un crescendo martellante di atti.

Ed è questa l’immagine pubblica di papa Wojtyla che più resterà impressa, sullo sfondo di cortei pacifisti a Roma e nel mondo. Ma è un’immagine che non dà ragione dell’intera realtà.

Perché Giovanni Paolo II ha sì contrastato con tutte le sue forze la guerra in Iraq, ma non l’ha mai condannata come immorale. Non l’ha mai definita un “crimine contro l’umanità”, come invece fece una volta il suo ministro degli esteri Jean-Louis Tauran, con un’espressione che imporrebbe un aut aut radicale per ogni coscienza cristiana. Piuttosto, all’Angelus del 16 marzo 2003 papa Wojtyla disse: “Sappiamo bene che non è possibile la pace a ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto grande è questa responsabilità”, riferendosi alla competenza di decisione dei governanti con parole che echeggiano quelle del catechismo. Egli sapeva che tra persone a lui vicinissime e da lui molto stimate, ad esempio tra i sacerdoti e gli intellettuali cattolici della rivista di Cracovia sulla quale egli stesso aveva scritto, c’erano fautori convinti del cambio di regime in Iraq e dell’esportazione della democrazia in quel paese, anche con le armi. Sapeva, e riteneva tutto ciò sbagliato. Ma giudicava tali posizioni – molto simili a quelle dei neoconservatori americani – comunque legittime, non contrastanti con la fede cristiana.

Certo, in quei primi mesi del 2003, con incombente la guerra in Iraq, la linea dominante in Vaticano era di tipo realista. La conservazione dello “status quo” in quell’area era ritenuto il più sicuro antidoto contro il temutissimo “scontro di civiltà”, da cui la Chiesa doveva rimarcare con la massima forza la propria dissociazione. C’era poi in curia un “partito francese” che spingeva tale realismo all’estremo, e tratteggiò fino all’ultimo di Saddam Hussein un profilo quasi encomiastico, come fece il cardinale Roger Etchegaray di ritorno da una missione a Baghdad. C’era un partito pacifista sentimentale, rappresentato dall’”Osservatore Romano”. E c’era un partito accesamente antiamericano, delle cui tesi si fecero interpreti soprattutto due editoriali della “Civiltà Cattolica” stampati con l’imprimatur della segreteria di stato. In essi non mancavano punte d’invettiva nello stile della sinistra radicale di Noam Chomsky e Michael Moore, contro un’America imperialista pronta a “sconvolgere l’ordine mondiale” per sola avidità di petrolio.

Ma non era tutto. Il papa ha anche un suo vicario, che era ed è il cardinale Camillo Ruini. E questi, come presidente della conferenza episcopale italiana, ha un suo giornale, “Avvenire”, che aveva ed ha come commentatore di geopolitica un professore dell’Università Cattolica di Milano, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali, che è uno dei più riconosciuti specialisti italiani in materia, Vittorio Emanuele Parsi. E questi, a proposito dell’Iraq, prima, durante e dopo la guerra, è andato pubblicando su “Avvenire” analisi orientate non in senso realista, ma piuttosto tra il neoconservatore e l’internazionalista liberal, con “l’alleanza inevitabile” tra gli Stati Uniti e l’Europa – titolo del suo ultimo libro – come asse di una nuova politica internazionale finalizzata anche alla democratizzazione del mondo islamico, con il ricorso alla forza tra gli strumenti ammessi.

Nei mesi della guerra in Iraq, dunque, sotto l’icona di papa Wojtyla si muovevano, ai vertici della Chiesa, linee varie e talora contrastanti. Che però hanno trovato modo di ricomporsi in sostanziale unità a partire dall’autunno del 2003. Il punto di svolta è stato l’eccidio terrorista di Nassiriya del 12 novembre. E a segnare il nuovo orientamento è stata l’omelia del cardinale Ruini nella messa per i diciannove italiani uccisi:

“Amare anche i nostri nemici: è questo il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, nemmeno da parte di terroristi assassini. Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l´energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto il nostro impegno, compreso quello militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione”.

Da lì in avanti, a partire da questo memorabile “non fuggiremo”, la Santa Sede ha costantemente definito non più come “occupazione” ma come “missione di pace” la presenza di truppe occidentali in Iraq a difesa della nascente democrazia.

Quella stessa linea realista, dunque, che in Vaticano aveva fortemente contrastato la guerra, ne difende ora i risultati ed esige che i soldati restino in Iraq, finché necessario, a tutela del formarsi di un nuovo ordine libero e pacifico che, per quanto precario, è giudicato molto più accettabile di un abbandono a se stesso di quel cruciale paese.

Insomma, nella visione vaticana della geopolitica, pace e guerra non sono tra loro necessariamente incompatibili. Oltre alla pace, anche la guerra può avere le sue giuste ragioni. L’ultima conferma di questa visione è di pochi mesi fa. Nel settembre 2005, alle Nazioni Unite, il nunzio Celestino Migliore ha presentato a nome della Santa Sede una proposta mirata proprio a coniugare la guerra con la pace. E l’ha spiegata così:

“Le guerre del XX secolo hanno mostrato come le politiche per la cessazione di una guerra e le pianificazioni operative post-belliche sono essenziali allo scopo di ristabilire giustizia e pace e di fornire protezione. Nel passato, è stata fatta giustamente molta attenzione allo ‘ius ad bellum’, cioè alle condizioni necessarie per il ricorso alla forza, e allo ‘ius in bello’, i parametri legali di comportamento etico durante la guerra. È giunto il momento di focalizzare e sviluppare una terza dimensione della giurisprudenza legata alla guerra, cioè lo ‘ius post bellum’, ovvero come raggiungere rapidamente ed efficacemente lo stabilimento di una pace giusta e duratura, che è l’unico obiettivo ammissibile per l’uso della forza”.

 

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3.

Individuare un disegno nella natura

Christoph Schönborn O.P.

Cardinale di Vienna 
scrive sul New York Times

Altolà
al dogma neo-darwiniano

Il Domenicano Christoph Schönborn O.P., cardinale della Chiesa Cattolica, arcivescovo di Vienna, è stato il coordinatore della versione ufficiale del Catechismo della Chiesa Cattolica,  edito nel 1992.

Egli ha pubblicato sul New York Times del 7 luglio 2005, in prima pagina,il seguente importante articolo, qui offerto in traduzione italiana:

 

Fin dal 1996, quando Papa Giovanni Paolo II aveva detto che l’evoluzione (il termine non lo aveva definito) era “più di una semplice ipotesi”, i difensori del dogma neo-Darwiniano hanno spesso affermato la supposta accettazione - o per lo meno un tacito consenso– della Chiesa Cattolica Romana, nel difendere la loro teoria come in qualche modo compatibile con la fede cristiana.
Ma, questo non è vero. La Chiesa Cattolica pur lasciando alla scienza molti dettagli sulla storia della vita sulla terra, proclama che grazie alla luce della ragione, l’intelletto umano può prontamente e chiaramente discernere un fine e un disegno nel mondo naturale, incluso il mondo degli esseri viventi.
L’evoluzione nel senso di una comune discendenza può essere vera, ma l’evoluzione nel senso neo-darwiniano - intesa cioè come un processo di variazione casuale e selezione naturale, senza una guida e senza un piano - non lo è.
Un sistema di pensiero che neghi o tenti di confutare la palmare evidenza di un disegno biologico è ideologia, non è scienza».
Si prenda in considerazione il vero insegnamento del nostro amato Giovanni Paolo II. Mentre la sua lettera del 1996 sull’evoluzione, piuttosto generica e non così importante, è sempre e ovunque citata, non c’è nessuno che discute questi argomenti a partire dall’udienza generale del 10 luglio 1985 che invece contiene il suo solido insegnamento sulla natura:
Tutte le osservazioni concernenti lo sviluppo della vita conducono a un’analoga conclusione. L’evoluzione degli esseri viventi, di cui la scienza cerca di determinare le tappe e discernere il meccanismo, presenta un interno finalismo che suscita l’ammirazione. Questa finalità che orienta gli esseri in una direzione, di cui non sono padroni né responsabili, obbliga a supporre uno Spirito che ne è l’inventore, il creatore.
Continua: “A tutte queste “indicazioni” sull’esistenza di Dio creatore, alcuni oppongono la virtù del caso o di meccanismi propri della materia. Parlare di caso per un universo che presenta una così complessa organizzazione negli elementi e un così meraviglioso finalismo nella vita, significa rinunciare alla ricerca di una spiegazione del mondo come ci appare. In realtà, ciò equivale a voler ammettere degli effetti senza causa. Si tratta di una abdicazione dell’intelligenza umana, che rinuncerebbe così a pensare, a cercare una soluzione ai suoi problemi.
È importante notare che in questa citazione la parola “finalismo” è un termine filosofico sinonimo di causa finale, scopo o disegno. Un anno dopo, in un’altra udienza generale Giovanni Paolo II conclude, “è chiaro che la verità di fede sulla creazione è radicalmente opposta alle teorie della filosofia materialista. Queste vedono il cosmo come il risultato di un evoluzione della materia riducibile al puro caso e necessità.”
Ovviamente, l’autorevole Catechismo della Chiesa Cattolica concorda: “Indubbiamente, l’intelligenza umana può già trovare una risposta al problema delle origini. Infatti, è possibile conoscere con certezza l’esistenza di Dio creatore attraverso le sue opere, grazie alla luce della ragione umana.” (286) E aggiunge: “ Noi crediamo che il mondo è stato creato da Dio secondo la sua sapienza. Non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso.” (295)
In un nuovo sfortunato intreccio su questa vecchia controversia, i neo-darwinisti hanno recentemente cercato di ritrarre il nostro nuovo Papa, Benedetto XVI, come un evoluzionista soddisfatto. Hanno citato una frase sulla comune discendenza, da un documento della Commissione Teologica Internazionale del 2004, sottolineando che a quel tempo Benedetto XVI era capo della commissione, e hanno concluso che la Chiesa Cattolica non ha problemi con la nozione dell’ “evoluzione” così com’è usata dai biologi più quotati– e cioè come sinonimo di neo-Darwinismo.
Il documento della commissione, riafferma invece l’insegnamento perenne della Chiesa Cattolica sull’esistenza di un disegno nella natura. Commentando il diffuso fraintendimento della lettera sull’evoluzione di Giovanni Paolo II del 1996, la commissione avverte che “la lettera non può essere letta come una generale approvazione di tutte le teorie dell’evoluzione, incluse quelle di provenienza neo-Darwiniana che esplicitamente negano che la divina provvidenza possa essere vera causa dello sviluppo della vita nell’universo.”
Inoltre, secondo la Commissione, “Un processo di evoluzione non guidato - che sia totalmente estraneo all’azione della divina provvidenza – semplicemente non può esistere”.
Infatti, nell’omelia pronunciata nella Messa inaugurale del Pontificato, alcune settimane fa, Benedetto XVI ha proclamato “Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario.
Lungo la storia, la Chiesa ha difeso le verità di fede date da Gesú Cristo. Ma nell’era moderna, la Chiesa Cattolica si trova nella difficile posizione di dover fermamente difendere anche la ragione. Nel IX secolo, il Concilio Vaticano I ha insegnato a un mondo da poco affascinato dalla “morte di Dio” che con la sola ragione, l’uomo può arrivare a conoscere l’esistenza della Causa Incausata, il Primo Motore, il Dio dei filosofi.
Ora all’inizio del XXI secolo, dovendo far fronte a pretese scientifiche come il neo-darwinismo e le diverse ipotesi di cosmologia inventate per evitare la palmare evidenza dell’esistenza di un fine e di un disegno presente nella scienza moderna, la Chiesa Cattolica deve ancora difendere la ragione umana proclamando che l’immanente disegno evidente nella natura è reale. Le teorie scientifiche che cercano di giustificare l’apparire del disegno come il risultato “del caso e della necessità” non sono affatto scientifiche, ma, così come Giovanni Paolo II ha affermato, sono un’abdicazione dell’intelligenza umana.

Codice: ZI05071505

Data pubblicazione: 2005-07-15

 

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4.

La teologia della liturgia

Intervento alla Conferenza tenutasi nel monastero di Fontgombault nel 2001

ROMA, venerdì, 15 luglio 2005

(ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell’

intervento tenuto dall’allora Cardinale

JOSEPH RATZINGER,

Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, durante una Conferenza svoltasi presso l’Abbazia benedettina di “Notre Dame de Fontgombault”, in Francia (22-24 luglio 2001).

* * *


Il Concilio Vaticano II definisce la liturgia come "l'opera del Cristo sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa" (Sacrosanctum Concilium , n. 7). L'opera di Gesù Cristo è designata nello stesso testo come l’opera della redenzione che il Cristo ha compiuto in modo particolare attraverso il mistero pasquale della Sua passione, della Sua Resurrezione dai morti e della Sua gloriosa ascensione. "Con questo mistero, morendo, ha distrutto la nostra morte e, risorgendo, ha restaurato la vita" (Sacrosanctum Concilium , n. 5).



A prima vista, in queste due frasi la parola "opera del Cristo" sembra utilizzata in due distinti significati. L’opera del Cristo designa in primo luogo le azioni redentrici storiche di Gesù, la Sua morte e la Sua Resurrezione; d’altra parte si definisce "opera del Costo" la celebrazione della liturgia. In realtà, i due significati sono inseparabilmente legati: la morte e la Resurrezione, il mistero pasquale non sono soltanto avvenimenti storici esteriori. Per la Resurrezione, questo appare molto chiaramente.



Raggiunge e penetra la storia, ma la trascende in un doppio senso; non è l’azione di un uomo bensì una azione di Dio, e conduce in tal modo Gesù risuscitato oltre la storia, là dove siede alla destra del Padre. Neanche la croce è una semplice azione umana.



L’aspetto puramente umano è presente nelle persone che condussero Gesù alla croce. Per Gesù, la croce non è un’azione, ma una passione, e una passione che significa che Egli è un tutt’uno con la volontà divina, un’unione della quale l’episodio dell’Orto degli Ulivi ci fa vedere l’aspetto drammatico.



Così la dimensione passiva della Sua messa a morte si trasforma nella dimensione attiva dell’amore: la morte diventa abbandono di se stesso al Padre per gli uomini. In questo modo l’orizzonte si estende, qui come nella Resurrezione, ben al di là del puro aspetto umano e ben al di là del puro fatto di essere stato crocifisso e di essere morto.



Il linguaggio della fede ha chiamato mistero questa eccedenza riguardo al mero istante storico e ha condensato nel termine mistero pasquale il nocciolo più intimo dell’avvenimento redentore. Se possiamo dire da allora in poi che il mistero pasquale costituì il nocciolo dell’opera di Gesù, il rapporto con la liturgia è già patente; è precisamente questa opera di Gesù che è il vero contenuto della liturgia. Tramite questa, con la fede e la preghiera della Chiesa, l’opera di Gesù raggiunge continuamente la storia per penetrarla.



Nella liturgia il puro istante storico è così trasceso di nuovo ed entra nell’azione divino-umana permanente della redenzione. In questa Cristo è il vero soggetto: e l’opera del Cristo, ma in essa Egli attira a sé la storia, precisamente in questa azione che è il luogo della nostra salvezza.

Il sacrificio rimesso in questione



Tornando al Vaticano II, vi troviamo la seguente descrizione di questi rapporti: "La liturgia, mediante la quale, soprattutto nel divino sacrificio dell’Eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e l’autentica natura della vera Chiesa" (ibid. n. 2).



Tutto ciò è diventato estraneo al pensiero moderno e nemmeno trent’anni dopo il concilio, persino tra i liturgisti cattolici, è oggetto di punti interrogativi. Oggi chi parla ancora del sacrificio divino dell’Eucaristia? Certo le discussioni intorno alla nozione di sacrificio sono tornate ad essere sorprendentemente vive, sia da parte cattolica che protestante. Si avverte che in un’idea che ha sempre occupato, sotto molte forme, non soltanto la storia della Chiesa, ma la storia intera dell’umanità, vi deve esserci l’espressione di qualche cosa di essenziale che riguarda anche noi.



Ma nello stesso tempo restano ancora vive ovunque le vecchie posizioni dell’illuminismo: accusa a priori di magia e di paganesimo, sistematiche opposizioni tra rito ed ethos, concezione di un cristianesimo che si libera dal culto ed entra nel mondo profano; teologi cattolici che non hanno per nulla voglia, per l’appunto, di vedersi tacciare di anti-modernità.



Anche se si ha in un modo o nell'altro il desiderio di ritrovare il concetto di sacrificio, ciò che alla fine resta è l’imbarazzo e la critica. Così recentemente Stephan Orth, in un vasto panorama della bibliografia recente consacrata al terna del sacrificio, ha creduto di riassumere tutta la sua inchiesta con le constatazioni seguenti: oggi, persino molti cattolici ratificano il verdetto e le conclusioni di Martin Lutero, per il quale parlare di sacrificio è il più grande e spaventoso errore, è una maledetta empietà.



Per questo motivo vogliamo astenerci da tutto ciò che sa di sacrificio, compreso tutto il canone e considerare solo tutto ciò che è santo e puro. Poi Orth aggiunge: dopo il Concilio Vaticano II questa massima fu seguita anche nella Chiesa cattolica, per lo meno come tendenza, e condusse a pensare anzitutto il culto divino a partire dalla festa della Pasqua, citata nel racconto della Cena. Facendo riferimento ad un’opera sul sacrificio edita da due liturgisti cattolici di avanguardia, dice in seguito, in termini un po’ più moderati, che appare chiaramente che la nozione di sacrificio della Messa, più ancora di quella del sacrificio della Croce, è nel migliore dei casi una nozione che si presta motto facilmente a malintesi.



Non è necessario che dica che io non faccio parte dei "numerosi" cattolici che considerano con Lutero come il più spaventoso errore e una maledetta empietà il fatto di parlare di sacrificio della Messa. Si comprende parimenti che il redattore abbia rinunciato a menzionare il mio libro sullo Spirito della liturgia che analizza nel dettaglio la nozione di sacrificio.



La sua diagnosi risulta costernante. È anche vera? Io non conosco questi numerosi cattolici che considerano come una maledetta empietà il fatto di comprendere l’Eucaristia come un sacrificio. La seconda diagnosi, più cauta, secondo la quale si considera la nozione di sacrificio della Messa come concetto altamente esposto a malintesi, si presta invece a facile verifica. Ma, se si lascia da parte la prima affermazione del redattore, non trovandoci che una esagerazione retorica, resta un problema sconvolgente che occorre risolvere. Una parte non trascurabile di liturgisti cattolici sembra essere praticamente arrivata alla conclusione che occorre dare sostanzialmente ragione a Lutero contro Trento nel dibattito del XVI secolo; si può del pari ampiamente constatare la medesima posizione nelle discussioni post-conciliari sul sacerdozio.



Il grande storico del Concilio di Trento, Hubert Jedin, indicava questo fatto nel 1975, nella prefazione all’ultimo volume della sua Storia del Concilio di Trento: "il lettore attento... non sarà, leggendo ciò, meno costernato dell’autore, quando si renderà conto del numero di cose, a dire il vero quasi tutte, che, avendo una volta agitato gli uomini, sono di nuovo proposte oggi".


Solo a partire da qui, dalla squalifica pratica di Trento, si può comprendere l’esasperazione che accompagna la lotta contro la possibilità di celebrare ancora, dopo la riforma liturgica, la Messa secondo il messale del 1962. Questa possibilità è la contraddizione più forte e quindi la meno tollerabile in rapporto all’opinione di colui che ritiene che la fede nell’Eucaristia formulata a Trento abbia perso il suo valore. Sarebbe facile raccogliere prove a sostegno di questa situazione.



Faccio astrazione dalla teologia liturgica estrema di Harald Schutzeichel, che si stacca completamente dal dogma cattolico ed espone, per esempio, l’affermazione avventurosa che soltanto nel Medioevo l’idea di presenza reale sarebbe stata inventata. Un liturgista di punta, come David N. Power, ci insegna che nel corso della storia non solo la maniera con la quale una verità viene espressa, ma lo stesso contenuto di ciò che vi è espresso può perdere il suo significato. Mette concretamente questa teoria in rapporto con gli enunciati di Trento.



Th. Schnitker ci dice che una liturgia rinnovata include egualmente una espressione differente della fede e dei cambiamenti teologici. Del resto, secondo lui ci sarebbero teologi, per lo meno nel cerchio della Chiesa romana e della sua liturgia, che non avrebbero ancora colto la portata di queste trasformazioni promosse dalla riforma liturgica nel campo della dottrina della fede. L’opera senza dubbio seria di R. Messner sulla riforma della Messa in Martin Lutero e l’Eucaristia della Chiesa antica, che contiene molte interessanti riflessioni, giunge tuttavia alla conclusione che Lutero comprese la Chiesa antica meglio di Trento.



La gravità di queste teorie consiste nel fatto che frequentemente passano subito nella pratica. La tesi secondo la quale è la comunità in quanto tale il soggetto della liturgia passa per una autorizzazione a manipolare la liturgia secondo la comprensione di ciascuno. Pretese nuove scoperte e le forme che ne conseguono si diffondono con una stupefacente rapidità e con una obbedienza riguardo a tali mode che da tempo non esiste più riguardo alle norme dell’autorità ecclesiastica. Delle teorie nel campo della liturgia si trasformano oggi molto rapidamente in pratica e la pratica, a sua volta, crea o distrugge comportamenti e forme di comprensione



La problematica del resto si è nel frattempo aggravata per il motivo che il movimento più recente dell’illuminismo supera di gran lunga Lutero. Mentre Lutero prendeva ancora alla lettera i racconti della Istituzione e li poneva come norma normans, come fondamento dei suoi tentativi di riforma, le ipotesi della critica storica stanno da tempo provocando un’ampia erosione dei testi.


I racconti della Cena appaiono come un prodotto della costruzione liturgica della comunità; dietro ad essi si cerca un Gesù storico che "naturalmente" non poteva aver pensato al dono del Suo corpo e del Suo sangue, né aver compreso la Sua croce come sacrificio di espiazione; bisognerebbe piuttosto pensare a un pasto d’addio contenente una prospettiva escatologica.



Non solo l’autorità del Magistero ecclesiale è declassata agli occhi di molti, ma anche la Scrittura, al posto della quale entrano delle ipotesi pseudo-storiche mutevoli, che in fondo daranno spazio a qual si voglia arbitrio ed espongono la liturgia alla mercé della moda. Laddove sulla base ditali idee si manipola sempre più liberamente la liturgia, i credenti sentono che in realtà nulla vi è celebrato ed è comprensibile che abbandonino la liturgia e con questa la Chiesa.



I principi della ricerca teologica



Torniamo dunque alla questione fondamentale: è giusto qualificare l’Eucaristia di sacrificio divino, oppure è una maledetta empietà? In questo dibattito occorre per prima cosa stabilire i principali presupposti che determinano in ogni caso la lettura della Scrittura e conseguentemente le conclusioni che se ne traggono. Per il cristiano cattolico qui si impongono due linee ermeneutiche essenziali di orientamento. La prima: noi diamo fiducia alla Scrittura e ci basiamo sulla Scrittura, non su ricostruzioni ipotetiche che si collocano al di qua di essa e ricostruiscono a modo loro una storia nella quale svolge un ruolo fondamentale la domanda presuntuosa di sapere ciò che si può o ciò che non si può attribuire a Gesù; il che significa "naturalmente" solo ciò che un erudito moderno vuole attribuire a un uomo di un tempo che lui stesso ha ricostruito.



La seconda è che noi leggiamo la scrittura nella comunità vivente della Chiesa e dunque sulla base di decisioni fondamentali, grazie alle quali è divenuta storicamente efficace e ha precedentemente gettato le basi della Chiesa. Non bisogna separare il testo da questo contesto vivente. In questo senso la Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile e questo è il punto che Lutero, all’alba del risveglio dalla coscienza storica, non è riuscito a vedere. Egli credeva alla univocità della lettera, univocità che non esiste e alla quale ha da lungo tempo rinunciato la storiografia moderna.



Che nella Chiesa nascente, l’Eucaristia sia stata sin dall’inizio compresa come sacrificio, persino in un testo come la Didachè, difficile e piuttosto marginale in rapporto alla grande tradizione, è un elemento di interpretazione di prim’ordine. Ma c’è ancora un oltre aspetto ermeneutico fondamentale nella lettura e nella interpretazione della testimonianza biblica. Il fatto che io possa o no riconoscere un sacrificio nell’Eucaristia, così come il Signore l’ha istituita, si collega essenzialmente alla questione di sapere ciò che io intendo per sacrificio, dunque a ciò che si chiama pre-comprensione. La pre-comprensione di Lutero, per esempio, in particolare la sua concezione dell’avvenimento e della presenza storica della Chiesa, era tale che la categoria di sacrificio, così come egli la vedeva, non poteva nella sua applicazione all’Eucaristia della Chiesa apparire che come un’empietà.



I dibattiti ai quali si riferisce Stephan Orth mostrano quanto confusa e ingarbugliata è la nozione di sacrificio in quasi tutti gli autori e mettono in condizione di vedere tutto il lavoro da farsi sull’argomento. Per il teologo credente risulta evidente che è la stessa Scrittura che deve fargli da guida verso la definizione essenziale di sacrificio e ciò a partire da una lettura "canonica" della Bibbia nella quale la Scrittura è letta nella sua unità e nel suo movimento dinamico, le cui diverse tappe ricevono il loro significato ultimo da Cristo, al quale questo movimento nella sua interezza conduce. In questa stessa misura, l’ermeneutica qui presupposta è una ermeneutica della fede, fondata sulla sua logica interna. Non dovrebbe essere, in fondo, una evidenza? Poiché senza la fede, la stessa Scrittura non è la Scrittura, ma un insieme piuttosto disparato di brani letterari, il che non potrebbe rivendicare oggi alcun significato normativo.



Il sacrificio e la Pasqua



Il compito al quale si fa qui allusione supera di molto, beninteso, i limiti di una conferenza; mi sia allora permesso di rimandare al mio libro su Lo spirito della liturgia, nel quale ho cercato di tracciare le grandi linee di questa questione. Ciò che se no deduce è che, nel suo percorso attraverso la storia delle religioni e la storia biblica, la nozione di sacrificio assume delle connotazioni che vanno ben oltre la problematica che noi leghiamo abitualmente alla nozione di sacrificio. Di fatto, apre l’accesso alla comprensione globale del culto e della liturgia: sono queste grandi prospettive che vorrei tentare di indicare qui. In questo modo devo necessariamente rinunciare a questioni speciali d’esegesi, in particolare al problema fondamentale dell’interpretazione dei racconti dell’istituzione, riguardo alla quale, oltre al mio libro sulla liturgia, ho cercato di fornire alcuni elementi nel mio contributo su Eucaristia e Missione.



C’è tuttavia una indicazione che non posso impedirmi di dare, Nella menzionata rassegna bibliografica Stephan Orth dice che il fatto di avere evitato, dopo il Vaticano II, la nozione di sacrificio, ha condotto a "pensare il culto divino soprattutto a partire dal rito della Pasqua, rapportata nei racconti della Cena". Questa formulazione appare a prima vista ambigua: si pensa il culto divino a partire dalla Cena, oppure dalla festa di Pasqua che vengono indicate come quadro temporale, ma non vengono descritte ulteriormente? Sarebbe giusto dire che la Pasqua ebraica, la cui istituzione è riportata in Es 12, acquista nel Nuovo Testamento un nuovo senso. Proprio in essa si manifesta un grande movimento storico che va dalle origini fino alla Cena, alla Croce e alla Resurrezione di Gesù. Ma ciò che stupisce, soprattutto nella formulazione di Orth, è l’opposizione costruita tra l’idea di sacrificio e la Pasqua.

I dati veterotestamentari giudaici privano tutto ciò di senso, poiché dalla legislazione deutoronomistica l’uccisione degli agnelli è legata al tempio; ma persino nel periodo primitivo, in cui la Pasqua era ancora una festa familiare, l’uccisione degli agnelli aveva già un carattere sacrificale. Così, per l’appunto attraverso la tradizione della Pasqua, l’idea di sacrificio arriva fino alle parole e ai gesti della Cena, dove è presente, del resto, sulla base di un secondo passaggio veterotestamentario, Es 24, che riporta la conclusione dell’Alleanza del Sinai. Là è riferito che il popolo fu asperso col sangue delle vittime condotte in precedenza e che Mosè disse in quella occasione: "Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole" (Es 24,8).



La nuova Pasqua cristiana è così espressamente interpretata nei racconti della Cena come un avvenimento sacrificate e, sulla base delle parole della Cena, la Chiesa nascente sapeva che la croce era un sacrifico, poiché la Cena sarebbe stata un gesto vuoto senza la realtà della croce e della Resurrezione, che vi è anticipata e resa accessibile per tutti i tempi nel suo contenuto interno.


Menziono questa strana opposizione tra la Pasqua e il sacrificio, perché rappresenta il principio architettonico di un libro recentemente pubblicato dalla Fraternità San Pio X, che pretende esista una rottura dogmatica tra la nuova liturgia di Paolo VI e la precedente tradizione liturgica cattolica.



Questa rottura è vista precisamente nel fatto che tutto ormai si interpreta a partire "mistero pasquale" al posto del sacrificio redentore d’espiazione del Cristo; la categoria del mistero pasquale sarebbe l’anima della riforma liturgica ed e proprio questo che care la prova della rottura verso la dottrina classica della Chiesa. È chiaro che vi sono autori che prestano il fianco a un simile malinteso. Ma che si tratti di un malinteso è assolutamente evidente per chi osserva il fatto da vicino. In realtà, il termine di mistero pasquale rinvia chiaramente agli avvenimenti che hanno avuto luogo nei giorni che vanno dal Giovedì Santo al mattino di Pasqua: la Cena come anticipazione della Croce, il dramma del Golgota e la Resurrezione del Signore.

Nel termine di mistero pasquale, questi episodi sono visti sinteticamente come un unico avvenimento, unitario, come "l’opera del Cristo", così come l’abbiamo inizialmente sentito dire dal Concilio, come una realtà che è storicamente avvenuta e allo stesso tempo trascende questo preciso istante. Poiché questo avvenimento è, interiormente, un culto reso a Dio, ha potuto diventare un culto divino e in questo modo essere presente in ogni istante. La teologia pasquale del Nuovo Testamento, alla quale abbiamo dato un rapido sguardo, dà precisamente a intendere questo: l’episodio apparentemente profano della crocifissione del Cristo è un sacrificio d’espiazione, un atto salvatore dell’amore riconciliatore del Dio fatto uomo. La teologia della Pasqua è una teologia della redenzione, una liturgia di un sacrificio espiatorio. Il pastore è diventato agnello. La visione dell’agnello, che appare nella storia di Isacco, dell’agnello che rimane impigliato negli sterpi e riscatta il figlio, è diventata una realtà: il Signore si fa agnello, si lascia legare e sacrificare, per liberarci.



Tutto ciò è divenuto estremamente estraneo al pensiero contemporaneo. Riparazione, "espiazione", può forse evocare qualche cosa nel quadro dei conflitti umani e nella liquidazione della colpabilità che regna tra gli esseri umani, ma la sua trasposizione al rapporto tra Dio e l’uomo non può sortire buon esito. Ciò si collega sicuramente al fatto che la nostra immagine di Dio è impallidita, si è avvicinata al deismo. Non ci si può più immaginare che l’errore umano possa ferire Dio e ancor meno che debba avere bisogno di una espiazione, simile a quella che costituisce la croce del Cristo. Stessa cosa per la sostituzione vicaria: non possiamo affatto rappresentarci qualche cosa a questo riguardo. La nostra immagine dell’uomo è diventata troppo individualista per questo.



Così la crisi della liturgia ha per base delle concezioni centrali sull’uomo. Per superarla, non è sufficiente banalizzare la liturgia e trasformarla in una semplice riunione o in un pasto fraterno. Ma come uscire da questi disorientamenti? Come ritrovare il senso di questa realtà immensa che è nel cuore del messaggio della Croce e della Resurrezione? In ultima istanza, certamente non attraverso delle teorie e delle riflessioni erudite, ma solo per mezzo della conversione, per mezzo di un radicale cambiamento di vita, al quale possono certamente aprire la strada taluni elementi di discernimento, e vorrei proporre delle indicazioni in questo senso e ciò in tre tappe.



L’amore, cuore del sacrificio



La prima tappa deve essere una questione preliminare alla comprensione essenziale del termine sacrificio. Si considera comunemente il sacrificio come la distruzione di una realtà preziosa agli occhi dell’uomo; distruggendola, egli vuole consacrare questa realtà a Dio, riconoscere la sua sovranità. Tuttavia, una distruzione non onora Dio. Ecatombi di animali o di qualsiasi cosa non possono onorare Dio. "Se avessi fame, a te non lo direi, mio è il mondo e quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli nell’Altissimo i tuoi voti" — dice Dio a Israele nel salmo 50 (49), 12-14.



In che cosa consiste allora il sacrificio? Non nella distruzione, ma nella trasformazione dell’uomo. Nel fatto che diventa lui stesso conforme a Dio, e diventa conforme a Dio quando diventa amore. "È per questo che il vero sacrificio è qualsiasi opera che ci permette di unirci a Dio in una santa comunità", dice a proposito Agostino. A partire da questa chiave neotestamentaria, Agostino interpreta i sacrifici veterotestamentari come simboli che significano questo sacrificio propriamente detto, ed per questo, dice, che il culto doveva essere trasformato, il segno doveva scomparire in favore della realtà: "Tutte le prescrizioni divine della Scrittura concernenti i sacrifici del tabernacolo o del tempio, sono delle figure che si riferiscono all’amore di Dio e del prossimo" (La Città di Dio, X, 5).



Ma Agostino sa anche che l’amore diventa vero solo quando conduce l’uomo a Dio e così lo indirizza verso il suo vero fine; solo qui si può verificare l’unità degli uomini tra loro. Così il concetto di sacrificio rinvia alla comunità e la prima definizione tentata da Agostino si trova, a partire da questo momento, ampliata dal seguente enunciato: "Tutta la comunità umana riscattata, cioè l’unione e la comunità dei santi è offerta a Dio in sacrificio dal Gran Sacerdote che si è offerto lui stesso" (ibid. X, 6). E più semplicemente ancora: "Tale è il sacrificio dei cristiani: la moltitudine, un solo corpo nel Cristo" (ibid. X, 6).



Il "sacrificio" consiste dunque —diciamolo ancora una volta — nella conformazione dell’uomo a Dio nella sua theiosis, direbbero i Padri. Consiste, per esprimersi in termini moderni, nell’abolizione delle differenze, nell’unione tra Dio e l’uomo, tra Dio e la creazione: "Dio tutto in tutti" (1 Cor 15, 28). Ma come ha luogo questo processo che fa sì che diventiamo amore e un solo corpo con il Cristo, che noi diventiamo una sola cosa con Dio, come avviene questa abolizione della differenza? Prima di tutto esiste a questo proposito una netta frontiera tra le religioni fondate sulla fede di Abramo da una parte e dall’altra parte le altre forme di religione come le troviamo in particolare in Asia, ma anche — probabilmente sulla base di tradizioni asiatiche - nel neo-platonismo di impronta plotiniana.



Là l’unione significa liberazione dalla finitezza che si svela infine come apparenza, abolizione dell’io nell’oceano del tutto che, di fronte al nostro mondo di apparenze, e il nulla, tuttavia in verità è il solo vero essere. Nella fede cristiana, che dà compimento alla fede dl Abramo, l’unità è vista in modo completamente diverso: è l’unità dell’amore, nella quale le differenze non sono abolite, ma si trasformano nell’unità superiore degli amanti, quale si trova, come in archetipo, nell’unità trinitaria di Dio. Mentre, per esempio, presso Plotino, il finito è decadenza in rapporto all’unità ed è per così dire il livello del peccato e in quanto tale e al tempo stesso il livello di ogni male, la fede cristiana non vede il finito come una negazione, ma come una creazione, come il frutto di un volere divino, che crea un partner libero, una creatura che non deve essere abolita, ma deve essere compiuta e inserirsi nell’atto libero dell’amore.



La differenza non è abolita, ma diventa la modalità di una superiore unità. Questa filosofia della libertà, che è alla base della fede cristiana e la differenzia dalle religioni asiatiche, include la possibilità della negazione. Il male non è una semplice decadenza dell’essere, ma la conseguenza di una libertà male utilizzata. Il cammino dell’unità, il cammino dell’amore, è perciò un cammino di conversione, un cammino di purificazione, prende la figura della croce, passa attraverso il mistero pasquale, attraverso la morte e la Resurrezione. Ha bisogno di un Mediatore che nella Sua morte e nella Sua Resurrezione diventa per noi la via, ci attira tutti a lui (Gv 12, 32) e ci esaudisce.


Gettiamo un colpo d’occhio addietro.



Nella sua definizione: sacrificio eguale amore, Agostino si appoggia con ragione sul termine presente sotto diverse varianti nell’Antico e nel Nuovo Testamento che egli cita secondo Osea: "Voglio l’amore e non il sacrificio" (6, 6; 5. Agostino, La città di Dio, X, 5). Ma questa affermazione non mette semplicemente una opposizione tra ethos e culto — in questo caso il cristianesimo si ridurrebbe a un moralismo —, rinvia a un processo che è più che la morale, a un processo di cui Dio prende l’iniziativa. Lui solo può avviare nell’uomo il cammino verso l’amore.



È solo l’amore con cui Dio ama che fa crescere l’amore verso di Lui. Questo fatto di essere amato avvia un processo di purificazione e di trasformazione, nel quale noi non siamo solo aperti a Dio, ma uniti gli uni agli altri. L’iniziativa di Dio ha un nome: Gesù Cristo — il Dio che si è fatto Lui stesso uomo e si dona a noi. Ecco perché Agostino può sintetizzare tutto questo dicendo "Tale è il sacrificio dei cristiani: la moltitudine è un solo corpo nel Cristo. La Chiesa celebra questo mistero con il sacrificio dell’altare, ben conosciuto dai credenti, perché in questo le è mostrato che nelle cose che essa offre, essa stessa è offerta" (ibid. X, 6). Chi ha compreso questo non sarà del parere che parlare del sacrificio della Messa è perlomeno altamente ambiguo e anche uno spaventoso errore. Al contrario: se non ritroviamo questa verità, perdiamo di vista la grandezza di ciò che Dio ci dona nell’Eucaristia.

Il nuovo tempio



Vorrei ora richiamare ancora, in modo molto breve, altre due linee di avvicinamento all’aspetto centrale della questione. A mio avviso, una indicazione importante è data nella scena della purificazione del tempio, in particolare nella forma trasmessa da Giovanni. In realtà Giovanni riferisce una parola di Gesù che nei Sinottici è presente soltanto durante il processo a Gesù sulle labbra di falsi testimoni e in modo deformato. La reazione di Gesù riguardo ai mercanti e ai cambiavalute del tempio era nella pratica un attacco contro le immolazioni di animali che vi erano presentati, dunque un attacco contro la forma esistente del culto del sacrificio in generale.



È questo il motivo per cui le competenti autorità ebraiche gli domandano, con pieno diritto, con quale segno Egli giustifichi una tale azione che equivaleva a un attacco contro la legge di Mosè e le sacre prescrizioni dell’Alleanza. In proposito Gesù risponde: "Distruggete (dissolvete) questo tempio e in tre giorni lo faro risorgere" (Gv 2,19).



Questa sottile formula evoca una visione di cui Giovanni stesso dice che i discepoli non la compresero, se non dopo la Resurrezione, ricordandosi gli eventi, e che ricondusse a credere alle Scritture e alla Parola detta da Gesù (Gv 2, 22). Ora infatti comprendono che al momento della crocifissione di Gesù il tempio è stato abolito: secondo Giovanni, Gesù fu crocifisso esattamente nel momento in cui gli agnelli pasquali venivano immolati nel santuario.

Nel momento in cui il Figlio si consegna in persona come agnello, vale a dire si dona liberamente al Padre e così (pure) a noi, giungono alla fine le antiche prescrizioni del culto, che non potevano essere altro che un segno delle realtà autentiche. Il tempio è distrutto. E ormai il Suo corpo risuscitato — Lui stesso — diventa il vero tempio dell’umanità, nel quale si svolge l’adorazione in Spirito e verità (Gv 4, 23). Ma Spirito e verità non sono concetti filosofici astratti — Lui stesso è la verità, e lo Spirito è lo Spirito Santo che da Lui procede.



In tal modo, anche qui appare con chiarezza che il culto non è sostituito dalla morale, ma che il culto antico giunge alla fine, con le sue sostituzioni e i suoi malintesi, spesso tragici, perché la realtà stessa, il nuovo tempio, si manifesta: il Cristo risuscitato che ci attiva, ci trasforma e ci unisce a Lui. Ed è di nuovo chiaro che l’Eucaristia della Chiesa — per parlare con Agostino — è sacramentum del vero sacrificium — segno sacro nel quale si produce ciò che è significato.

Il sacrificio spirituale



Infine vorrei segnalare molto brevemente una terza via secondo la quale è progressivamente diventato più chiaro il passaggio dal culto di sostituzione, quello della immolazione di animali, al vero sacrificio — alla comunione, alla offerta del Cristo. Presso i profeti pre-esilici c’era stata contro il culto del tempio una critica estremamente dura, che Stefano, con stupito terrore dei dottori e dei sacerdoti del tempio, riprese nel suo grande discorso. segnatamente questo versetto di Amos: "Mi avete forse offerto vittime e sacrifici per quarant’anni ne! deserto, o casa di Israele? Avete preso con voi la tenda di Moloc e la stella del dio Refan, simulacri che vi siete fabbricati per adorarli" (5,25, At 7,42).



La critica dei profeti fu il presupposto interno che per mise ad Israele di attraversare la prova della distruzione del tempio, dell’epoca senza culto. Allora ci si trovò nella necessità di mettere in luce in modo più profondo e nuovo che cosa è il culto, l’espiazione, il sacrificio. Al tempo della dittatura ellenistica, in cui Israele fu di nuovo senza tempio e senza sacrificio, il libro di Daniele ci ha trasmesso questa preghiera: "Ora, Signore, noi siamo diventati più piccoli dl qualunque altra nazione.., ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia. Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti dl montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a Te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto i! cuore, ti temiamo e cerchiamo il Tuo volto" (Dn, 37-41).



Così lentamente maturò la scoperta che la preghiera, la parola, l’uomo che prega e diviene lui stesso parola è il vero sacrificio. A questo proposito la lotta di Israele poté entrare in fecondo contatto con la ricerca del mondo ellenistico: anche esso cercava il ripiego per uscire dal culto di sostituzione delle immolazioni di animali, per arrivare a un culto propriamente detto, alla vera adorazione. In questa prospettiva è maturata l’idea della loghikè tysia — del sacrificio consistente nella parola che noi incontriamo nel Nuovo Testamento in Romani 12,1, dove l’apostolo esorta i credenti ad offrire se stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.



Questo è indicato come loghikè latreia, come servizio divino secondo la parola, ragionevole. Sotto un’altra forma, troviamo la stessa affermazione in Eb 13, 15: "Per mezzo di Lui — il Cristo — offriamo a Dio continuamente un sacrificio di fede, cioè il frutto di labbra che confessano il Suo nome". Numerosi esempi, provenienti dai Padri della Chiesa, mostrano come queste idee furono sviluppate e divennero il punto di congiunzione tra la cristologia, la fede eucaristica e la traduzione pratico-esistenziale del mistero pasquale



Vorrei solo citare, a titolo di esempio, alcune frasi di Pietro Crisologo, di cui si dovrebbe in verità leggere l’intero Sermone in questione per poter seguire questa sintesi da capo a fondo: "Singolare sacrificio, dove il corpo si offre senza il corpo, il sangue senza il sangue! Vi scongiuro, dice l’Apostolo, per la misericordia di Dio, di offrire i vostri corpi come sacrificio vivente. Fratelli questo sacrificio prende ispirazione dall’esempio di Cristo che immolò il Suo corpo, perché gli uomini abbiano la vita. Diventa, uomo, diventa il sacrificio di Dio e il suo sacerdote. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua promessa, non del tuo sangue. Il fervore lo placa, non l’uccisione".



Anche qui si tratta di tutt’altra cosa che di un puro moralismo, tanto l’uomo vi è impegnato nel suo essere totale: sacrificio consistente nella parola. I pensatori greci avevano già messo questo aspetto in relazione al logos, alla parola stessa, indicando che il sacrificio della preghiera non deve essere un puro discorso, bensì la trasformazione del nostro essere ne logos, l’unione con Lui. Il culto divino implica che noi stessi diventiamo degli esseri della Parola, che ci conformiamo alla Ragione creatrice. Ma è nuovamente chiaro che non possiamo ottenere tutto questo da noi stessi e così tutto sembra di nuovo finire nel nulla, fino al giorno in cui viene il Logos, il vero, il Figlio, fino al giorno in cui sì fa carne e ci attira a se stesso nell’esodo della croce.



Questo vero sacrificio, che ci trasforma tutti in sacrificio, vale a dire ci unisce a Dio, fa di noi degli esseri conformi a Dio, è certamente fissato e fondato in un avvenimento storico, ma non si trova come una cosa del passato dietro di noi; anzi diventa contemporaneo e accessibile a noi nella comunità della Chiesa, che crede e prega, nel suo sacramento: ecco che cosa significa il sacrificio della Messa. L’errore di Lutero si fondava - ne sono convinto — su un falso concetto di storicità, in una errata comprensione dell’unicità ( ephapax). Il sacrificio di Cristo non si trova dietro di noi come una cosa del passato. Raggiunge tutti i tempi ed è presente in noi.



L’Eucaristia non è semplicemente la distribuzione di ciò che viene dal passato, ma più a fondo è la presenza dei mistero pasquale del Cristo che trascende ed unisce i tempi. se Il Canone romano cita Abele, Abramo, Melchisedec, annoverandoli tra coloro che celebrano l’Eucaristia, lo fa nella convinzione che anche in essi, i grandi offerenti, il Cristo attraversava i tempi, oppure meglio che nella loro ricerca essi camminavano incontro al Cristo. La teologia dei Padri, così come la troviamo nel Canone, non nega l’insufficienza dei sacrifici precristiani; però il Canone include, con le figure di Abele e Melchisedec, gli stessi "santi pagani" nel mistero di Cristo.



La conclusione è precisamente che tutto ciò che precedeva è visto nella sua insufficienza come ombra, ma pure che il Cristo attira tutto a sé, che vi è anche nel mondo pagano una preparazione al Vangelo, che anche elementi imperfetti possono condurre al Cristo, qualunque siano le purificazioni di cui hanno bisogno.



Il Cristo soggetto della liturgia



Vengo alla conclusione. Teologia della liturgia — questo significa che Dio agisce per mezzo del Cristo nella liturgia e che noi non possiamo agire che per mezzo Suo e con Lui. Da noi stessi non possiamo costruire la nostra via verso Dio. Questa via non è percorribile, eccetto il caso che Dio stesso si faccia la via. E una volta per sempre: le vie dell’uomo che non pervengono accanto a Dio sono delle non-vie.



Teologia della liturgia significa inoltre che nella liturgia il Logos stesso ci parla e non solo parla: viene con il Suo corpo, la Sua anima, la Sua carne, il Suo sangue, la Sua divinità, la Sua umanità per unirci a Lui, per fare di noi "un solo corpo". Nella liturgia cristiana tutta la storia della salvezza, anzi tutta la storia della ricerca umana di Dio, è presente, viene assunta e portata al suo compimento. La liturgia cristiana è una liturgia cosmica —abbraccia la creazione intera che attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19).



Trento non si ingannò, si appoggiò sul solido fondamento della Tradizione della Chiesa. Rimane un criterio affidabile. Ma noi possiamo e dobbiamo comprenderlo in un modo più profondo, attingendo alle ricchezze della testimonianza biblica e della fede della Chiesa di tutti i tempi. Vi sono autentici segni di speranza di questa comprensione rinnovata e approfondita di Trento possa, in particolare tramite la mediazione delle Chiese di Oriente, essere resa accessibile ai cristiani protestanti.



Una cosa dovrebbe essere chiara. La liturgia non deve essere il terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche. In questi ultimi decenni, congetture di esperti sono entrate troppo rapidamente nella pratica liturgica. spesso anche passando a lato dell’autorità ecclesiastica, tramite il canale di commissioni che seppero divulgare a livello internazionale il loro consenso del momento e nella pratica seppero trasformarlo in legge liturgica. La liturgia trae la sua grandezza da ciò che essa è e non da ciò che noi ne facciamo.



La nostra partecipazione è certamente necessaria, ma come un mezzo per inserirci umilmente nello spirito della liturgia a per servire Colui che è il vero soggetto della liturgia: Gesù Cristo. La liturgia non è l’espressione della coscienza di una comunità, che del resto è varia e cangiante. Essa è la Rivelazione accolta nella fede e nella preghiera e di conseguenza la sua norma è la fede della Chiesa, nella quale la Rivelazione è accolta. Le forme che si danno alla liturgia possono variare in relazione ai luoghi e ai tempi, così come i riti sono diversi. Essenziale è il legame con la Chiesa che, a sua volta, è vincolata dalla fede nel Signore. L’obbedienza della fede garantisce l’unità della liturgia, oltre la frontiera dei luoghi e dei tempi e così ci lascia sperimentare l’unità della Chiesa, della Chiesa come patria del cuore.



Infine, l’essenza della liturgia è riassunta nella preghiera trasmessa da S. Paolo (1 Cor 16, 22) e dalla Didaché (10, 6) Maranà tha — il Signore viene — vieni o Signore! . Nella liturgia si compie già ora la parusia, ma questo avviene protendendoci verso il Signore che viene e precisamente insegnandoci ad invocare "Vieni Signore Gesù". Ed essa ci fa sempre percepire ancora oggi la sua risposta e ce ne fa provare la verità: sì, vengo presto (Ap 22, 1 7-20).

 

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5.

A ROMA UN CARDINALE SOGNA L'AMERICA

è

R U I N I

ROMA, 13 luglio 2005 – Il cardinale Camillo Ruini, vicario del papa per la diocesi di Roma e presidente della conferenza episcopale italiana, è tornato per la terza volta in pochi mesi a indicare nel modello americano delle “Chiese libere” un rapporto tra cristianesimo e società “più fecondo di quelli sperimentati in Europa”.

L’ha fatto presentando a Roma, a un folto pubblico, il primo libro pubblicato da Joseph Ratzinger dopo l’elezione a papa: “L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, edizioni Cantagalli.

In precedenza, Ruini aveva richiamato l’attenzione sul modello americano sia in un passo del suo libro pubblicato lo scorso aprile: “Nuovi segni dei tempi. Le sorti della fede nell’età dei mutamenti”, sia nella conferenza letta l’11 febbraio 2005 a un convegno dell’Opera Romana Pellegrinaggi: “Quale spazio per il cristianesimo nella nuova Europa”.

In “Nuovi segni dei tempi”, aveva sostenuto:

“Quelle tensioni e contrapposizioni di tipo etico e anche religioso che sembrano caratterizzare in maniera crescente gli Stati Uniti d’America potrebbero rivelarsi non semplicemente dei residui delle peculiari origini di tale nazione, ma piuttosto l’anticipazione di un futuro che bussa già alle porte dell’Italia come degli altri paesi europei”.

E nella conferenza aveva detto:

“Negli Stati Uniti la situazione è diversa [rispetto all’Europa]: alla loro origine vi sono infatti le ‘Chiese libere’, con una rigida separazione istituzionale rispetto allo stato, ma con una notevole vitalità religiosa capace di esercitare un forte influsso pubblico. È questa la cosiddetta ‘religione civile’ americana, di carattere non confessionale, anche se con una chiara impronta cristiana-protestante: con l’incremento della percentuale della popolazione cattolica, in questa ‘religione civile’ stanno crescendo però il contributo e l’influenza cattolica.

“Un tale modello sembra meglio in grado di garantire, nell’attuale società libera e democratica, i fondamenti morali della convivenza e in ultima analisi una comune visione del mondo, cosicché la promozione della democrazia (in concreto della libertà e della socialità) appaia un imperativo morale in sintonia con la fede religiosa, come già affermato da Alexis de Tocqueville. [...] Ma un tale contributo è realmente possibile ed efficace soltanto sulla base di una fede autenticamente vissuta oggi, e non semplicemente in virtù dell’eredità culturale del nostro passato cristiano che, se non alimentata dalla fede vissuta, tende fatalmente ad affievolirsi”.

* * *


Che fondamento ha la visione di Ruini? Sul confronto tra i modelli americano ed europeo nel rapporto tra cristianesimo e società è riportato qui sotto il punto di vista di un sociologo della religione di grande fama, Peter L. Berger, di fede luterana, docente di sociologia e teologia alla Boston University e direttore dell’Institute on Culture, Religion and World Affairs.

Berger ha in corso una ricerca sulla secolarizzazione in Europa assieme alla sociologa francese Danièle Hervieu-Léger.

Questo suo commento è parte di una nota apparsa la prima volta sul n. 27, 2004 di “Transit”, la rivista dell’Institut für die Wissenschaften vom Menschen, di Vienna, Verlag Neue Kritik, Francoforte sul Meno.

L’istituto viennese, diretto da Krzysztof Michalski, aveva ricevuto dalla Commissione Europea presieduta all’epoca da Romano Prodi l’incarico di studiare “la dimensione spirituale e culturale dell’Europa”. E ne è uscito un’insieme di riflessioni tra cui quella di Berger.

Nel giugno 2005 quei saggi sono stati pubblicati anche in Italia a cura del professor Michalski e di Nina zu Fürstenberg della rivista “Reset”, nel volume edito da Marsilio: “Europa laica e puzzle religioso. Dieci risposte su quel che tiene insieme l’Unione”, con una postfazione di Romano Prodi.

Ecco dunque i passi salienti della nota di Berger sulla questione richiamata dal cardinale Ruini:

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6.


Religione e integrazione europea: osservazioni dall’America

di Peter L. Berger


[...] Il confronto tra Europa e Stati Uniti è, in linea teorica, assolutamente strategico per la sociologia della religione. La secolarizzazione – ovvero il declino nella fede e nella pratica religiosa – è comunemente considerata un’inesorabile conseguenza della modernità. Eppure l’America, che difficilmente può essere definita meno moderna dell’Europa occidentale, è ardentemente religiosa se paragonata al Vecchio Continente. Spesso si fa riferimento a una “eccezione americana” (a volte in senso positivo, altre in senso negativo). L’America è senza ombra di dubbio un paese eccezionale per parecchi versi, ma non per quanto concerne la religione: la maggior parte del mondo è religiosa, come lo è l’America. L’eccezione qui è l’Europa: come dice il titolo di un recente libro della sociologa inglese Grace Davie. Ed è a questa eccezione che bisogna cercare una spiegazione.

La distinzione convenzionale è tra “America religiosa” ed “Europa laica”. Ma le cose sono molto più complicate. Da un punto di vista americano, le discussioni a proposito del riferimento alle fondamenta religiose – “giudaico-cristiane” o “giudaico-cristiano-islamiche” – dei cosiddetti “valori europei” nella costituzione dell’Unione sono abbastanza paradossali. Nella costituzione degli Stati Uniti l’unico riferimento alla religione è contenuto nel Primo Emendamento, che garantisce il libero esercizio della fede e allo stesso tempo ne proibisce l’imposizione da parte del governo. Nessun accenno a fondamenti religiosi dei “valori americani” (la Dichiarazione di Indipendenza, che in alcuni passaggi usa un linguaggio di questo genere, non fa infatti parte della costituzione). Eppure tale omissione e non è stata di alcun ostacolo a un esuberante sviluppo della religiosità. Potrebbe essere che proprio tale vaghezza abbia in realtà addirittura agevolato un’evoluzione in questo senso? Alexis de Tocqueville ne era convinto. Forse l’Europa ha una lezione da imparare?

In ogni caso, per quel che concerne la religione esistono tra i due continenti differenze ma anche analogie. (Per la precisione, il confronto si riferisce all’Europa centrale ed occidentale, fulcro del suddetto secolarismo. Via via che ci si sposta verso est e verso sud-est, infatti, la situazione che si trova è molto diversa).

Quali sono le differenze?

Qualsiasi indice oggettivo di atteggiamento religioso è più elevato in America, in termini sia di frequenza in chiesa, sia di appartenenza al clero, sia di supporto materiale alle istituzioni religiose. In Europa c’è sempre stato un alto livello di “de-istituzionalizzazione” della religione. Le Chiese sia cattolica che protestanti versano pressoché ovunque in uno stato di grave crisi istituzionale, con poche oasi relativamente isolate e circoscritte di “parrocchialità” tradizionale.

Al contrario, la vita di Chiesa, in America, continua vigorosamente. C’è stato un calo di partecipazione nelle Chiese protestanti cosiddette “mainline”, molto meno in quella cattolica. Senza contare che negli Stati Uniti esiste un fenomeno pressoché assente in Europa: la presenza esuberante del protestantesimo evangelico, con circa 40 milioni di Americani che si autodefiniscono “cristiani rinati”. La stessa differenza si nota anche negli indici soggettivi, ovvero nell’espressione della propria fede in Dio, in Gesù Cristo Salvatore, nella vita dopo la morte e in generale nella dottrina cristiana tradizionale.

Se Danièle Hervieu-Léger ha ragione nel suo ultimo libro “Catholicisme, la fin d'un monde”, in Europa si è verificato anche un declino di quello che la studiosa definisce il ruolo “civilizzatore” della religione, ovvero del modo in cui intere culture sono state plasmate dai valori cattolici o protestanti, a prescindere dal destino incontrato dalle loro Chiese. Pertanto, l’America può essere ancora considerata una civiltà protestante mentre la Scandinavia, tanto per dire, no.

Ma quali sono le analogie?

La più importante è l’individualizzazione. Il che vuol dire che la religione non è più radicata nella cultura in modo scontato, ma piuttosto diventa oggetto di scelte individuali. La Hervieu-Léger ha definito questo fenomeno "bricolage" (termine che suggerisce l’armeggiare con dei Lego). Robert Wuthnow, a proposito dell’America, ha invece usato il termine “patchwork religion” per definire lo stesso fenomeno. In entrambi i continenti ciò include anche chi si definisce non religioso ma “spirituale”. Molti di loro sono impegnati in una perpetua ricerca (la Hervieu-Léger li chiama “pellegrini”) più che dimostrarsi risoluti sostenitori di questa o quella fede. In Europa questa gente esprime la propria religiosità nei modi più disparati, generalmente al di fuori delle Chiese. In America, invece, non di rado fondano delle Chiese. Il prototipo americano di questo genere è la cosiddetta Chiesa Unitariana-Universalista, che si autodefinisce ufficialmente come comunità di cercatori (da qui una battuta popolare: come inizia la versione unitariana del Padre Nostro? “To whom it may concerne”, per chi fosse eventualmente interessato...). Questo gruppo, partito in sordina, sta significativamente prosperando.

A mio avviso questo fenomeno, e non il secolarismo, è il vero prodotto della modernità, che pluralizza l’esistenza individuale e rende difficile le certezze date per scontate, nella religione come in qualsiasi altro ambito. Tale pluralizzazione è determinata da una molteplicità di sviluppi connessi alla modernità: urbanizzazione, immigrazione di massa, alfabetizzazione, mezzi di comunicazione di massa. Tutti questi fattori mettono l’individuo a confronto con un’infinita varietà di visioni del mondo, sistemi di valori e stili di vita, costringendolo a una scelta (il concetto elaborato da Jean-Paul Sartre di “condanna alla libertà” è dubbio che descriva appieno la condizione generale umana, ma ben si applica alla condizione moderna). La modernità può caratterizzare diversi regimi politici e stati di diritto, ma la pluralizzazione da essa prodotta risulta certamente potenziata da sistemi democratici che garantiscono la libertà religiosa. Quando le Chiese non possono più fare affidamento sulle forze di polizia per riempire i banchi sono costrette a competere fra loro per conquistare la fedeltà ai propri servizi da parte di liberi consumatori. Funziona così anche in paesi come la Francia o la Svezia in cui ufficialmente una confessione tradizionale viene professata dalla maggioranza della popolazione. Anche in mancanza di altre confessioni immediatamente disponibili, l’individuo è libero di non aderire a nessuna e/o di comporre autonomamente un proprio “patchwork” religioso-morale.

Perché questa diversità?

Come già detto in precedenza, fin dai tempi di Tocqueville la classica spiegazione della particolare vitalità della religione americana è sempre stata la separazione tra stato e Chiesa. Questa è quasi certamente una spiegazione valida. La mancanza di un supporto statale ha costretto le Chiese americane a confrontarsi tra loro, e la competizione rende più vitali le istituzioni. (Lo si è potuto vedere molto prima della recente introduzione della teoria economica nella sociologia della religione da parte di Rodney Stark e altri, se ha senso pensare a un mercato religioso nel quale accadono dei processi economici).Un fattore altrettanto importante, inoltre, è costituito dal fatto che le Chiese che non si identificano con la struttura statale non sono soggette al risentimento che prima o poi finisce sempre per colpire le istituzioni pubbliche .

Ma la faccenda non si esaurisce qui. Se così fosse, non sarebbe possibile che la separazione tra stato e Chiesa in Francia, più rigida che in America, in oltre un secolo non abbia prodotto in alcun modo nelle istituzioni religiose del paese un incremento di vitalità. In realtà, appena in un paese viene introdotta un’effettiva libertà di culto, anche in presenza di un establishment religioso ufficiale, de facto si attua una separazione tra stato e Chiesa. È accaduto più volte nelle democrazie dell’Europa occidentale, senza mai portare a un significativo aumento della vitalità delle Chiese interessate. Alla base della differenza, pertanto, devono esserci altri fattori. Di questi possibili fattori, ne segnalo tre.

Il primo riguarda la tempistica e l’intensità dell’affermazione del pluralismo religioso in America: tale processo ha avuto luogo fin dal primo insediamento europeo in America, con l’alto numero di confessioni protestanti che si diffusero tra le colonie, nessuna abbastanza forte da soppiantare le altre. I tentativi di instaurare una costituzione statal-religiosa, operati nel New England dai congregazionalisti e in Virginia dagli anglicani, sono ben presto falliti proprio a causa di tale pluralismo. La costituzione dell’Unione si è poi limitata a ratificare un pluralismo già esistente. Come ha sottolineato Richard Niebuhr, l’America ha prodotto una nuova tipologia di istituzione religiosa, la “denominazione”, vale a dire una Chiesa che riconosce alle altre confessioni il diritto di esistere. Anche le Chiese teologicamente ostili a una tale capacità di riconoscimento in America sono state costrette ad adegguarvisi. Un caso emblematico è quello della Chiesa cattolica romana.

In secondo luogo, e ancora una volta per motivi storicamente spiegabili, gli americani hanno sviluppato un talento particolare per la creazione di associazioni volontaristiche. Abbandonate tre americani su un’isola deserta, e in breve vi daranno vita a quattro organizzazioni di vicinat. opinione comune che la cultura americana sia connotata da un radicale individualismo. A mio avviso è un errore. Gli americani sono molto meno individualisti di altri popoli occidentali, come per esempio i francesi. Piuttosto, sono profondamente associazionisti, che è tutt’altra cosa). Il pluralismo religioso americano ha tratto notevoli vantaggi da questo tratto culturale.

Terzo fattore: lo status attribuito agli intellettuali nei due continenti è molto diverso. Raymond Aron una volta ha definito la Francia il paradiso degli intellettuali e l’America il loro inferno. Forse è un’esagerazione, ma che nasconde una valida intuizione. Fin dall’inizio, l’America si è creata una cultura ad alta connotazione commerciale, e gli uomini d’affari tendono ad avere scarsa stima nei confronti degli intellettuali. Questa differenza ha acquisito particolare rilevanza per quanto concerne il ruolo della religione in entrambi i continenti via via che l’istruzione primaria diveniva universale e obbligatoria. In molti paesi europei, l’istruzione è sempre stata una funzione dello stato centrale. I docenti provenivano dai gradini più bassi di un’intellettualità che tendeva ad essere più secolarizzata rispetto al resto della popolazione.

Al contrario, in America, fino a pochissimo tempo fa, l’istruzione era totalmente gestita dalle comunità locali. Le conseguenze sono ovvie: in Europa, a meno che non ci fosse una scuola religiosa nelle vicinanze, i bambini erano soggetti a un indottrinamento laico, a prescindere dalla volontà dei genitori; in America, invece, i genitori avevano la possibilità di licenziare i docenti di cui non condividevano le modalità di insegnamento. Si potrebbe anche aggiungere che l’Illuminismo americano e l’intellettualità da esso prodotta erano molto meno anticlericali dei loro parenti europei, il che, ancora una volta, va messo in relazione al fatto che in America non esisteva uno strapotere del clero contro cui gli spiriti colti potessero rivolgere le proprie critiche (parafrasando Voltaire, non c’era nessuna infamia da combattere).

Pertanto l’America è davvero diversa dall’Europa, ma presenta con essa alcune significative analogie. [...] L’America ha fatto parte di un’asse “borghese protestante” Amsterdam-Londra-Boston che ha sviluppato fin dall’inizio una tradizione di relativa tolleranza. Con lo spostarsi di quest’asse verso Occidente, e via via che la sua tradizione di tolleranza abbracciava una cerchia sempre maggiore di gruppi religiosi – prima le varie confessioni protestanti, poi i cattolici e gli ebrei, e raggiungendo nel tempo praticamente tutte le comunità ad eccezione di quelle che praticano il cannibalismo rituale – il principio dell’associazione volontaria si è intensificato

In cosa consiste il potere di integrazione dell’Europa?

[...] Per capire in che modo la religione può legarsi all’integrazione europea, bisogna considerare il suo ruolo nella sfera pubblica di una società. Nella maggior parte dell’Europa occidentale si può riscontrare il fenomeno descritto da Grace Davie come “credere senza appartenere”. Come accennato prima, gli individui compongono da sé (“bricoler”) una sorta di propria visione religiosa, ma senza aderire attivamente ad una Chiesa. Ma si assiste anche al fenomeno contrario, quello dell’“appartenere senza credere”. È in questo senso che Davie parla di una “religione vicaria”. Molti non partecipano alle Chiese, ma vogliono averle lì, giusto in caso di necessità o semplicemente come presenza simbolica che non si vuole perdere. A mio avviso, Davie ha ragione a ritenere tale fenomeno di vicariato importante. Prendete il caso della Germania. Lo stato raccoglie un’imposta ad hoc e la devolve alle Chiese. Questo “Kirchensteuer” corrisponde a circa l’otto per cento di un’imposta individuale sul reddito, una cifra abbastanza considerevole. Tale tassa, al contrario di altre, non è obbligatoria. Per esserne esentati, basta dichiarare di non aderire a nessuna confessione religiosa (“Konfessionslos”). Non sorprende che molti abbiano sfruttato questa possibilità per incrementare la propria di sponibilità di reddito. Ma quel che più stupisce è che la maggior parte dei tedeschi non lo abbia fatto, compresi molti che non hanno mai messo piede in una chiesa. Le motivazioni addotte sono spesso molto vaghe, ma in fin dei conti chiare. Questa gente vuole che la Chiesa stia lì in quanto presenza simbolica, come una sorta di autorità morale, anche se al momento, nella loro vita, non ne ha bisogno. Ma il bisogno di questa presenza simbolica può all’improvviso manifestarsi nello spazio pubblico nei momenti di crisi[...]. Considerare la religione vicaria non equivale a ritenerla irrilevante. È pertanto ipotizzabile che se l’Europa si trovasse colpita da una crisi di lunga durata il ruolo pubblico delle Chiese tornerebbe in primo piano. [...]

[Traduzione dall’originale inglese di Chiara Rizzo]




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Il libro uscito in Italia con il saggio integrale di Peter L. Berger:

“Europa laica e puzzle religioso. Dieci risposte su quel che tiene insieme l’Unione”, a cura di Krzysztof Michalski e Nina zu Fürstenberg, Marsilio, Venezia, 2005, pp. 200, euro 9,90.

La rivista dell’Institut für die Wissenschaften vom Menschen, di Vienna, su cui è uscita la versione tedesca dello stesso saggio:

> “Transit. Europäische Revue”, n. 27, 2004

Di Berger uscirà prossimamente la versione italiana del suo libro del 2003 “Questions of Faith: A Sceptical Affirmation of Christianity”:

Peter L. Berger, “Questioni di fede
. Una professione scettica del cristianesimo”, il Mulino, Bologna, 2005, pp. 300, euro 15,00.

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Il servizio di www.chiesa con il testo integrale della conferenza in cui il cardinale Ruini apprezza il modello americano di rapporto tra cristianesimo e società:

> La geopolitica religiosa del cardinale Ruini (21.2.2005)

E il libro:

Camillo Ruini, “Nuovi segni dei tempi. Le sorti della fede nell’età dei mutamenti”, Mondadori, Milano, 2005, pp. 84, euro 10,00.

 

 

 

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* * *
Nostrae Informationes:

HABEMUS PAPAM

BENEDETTO XVI

[*]

7.

 

[*] Estratto del Discorso di Benedetto XVI del 25 aprile, nell’originale tedesco

e nella versione italiana apparsa su “L’Osservatore Romano” del 27 aprile
”Quando, lentamente, l’andamento delle votazioni...”


Als langsam der Gang der Abstimmungen mich erkennen ließ, daß sozusagen das Fallbeil auf mich herabfallen würde, war mir ganz schwindelig zumute.
Ich hatte geglaubt, mein Lebenswerk getan zu haben und nun auf einen ruhigen Ausklang meiner Tage hoffen zu dürfen. Ich habe mit tiefer Überzeugung zum Herrn gesagt: Tu mir dies nicht an! Du hast Jüngere und Bessere, die mit ganz anderem Elan und mit ganz anderer Kraft an diese große Aufgabe herantreten können. Da hat mich ein kleiner Brief sehr berührt, den mir ein Mitbruder aus dem Kardinalskollegium geschrieben hat. Er erinnerte mich daran, daß ich die Predigt beim Gottesdienst für Johannes Paul II. vom Evangelium her unter das Wort gestellt hatte, das der Herr am See von Genezareth zu Petrus gesagt hat: Folge mir nach! Ich hatte dargestellt, wie Karol Wojtyla immer wieder vom Herrn diesen Anruf erhielt und immer neu viel aufgeben und einfach sagen mußte: Ja, ich folge dir, auch wenn du mich führst, wohin ich nicht wollte. Der Mitbruder schrieb mir: Wenn der Herr nun zu Dir sagen sollte “Folge mir”, dann erinnere Dich, was Du gepredigt hast. Verweigere Dich nicht! Sei gehorsam, wie Du es vom großen heimgegangenen Papst gesagt hast. Das fiel mir ins Herz. Bequem sind die Wege des Herrn nicht, aber wir sind ja auch nicht für die Bequemlichkeit, sondern für das Große, für das Gute geschaffen. So blieb mir am Ende nichts als Ja zu sagen...

* * *
Quando, lentamente, l’andamento delle votazioni mi ha fatto capire che, per così dire, la scure sarebbe caduta su di me, la mia testa ha incominciato a girare. Ero convinto di aver svolto l’opera di tutta una vita e di poter sperare di finire i miei giorni in tranquillità. Con profonda convinzione ho detto al Signore: non farmi questo! Disponi di persone più giovani e migliori, che possono affrontare questo grande compito con tutt’altro slancio e tutt’altra forza. Allora sono rimasto molto toccato da una breve lettera scrittami da un confratello del collegio cardinalizio. Mi ha ricordato che in occasione della messa per Giovanni Paolo II avevo incentrato l’omelia, partendo dal Vangelo, sulla parola che il Signore disse a Pietro presso il lago di Genesaret: seguimi! Avevo spiegato come Karol Wojtyla aveva sempre ricevuto di nuovo questa chiamata dal Signore, e come sempre di nuovo aveva dovuto rinunciare a molto e dire semplicemente: sì, ti seguo, anche se mi conduci dove non avrei voluto. Il confratello mi ha scritto: Se il Signore ora dovesse dire a te “seguimi”, allora ricorda ciò che hai predicato. Non rifiutarti! Sii obbediente come hai descritto il grande papa, tornato alla casa del Padre. Questo mi ha colpito nel profondo. Le vie del Signore non sono comode, ma noi non siamo creati per la comodità, bensì per le cose grandi, per il bene. Così alla fine non ho potuto fare altro che dire sì...

***

8.

[*] Messaggio di Benedetto XVI letto al termine della Santa Messa di fine Conclave

  Testo in Latino

  Venerabiles Fratres Nostri, dilectissimi Fratres ac Sorores in Christo, vos universi homines bonae voluntatis!
1. Gratia copiosa et pax vobis! (cfr 1 Pt 1,2). Duo animum Nostrum discordes sensus hoc tempore una simul subeunt. Nam ex una parte humano turbamento perfundimur et impares Nos sentimus officio hesterno die Nobis commisso, Successoribus scilicet Petri Apostoli hac in Romana Sede, coram universali Ecclesia. Ex altera autem parte magnopere animum gratum esse Deo patefaciendum animadvertimus, qui - sicut in sacra liturgia canimus - gregem suum non deserit sed eundem per temporum vices ducit, iis agentibus quos ipse Filii sui vicarios elegit constituitque pastores (cfr Praefatio I de Apostolis).
Dilectissimi, intimus animi grati sensus propter divinae misericordiae donum in corde Nostro praeter omnia antistat. Et id arbitramur gratiam esse peculiarem, quam Decessor Noster, recolendae memoriae, Ioannes Paulus Secundus Nobis tribuit. Eius videmur firmam persentire manum, quae Nostram perstringit; subridentes Nobis videmur eius oculos contueri eiusque verba audire, Nobis peculiari hoc momento destinata: “Noli timere!”. Summi Pontificis Ioannis Pauli Secundi obitus, et subsequentes dies, pro Ecclesia mundoque insigne fuerunt gratiae tempus. Magnus dolor ob eius excessum et vacui sensus in omnibus relictus Christi resuscitati opera extenuantur, quae per concordem fidei, amoris et spiritalis solidarietatis effusionem, exsequiarum sollemnium attingentis fastigium, diuturno hoc tempore est patefacta. Id quidem dicere possumus: Ioannis Pauli Secundi funus experientia fuit revera unica ubi quodammodo potentiae Dei percepta est per ipsius Ecclesiam quae cunctos populos magnam familiam efficere vult, per coniungentem virtutem Veritatis atque Amoris (cfr Lumen Gentium, 1). Mortis hora, suo Magistro Dominoque figuratus, Ioannes Paulus Secundus suum diuturnum frugiferumque Pontificatum extulit, in fide christianum populum confirmans, eundem circum se congregans atque efficiens ut universa hominum familia coniunctiorem se esse sentiret.


Nonne hac testificatione Nos sustentari sentimus? Nonne incitamentum, quod ex eventu hoc manat, animadvertimus?

2. Omnem Nostram praeveniens exspectationem, Providentia divina per Venerabilium Patrum Cardinalium suffragia Nos, ut huic magno Pontifici succederemus, vocavit. Hoc tempore mentem Nostram ad id convertimus quod abhinc duo milia annorum in partibus accidit Caesareae Philippi. Petri verba audire videmur: “Tu es Christus, Filius Dei vivi” itemque Domini sollemnem confirmationem: “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam ... Tibi dabo claves regni caelorum” (Mt 16, 15-19).
Tu es Christus! Tu es Petrus! Eandem evangelicam scaenam rursus experiri videmur; Nos Petri Successores, trepidantes Galilaeae piscatoris trepidantia verba iteramus atque intima quadam animi affectione roborantem divini Magistri promissionem rursus audimus. Si permagnum est muneris onus, quod debilibus umeris Nostris imponitur, procul dubio immensa est divina potentia qua inniti possumus: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam” (Mt 16,18). Romae Episcopum Nos eligens, suum Vicarium Nos voluit Dominus, “petram” Nos voluit, in qua securi omnes sistere possint. Eum nimirum rogamus ut Nostrarum virium egestati subveniat, ut animosi simus et fideles eius gregis Pastores, usque Spiritui inspiranti obsequentes.


Hoc peculiare ministerium sumus ingressuri, ministerium scilicet ‘petrinum’, universali Ecclesiae destinatum, humiliter Dei Providentiae manibus Nos permittentes. Ante omnia Christo Nostram totam fidentemque adhaesionem renovamus: “In Te, Domine, speravi; non confundar in aeternum!”.


Ex vobis, Venerabiles Cardinales Fratres, grato animo ob Nobis significatam fiduciam quaerimus ut Nos precatione necnon constanti, actuosa prudentique cooperatione sustentetis. Ab omnibus quoque in Episcopatu Fratribus flagitamus ut precatione et consilio Nobis adsint, ut Servus servorum Dei vere simus. Quemadmodum Petrus ceterique Apostoli Domini voluntate unum efformarunt Collegium apostolicum, eodem quidem modo Petri Successor et Episcopi, Apostolorum successores, - id Concilium firmiter confirmavit (cfr Lumen gentium, 22) -, inter se arte coniuncti esse debent. Collegialis haec communio, licet diversa sint munera officiaque Romani Pontificis et Episcoporum, Ecclesiae et unitati in fide omnium credentium inservit, unde maximam partem pendet in huius temporis mundo evangelizationis operae efficacitas. Hanc eandem semitam, in qua Venerabiles Decessores Nostri ambularunt, calcare quoque Nos volumus, universo mundo praesentiae vivae Christi de proclamatione tantummodo solliciti.



3. Nostros ante oculos Ioannis Pauli Secundi Pontificis potissimum obversatur testimonium. Animosiorem, liberiorem iunioremque Ecclesiam relinquit, Ecclesiam scilicet quandam quae, ad eiusdem doctrinam et exemplum, tranquille praeteritum tempus contuetur quaeque futurum aevum haud timet. Per Magnum Iubilaeum ea in novum est ingressa millennium gerens manibus suis Evangelium directum ad hodiernum orbem per iteratam lectionem magna cum auctoritate Concilii Vaticani Secundi. Iustissima quidem de causa Pontifex Ioannes Paulus Secundus Ecclesiae in Concilio illo demonstravit indicem seu ut dicitur quasi “nauticam pyxidem”, qua in vasto mari tertii millennii dirigeretur (cfr Litt. Ap. Novo millennio ineunte, 57-58). In suo spiritali quoque Testamento scripsit: “Persuasum mihi habeo advenientes homines diutius etiam quaedam sumpturos ex divitiis illis quas hoc Concilium saeculi vicesimi nobis est elargitum” (17.III.200).


Nos quoque propterea munus ingredientes quod est proprium Successoris Petri, firmam certamque voluntatem declarare volumus Concilii Vaticani Secundi continuandi exsecutionem, Praegredientibus Decessoribus Nostris, atque in fideli perpetuitate duorum milium annorum Ecclesiae traditionis. Hoc ipso anno conciliaris congressionis conclusae recoletur memoria anniversaria quadragesima (die octavo mensis Decembris anno millesimo nongentesimo sexagesimo quinto). Annorum decursu Concilii Documenta hodierni temporis haud amiserunt vim; immo eorum doctrina pro novis Ecclesiae praesentisque societatis globalizatae, ut aiunt, postulationibus admodum evadit apta.



4. Quadam cum significatione Noster Pontificatus incohatur, dum peculiarem Annum Eucharistiae dicatum vivit Ecclesia. Nonne provida in haec temporum convenientia indicium quoddam est percipiendum, quod ministerium notare debet cui sumus vocati? Eucharistia, vitae christianae cor ac Ecclesiae evangelizantis fons, necessario permanentem mediamque partem constituit et fontem petrini ministerii, Nobis commissi. Eucharistia continenter Christum resuscitatum efficit praesentem, qui nobis pergit se tradere, nos vocans sui Corporis Sanguinisque ad mensam communicandam. Ex eius plena communione aliud quiddam Ecclesiae vitae oritur, communio videlicet in primis inter omnes Christifideles, nuntiandi Evangeliique testificandi munus, in omnes, potissimum in pauperes parvulosque, caritatis ardor. Hoc anno idcirco singulari modo celebranda erit Sollemnitas Corporis Domini. Praeterea media pars Eucharistiae erit mense Augusto in Die Mundiali Iuventutis Coloniae et mense Octobri in Coetu Ordinario Synodi Episcoporum quae versabitur in argumento: “Eucharistia vitae ac missionis Ecclesiae fons et culmen”. Ab omnibus propterea rogamus ut proximis mensibus amorem pietatemque erga Iesum in Eucharistia multiplicent ac fortiter et luculenter fidem suam declarent in realem Domini praesentiam, imprimis per sollemnitatem et rectitudinem celebrationum. Id peculiarem in modum a Sacedotibus postulamus, quibus nunc magnus Nostri animi affectus dirigitur. Sacerdotium quippe ministeriale in Cenaculo una cum Eucharistia enatum est, quemadmodum saepenumero confirmavit Decessor Noster Ioannes Paulus Secundus, veneratae memoriae. “Sacerdotalis exsistentia peculiari titulo «eucharistiam formam» habere debet”: sic in novissima Epistula in Feria V in Cena Domini scripsit (n.1). Ad id propositum multum confert ante omnia celebratio quotidie devota sacrificii eucharistici, quod est veluti centrum vitae ac missionis cuiusque sacerdotis.

5. Nutriti atque sustentati Eucharistia ipsa catholici necessario se impelli sentiunt ad plenam illam unitatem quam in Cenaculo Christus tam vehementer exoptavit. Petri itaque Successor se debere novit recipere hoc supremum Magistri Divini desiderium in se et quidem peculiari modo. Etenim officium illi est concreditum confirmandi fratres (cfr Lc 22,32).
Plena propterea conscientia ineunte ministerio suo intra Ecclesiam Romanam quam Petrus suo irrigavit sanguine, hodiernus ipsius Successor accipit tamquam primarium quoddam munus ut laboribus nihil parcens det operam restituendae plenae visibilique unitati omnium Christi discipulorum. Haec est eius voluntas, hoc ipsius etiam obstringens officium. Sibi enim conscius est, ut hoc obtineatur, non sufficere bonorum sensuum declarationes. Solida opera postulantur quae animos penetrent atque conscientias excitent, unumquemque ad illam interiorem conversionem permoventia quae est fundamentum omnium progresuum in oecumenismi via. Pernecessarius est dialogus theologicus pariterque poscitur investigatio causarum historicarum in quibusdam consiliis iam pridem captis. Magis tamen urget illa “memoriae purgatio” totiens a Ioanne Paulo Secundo commemorata, quae sola homines disponere potest ad plenam Christi veritatem. Coram eo, Supremo videlicet Iudice omnium viventium, quisque nostrum sistere debet conscius se aliquando rationem reddere ei debere omnium quae fecerit et omiserit de permagno bono plenae et visibilis unitatis omnium eius discipulorum. Hic Petri Successor illa interrogatione patitur se etiam in prima persona interpellari paratusque est ad ea omnia efficienda quae potuerit ut principalem oecumenismi causam promoveat. Decessorum suorum vestigiis ingressus plane provehere in animo habet omne inceptum quod opportunum videri possit ad consortium et consensum adiuvandum cum diversarum Ecclesiarum et Communitatum ecclesialium legatis. Ad eos immo vero etiam hac data opportunitate fervidissimam suam mittit in Christo unico Domino universorum salutationem.



6. Hoc temporis momento repetimus nostra memoria inestinguibilem experientiam quam omnes habuimus in morte et exsequiis Pontificis complorati Ioannis Pauli Secundi. Circa exuvias mortales eius in nuda terra repositas Capita Nationum conglobata sunt, homines cuiusvis socialis ordinis ac praesertim iuvenes in memorabili affectus et admirationis amplexu. Fidens ad illum respexit orbis totus. Multis quidem visa est haec intenta communicatio, propagata usque ad orbis fines per communicationis socialis instrumenta veluti chorus ad Pontificem directus et auxilium expetens pro hominibus nostri temporis qui dubiis timoribusque conturbati sua interrogant de aetate ventura. Ecclesia horum dierum in se conscientiam renovare debet sui officii hominibus iterandi vocem eius qui dixit: “Ego sum lux mundi; qui sequitur me, non ambulabit in tenebris, sed habebit lucem vitae” (Io 8,12). Suum ideo ministerium suscipiens Pontifex novus probe intellegit opus suum esse ut refulgere sinat coram viris ac mulieribus hodiernis Christi lucem: non suam, verum Christi ipsius lucem. Haec omnia cogitantes appellamus omnes, etiam illos qui alias sequuntur religiones vel qui solummodo responsionem conquirunt interrogationi fundamentali de exsistentia humana necdum eam invenerunt. Simpliciter atque amanter omnes alloquimur ut iis confirmemus Ecclesiam velle cum illis dialogum apertum sincerumque componere dum verum quaeritur hominis ac societatis bonum.


A Deo flagitamus unitatem ac pacem hominum familiae et declaramus catholicos omnes paratos esse ad operam adiutricem suam conferendam in verum progressum socialem qui dignitatem omnis hominis revereatur.


Viribus Nostris non parcemus neque studiis ut magnae spei dialogum prosequamur a Nostris Venerabilibus Decessoribus incohatum cum diversis culturis ut ex mutua comprehensione condiciones melioris venturi temporis omnibus oriantur. Nominatim cogitamus adulescentes. Ad eos qui fuerunt interlocutores praecipui Pontificis Ioannis Pauli Secundi extenditur peramanter amplexio Nostra, cum exspectamus, si placuerit Deo, dum eos Coloniae conveniamus proximo nempe Mundiali Iuventutis Die. Vobiscum - carissimi adulescentes - qui estis futura aetas et Ecclesiae totiusque mundi spes, pergemus colloqui et exspectationes vestras exaudire unde possimus adiuvare vos ad altius usque Christum viventem cognoscendum qui sempiternus est Iuvenis.



7. Mane nobiscum, Domine! Invocatio haec, quae argumentum principale efficit Epistulae Apostolicae Ioannis Pauli Secundi pro Eucharistiae Anno, est etiam precatio quae sua sponte Nostro surget ex animo, dum comparamus Nos ad ministerium illud incipiendum in quod Christus Nos advocavit. Ei Nos, sicut Petrus, quoque fidelitatem Nostram sine ulla condicione promissam renovamus. Ei uni servire cogitamus Nosque totos eius Ecclesiae ministerio devovere.


Ut haec suffulciatur promissio maternam deprecationem Mariae Sanctissimae invocamus, cuius in manibus tum praesens tum futurum tempus Personae Nostrae atque Ecclesiae reponimus. Intercedant deprecatione pariter sua sancti Apostoli Petrus et Paulus, ceterique caelites universi. His cum affectibus vobis, Venerabiles Cardinales Fratres, singulis qui huius ritus sunt participes nec non omnibus qui per televisionem et radiophonium sequuntur, amantem

Nostram Benedictionem impertimur.

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Testo in Italiano  

Venerati Fratelli Cardinali, carissimi Fratelli e Sorelle in Cristo,voi tutti, uomini e donne di buona volontà!



1. Grazia e pace in abbondanza a tutti voi (cfr 1 Pt 1,2)! Nel mio animo convivono in queste ore due sentimenti contrastanti. Da una parte, un senso di inadeguatezza e di umano turbamento per la responsabilità che ieri mi è stata affidata, quale Successore dell’apostolo Pietro in questa Sede di Roma, nei confronti della Chiesa universale. Dall’altra parte, sento viva in me una profonda gratitudine a Dio, che - come ci fa cantare la liturgia - non abbandona il suo gregge, ma lo conduce attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che Egli stesso ha eletto vicari del suo Figlio e ha costituito pastori (cfr Prefazio degli Apostoli I).
Carissimi, questa intima riconoscenza per un dono della divina misericordia prevale malgrado tutto nel mio cuore. E considero questo fatto una grazia speciale ottenutami dal mio venerato Predecessore, Giovanni Paolo II. Mi sembra di sentire la sua mano forte che stringe la mia; mi sembra di vedere i suoi occhi sorridenti e di ascoltare le sue parole, rivolte in questo momento particolarmente a me: “Non avere paura!”. La morte del Santo Padre Giovanni Paolo II, e i giorni che sono seguiti, sono stati per la Chiesa e per il mondo intero un tempo straordinario di grazia. Il grande dolore per la sua scomparsa e il senso di vuoto che ha lasciato in tutti sono stati temperati dall’azione di Cristo risorto, che si è manifestata durante lunghi giorni nella corale ondata di fede, d’amore e di spirituale solidarietà, culminata nelle sue solenni esequie. Possiamo dirlo: i funerali di Giovanni Paolo II sono stati un’esperienza veramente straordinaria in cui si è in qualche modo percepita la potenza di Dio che, attraverso la sua Chiesa, vuole formare di tutti i popoli una grande famiglia, mediante la forza unificante della Verità e dell’Amore (cfr Lumen gentium, 1). Nell’ora della morte, conformato al suo Maestro e Signore, Giovanni Paolo II ha coronato il suo lungo e fecondo Pontificato, confermando nella fede il popolo cristiano, radunandolo intorno a sé e facendo sentire più unita l’intera famiglia umana. Come non sentirsi sostenuti da questa testimonianza? Come non avvertire l’incoraggiamento che proviene da questo evento di grazia?



2. Sorprendendo ogni mia previsione, la Provvidenza divina, attraverso il voto dei venerati Padri Cardinali, mi ha chiamato a succedere a questo grande Papa. Ripenso in queste ore a quanto avvenne nella regione di Cesarea di Filippo, duemila anni or sono. Mi pare di udire le parole di Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e la solenne affermazione del Signore: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa… A te darò le chiavi del regno dei cieli” (Mt 16, 15-19). Tu sei il Cristo! Tu sei Pietro! Mi sembra di rivivere la stessa scena evangelica; io, Successore di Pietro, ripeto con trepidazione le parole trepidanti del pescatore di Galilea e riascolto con intima emozione la rassicurante promessa del divino Maestro. Se è enorme il peso della responsabilità che si riversa sulle mie povere spalle, è certamente smisurata la potenza divina su cui posso contare: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Scegliendomi quale Vescovo di Roma, il Signore mi ha voluto suo Vicario, mi ha voluto “pietra” su cui tutti possano poggiare con sicurezza. Chiedo a Lui di supplire alla povertà delle mie forze, perché sia coraggioso e fedele Pastore del suo gregge, sempre docile alle ispirazioni del suo Spirito.
Mi accingo a intraprendere questo peculiare ministero, il ministero ‘petrino’ al servizio della Chiesa universale, con umile abbandono nelle mani della Provvidenza di Dio. E’ in primo luogo a Cristo che rinnovo la mia totale e fiduciosa adesione: “In Te, Domine, speravi; non confundar in aeternum!”. A voi, Signori Cardinali, con animo grato per la fiducia dimostratami, chiedo di sostenermi con la preghiera e con la costante, attiva e sapiente collaborazione. Chiedo anche a tutti i Fratelli nell’Episcopato di essermi accanto con la preghiera e col consiglio, perché possa essere veramente il Servus servorum Dei. Come Pietro e gli altri Apostoli costituirono per volere del Signore un unico Collegio apostolico, allo stesso modo il Successore di Pietro e i Vescovi, successori degli Apostoli, - il Concilio lo ha con forza ribadito (cfr Lumen gentium, 22) -, devono essere tra loro strettamente uniti. Questa comunione collegiale, pur nella diversità dei ruoli e delle funzioni del Romano Pontefice e dei Vescovi, è a servizio della Chiesa e dell’unità nella fede, dalla quale dipende in notevole misura l’efficacia dell’azione evangelizzatrice nel mondo contemporaneo. Su questo sentiero, pertanto, sul quale hanno avanzato i miei venerati Predecessori, intendo proseguire anch’io, unicamente preoccupato di proclamare al mondo intero la presenza viva di Cristo.



3. Mi sta dinanzi, in particolare, la testimonianza del Papa Giovanni Paolo II. Egli lascia una Chiesa più coraggiosa, più libera, più giovane. Una Chiesa che, secondo il suo insegnamento ed esempio, guarda con serenità al passato e non ha paura del futuro. Col Grande Giubileo essa si è introdotta nel nuovo millennio recando nelle mani il Vangelo, applicato al mondo attuale attraverso l’autorevole rilettura del Concilio Vaticano II. Giustamente il Papa Giovanni Paolo II ha indicato il Concilio quale “bussola” con cui orientarsi nel vasto oceano del terzo millennio (cfr Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57-58). Anche nel suo Testamento spirituale egli annotava: “Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito” (17.III.2000). Anch’io, pertanto, nell’accingermi al servizio che è proprio del Successore di Pietro, voglio affermare con forza la decisa volontà di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II, sulla scia dei miei Predecessori e in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa. Ricorrerà proprio quest’anno il 40.mo anniversario della conclusione dell’Assise conciliare (8 dicembre 1965). Col passare degli anni, i Documenti conciliari non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano anzi particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata.

4. In maniera quanto mai significativa, il mio Pontificato inizia mentre la Chiesa sta vivendo lo speciale Anno dedicato all’Eucaristia. Come non cogliere in questa provvidenziale coincidenza un elemento che deve caratterizzare il ministero al quale sono stato chiamato? L’Eucaristia, cuore della vita cristiana e sorgente della missione evangelizzatrice della Chiesa, non può non costituire il centro permanente e la fonte del servizio petrino che mi è stato affidato. L’Eucaristia rende costantemente presente il Cristo risorto, che a noi continua a donarsi, chiamandoci a partecipare alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Dalla piena comunione con Lui scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa, in primo luogo la comunione tra tutti i fedeli, l’impegno di annuncio e di testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli. In questo anno, pertanto, dovrà essere celebrata con particolare rilievo la Solennità del Corpus Domini. L’Eucaristia sarà poi al centro, in agosto, della Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia e, in ottobre, dell’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà sul tema: “L’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”. A tutti chiedo di intensificare nei prossimi mesi l’amore e la devozione a Gesù Eucaristia e di esprimere in modo coraggioso e chiaro la fede nella presenza reale del Signore, soprattutto mediante la solennità e la correttezza delle celebrazioni.


Lo chiedo in modo speciale ai Sacerdoti, ai quali penso in questo momento con grande affetto. Il Sacerdozio ministeriale è nato nel Cenacolo, insieme con l’Eucaristia, come tante volte ha sottolineato il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II. “L’esistenza sacerdotale deve avere a speciale titolo una «forma eucaristica»”, ha scritto nella sua ultima Lettera per il Giovedì Santo (n. 1). A tale scopo contribuisce innanzitutto la devota celebrazione quotidiana della santa Messa, centro della vita e della missione di ogni Sacerdote.


5. Alimentati e sostenuti dall’Eucaristia, i cattolici non possono non sentirsi stimolati a tendere a quella piena unità che Cristo ha ardentemente auspicato nel Cenacolo. Di questo supremo anelito del Maestro divino il Successore di Pietro sa di doversi fare carico in modo del tutto particolare. A lui infatti è stato affidato il compito di confermare i fratelli (cfr Lc 22,32). Con piena consapevolezza, pertanto, all’inizio del suo ministero nella Chiesa di Roma che Pietro ha irrorato col suo sangue, l’attuale suo Successore si assume come impegno primario quello di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Questa è la sua ambizione, questo il suo impellente dovere. Egli è cosciente che per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conversione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell’ecumenismo. Il dialogo teologico è necessario, l’approfondimento delle motivazioni storiche di scelte avvenute nel passato è pure indispensabile. Ma ciò che urge maggiormente è quella “purificazione della memoria”, tante volte evocata da Giovanni Paolo II, che sola può disporre gli animi ad accogliere la piena verità di Cristo. E’ davanti a Lui, supremo Giudice di ogni essere vivente, che ciascuno di noi deve porsi, nella consapevolezza di dovere un giorno a Lui rendere conto di quanto ha fatto o non ha fatto nei confronti del grande bene della piena e visibile unità di tutti i suoi discepoli.
L’attuale Successore di Pietro si lascia interpellare in prima persona da questa domanda ed è disposto a fare quanto è in suo potere per promuovere la fondamentale causa dell’ecumenismo. Sulla scia dei suoi Predecessori, egli è pienamente determinato a coltivare ogni iniziativa che possa apparire opportuna per promuovere i contatti e l’intesa con i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali. Ad essi, anzi, invia anche in questa occasione il più cordiale saluto in Cristo, unico Signore di tutti.


6. Torno con la memoria, in questo momento, all’indimenticabile esperienza vissuta da noi tutti in occasione della morte e dei funerali del compianto Giovanni Paolo II. Attorno alle sue spoglie mortali, adagiate sulla nuda terra, si sono raccolti i Capi delle Nazioni, persone d’ogni ceto sociale, e specialmente giovani, in un indimenticabile abbraccio di affetto e di ammirazione. A lui ha guardato con fiducia il mondo intero. E’ sembrato a molti che quella intensa partecipazione, amplificata sino ai confini del pianeta dai mezzi di comunicazione sociale, fosse come una corale richiesta di aiuto rivolta al Papa da parte dell’odierna umanità che, turbata da incertezze e timori, si interroga sul suo futuro.
La Chiesa di oggi deve ravvivare in se stessa la consapevolezza del compito di riproporre al mondo la voce di Colui che ha detto: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). Nell’intraprendere il suo ministero il nuovo Papa sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo. Con questa consapevolezza mi rivolgo a tutti, anche a coloro che seguono altre religioni o che semplicemente cercano una risposta alle domande fondamentali dell’esistenza e ancora non l’hanno trovata. A tutti mi rivolgo con semplicità ed affetto, per assicurare che la Chiesa vuole continuare a tessere con loro un dialogo aperto e sincero, alla ricerca del vero bene dell’uomo e della società.


Invoco da Dio l’unità e la pace per la famiglia umana e dichiaro la disponibilità di tutti i cattolici a cooperare per un autentico sviluppo sociale, rispettoso della dignità d’ogni essere umano. Non risparmierò sforzi e dedizione per proseguire il promettente dialogo avviato dai miei venerati Predecessori con le diverse civiltà, perché dalla reciproca comprensione scaturiscano le condizioni di un futuro migliore per tutti. Penso in particolare ai giovani. A loro, interlocutori privilegiati del Papa Giovanni Paolo II, va il mio affettuoso abbraccio nell’attesa, se piacerà a Dio, di incontrarli a Colonia in occasione della prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Con voi, cari giovani, futuro e speranza della Chiesa e dell’umanità, continuerò a dialogare, ascoltando le vostre attese nell’intento di aiutarvi a incontrare sempre più in profondità il Cristo vivente, l’eternamente giovane.



7. Mane nobiscum, Domine! Resta con noi Signore! Quest’invocazione, che forma il tema dominante della Lettera apostolica di Giovanni Paolo II per l’Anno dell’Eucaristia, è la preghiera che sgorga spontanea dal mio cuore, mentre mi accingo ad iniziare il ministero a cui Cristo mi ha chiamato. Come Pietro, anch’io rinnovo a Lui la mia incondizionata promessa di fedeltà. Lui solo intendo servire dedicandomi totalmente al servizio della sua Chiesa. A sostegno di questa promessa invoco la materna intercessione di Maria Santissima, nelle cui mani pongo il presente e il futuro della mia persona e della Chiesa. Intervengano con la loro intercessione anche i Santi Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi. Con questi sentimenti imparto a voi, venerati Fratelli Cardinali, a coloro che partecipano a questo rito e a quanti sono in ascolto mediante la televisione e la radio una speciale, affettuosa Benedizione.

***

9.

RICORDIAMO GIOVANNI PAOLO II ELENCANDO QUI DI SEGUITO ASPETTI POCO NOTI MA FONDAMENTALI E FORTEMENTE SIGNIFICATIVI DEL SUO ELEVATO MAGISTERO E GIURISDIZIONE

Non dimenticheremo il tuo insegnamento, non ci dispereremo!
Ed ora, aiutaci dal Cielo a continuare la Buona Battaglia

1978-2005: aspetti meno noti nei XXVII anni di Pontificato di Giovanni Paolo II

1978
• Il primo documento ufficiale "ad extra" del nuovo Pontefice è una lettera del 2 dicembre 1978 al segretario generale dell'Onu, Kurt Waldheim, in occasione del 30° anniversario della firma della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Il Pontefice chiede alle Nazioni Unite e a tutti gli Stati di garantire e difendere in ogni modo i diritti umani e, in particolare, la libertà religiosa. E’ l’alba di un grandissimo Pontificato, che – come cercheremo di evidenziare attraverso alcuni degli interventi di Giovanni Paolo II - non si limiterà soltanto all’evangelizzazione agli "uomini di volontà", ma vedrà anche un notevolissimo sforzo di conservazione del Deposito della Fede e della disciplina interna alla Chiesa. Presentiamo di seguito un elenco commentato dei principali di questi aspetti lasciati artatamente in ombra dal mondo mediatico. Si tratta di un elenco che, per ragioni di spazio, non è certamente completo ma che, per finalità proposte, può essere considerato significativo.

 

1979
• Intervenendo il 28 gennaio, a Puebla (Messico), alla III Conferenza generale dell'episcopato latino-americano, il Papa condanna una certa "teologia della liberazione", ossia una diffusissima eresia di stampo socialistico che si va espandendo particolarmente nella Chiesa latino-americana: "[…] è un errore affermare che la liberazione politica, economica e sociale coincide con la salvezza in Gesù Cristo; che il "Regnum Dei" si identifica con il "Regnum hominis". Si ingenera, in alcuni casi, un atteggiamento di sfiducia verso la Chiesa "istituzionale" o "ufficiale", qualificata come alienante, e alla quale si opporrebbe un’altra Chiesa "popolare", "che nasce dal popolo" e si concreta nei poveri".


• Il Santo Padre nomina l'arcivescovo colombiano Mons. López Trujillo (nel 1972 segretario generale e attualmente presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia), presidente del Celam, la Conferenza Episcopale Latino-Americana. Il prelato sarà un fedelissimo esecutore del mandato Pontificio, in particolare per la drammatica situazione infra ecclesiale dovuta alla diffusione di una certa Teologia della liberazione.


• Il redentorista tedesco Bernhard Haering, per anni docente all'Accademia alfonsiana di Roma, uno dei teologi più alla moda del post-Concilio, viene convocato (27 febbraio) dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (d'ora in poi, Cdf) che gli chiede l'impegno solenne di non criticare più l'Humanae vitae - l'enciclica con cui, nel 1968, Paolo VI aveva ripetuto l’immoralità della contraccezione. Haering, purtroppo, rifiuta.


• La Cdf proibisce al teologo domenicano francese Jacques Pohier di presiedere assemblee liturgiche e di insegnare pubblicamente. Su Dio, e sull'Eucaristia, il teologo
aveva espresso in pubblico le proprie elucubrazioni ambigue e fuorvianti. Dopo il Concilio Vaticano II, è la prima volta che la Sede Apostolica sanziona con questa misura chi propugna errori conto la fede e i costumi


• Il Santo Padre, pellegrino negli USA, reitera la dottrina cattolica in occasione di una richiesta della rappresentante delle suore statunitensi intesa a permettere l'accesso delle donne "a tutti i ministeri nella Chiesa". Al contrario, a Washington, il 7 ottobre, il Papa ricorda che "la fedeltà a Cristo, soprattutto nella vita religiosa, non può essere mai separata dalla fedeltà alla Chiesa […] non è da sottovalutare il fatto che la vostra consacrazione a Dio deve manifestarsi nel segno esteriore permanente di un semplice e idoneo abito religioso".
• In dicembre, il famoso teologo olandese Edward Schillebeeckx viene ascoltato a Roma dalla Cdf. Si tratta di una prima verifica delle proposizioni più ambigue del teologo che, purtroppo, non porterà mai lo Schillebeeckx a una piena riabilitazione.


• La Cdf il 15 dicembre dichiara: "Il professor Hans Küng [svizzero-tedesco] è venuto meno, nei suoi scritti, all'integrità della verità della fede cattolica, e pertanto non può più essere considerato teologo cattolico né può, come tale, esercitare il compito di insegnare". Il teologo, forse il più alla moda del periodo post conciliare, aveva messo in discussione il dogma dell’infallibilità papale, erroneamente contrapponendolo a quello dell’indefettibilità della Chiesa.

1980
• In gennaio, in un Sinodo particolare dedicato all'Olanda, il Papa corregge alcune ambiguità ed esagerazioni del c.d. "Concilio" pastorale olandese (1966-1970), diffuse da alcuni centri di propaganda negli anni precedenti. Alla conclusione i vescovi olandesi adottano risoluzioni concernenti il sacerdozio ministeriale, la vita religiosa, la partecipazione del laicato alla missione della Chiesa, i sacramenti, l’Eucaristia e la confessione, la liturgia, la catechesi e l’ecumenismo in linea con l’insegnamento di Cristo. Al termine viene appositamente costituito un Consiglio sinodale per promuovere e coordinare l’applicazione delle risoluzioni sinodali.


• La Cdf, con la Lettera Circolare "La dispensa dal celibato sacerdotale", del 14 ottobre, ristabilisce le norme riguardanti la dispensa dal celibato e la riduzione allo stato laicale dei sacerdoti che abbandonano il ministero.


• Il prefetto della Cdf, card. Franjo Seper, il 20 novembre scrive al p. Edward Schillebbeckx per ripetere che i chiarimenti teologici da lui forniti anche a Roma "non sono sufficienti per eliminare le ambiguità (cristologiche)" dei suoi scritti.



1981
• Il 17 febbraio la CdF interviene per una rettifica circa alcune troppo benevole interpretazioni contenute, tra l'altro, nella "Dichiarazione della Conferenza dei Vescovi della Germania", del 12-5-1980. Il vecchio Codice (can. 2335), sotto pena di scomunica, proibiva ai cattolici di iscriversi alle associazioni massoniche o ad altre dello stesso tipo. Nel 1974, pur ribadendo la stessa norma, la Congregazione per la dottrina della fede specificava che la condanna riguarda «soltanto quei cattolici che si iscrivono ad associazioni le quali di fatto operano contro la Chiesa». Nella Dichiarazione del 1981 la stessa Congregazione interveniva affermando che «non è stata cambiata in nessuna forma l'attuale disciplina canonica che prosegue nel suo totale vigore [...] non è stata abrogata la scomunica né le altre pene previste» e specificava che il documento del 1974 intendeva essere «un richiamo ai principi generali [...] per la soluzione dei casi di singole persone che possono essere sottoposti al giudizio degli ordinari», senza demandare agli Ordinari o alla Conferenze Episcopali questioni di natura dottrinale non di loro competenza. 
• In ottobre il Papa nomina un suo delegato di fiducia per aiutare nel discernimento e soccorrere la Compagnia di Gesù nell’adempimento del suo carisma originario. Si tratta di un’attenzione pastorale della quale non si hanno precedenti riscontri.


• Nell'esortazione apostolica postsinodale Familiaris consortio (22 novembre) il Papa ribadisce che i divorziati cristiani risposati non possono accedere all'Eucaristia, e che debbono vivere come fratello e sorella.



1982
• Il 27 marzo la Cdf interviene per rettificare alcune ambiguità e lacune in tema di ecumenismo, contenute nel Rapporto finale della Commissione Internazionale Anglicana Romano-Cattolica.

• Il 29 giugno il Papa scrive ai vescovi del Nicaragua per condannare la "Chiesa popolare" (cioè quella collegata alle Comunità "di base" e a una certa Teologia della Liberazione).
• Il 23 agosto la Sede Apostolica – suscitando l’entusiasmo di decine di vescovi e milioni di fedeli - erige la "Prelatura personale di Santa Croce e Opus Dei".



1983
• Il 25 gennaio il Papa promulga il nuovoCodice di diritto canonico; una guida pastorale nella quale spicca una rinnovata, fermissima carità disciplinare, permeata da profondo spirito pastorale e attenzione alla situazione della Chiesa nel mondo.


• A Managua, nel corso della visita pastorale in Nicaragua, governata da un feroce regime socialista, in marzo, il Papa rimprovera coraggiosamente e pubblicamente padre Ernesto Cardenal, che ha accettato di entrare a far parte del governo sandinista. Alla Santa Messa, resiste impavido all'organizzata contestazione di sedicenti ''madri della rivoluzione'', che sacrilegamente gridano fino a coprire la voce del Papa; riprendendo la parola il Santo Padre ripete la ferma condanna della c.d. "Chiesa popolare" e del "falso ecumenismo" dei cristiani impegnati nel locale processo rivoluzionario.


• La Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari ottiene che suor Agnes Mary Mansour, delle "Sorelle della misericordia", abbandoni l'Istituto. La suora non aveva accettato di interrompere la sua attività di direttrice presso i servizi sociali dello stato del Michigan (USA) preposti al rimborso delle spese delle donne che abortiscono. E’ il primo di una lunghissima serie di abbandoni di religiose lasciatesi irretire dalla modernità.


• Verifica delle posizioni espresse pubblicamente da mons. Raymond Hunthausen, arcivescovo di Seattle, a favore del disarmo e dell'obiezione fiscale. La visita ispettiva, su incarico della Santa Sede, è condotta da mons. James Hickey, arcivescovo di Washington


• Il 26 novembre, a fronte di alcune maliziose interpretazioni del Nuovo Codice di Diritto Canonico, che non contiene più il termine "massoneria", la CdF risponde a un quesito ribadendo che "Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione. Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito". Due anni dopo, perdurando i tentativi di sminuire la portata della plurisecolare condanna della massoneria, la CdF tornerà ad intervenire sull'argomento  con un sintetico ma efficace testo comparso su L'Osservatore Romano del 23-2-1985, nel quale si spiega che la principale ragione dell'inconciliabilità tra cattolicesimo e massoneria è costituita dall'impossibilità di essere indifferente alla distinzione tra la sola verità e le innumerevoli forme di errore.

1984
• La Cdf pone sotto verifica alcune opere del teologo "della liberazione" peruviano Gustavo Gutierrez perché in esse si teme "l'influenza del marxismo".


• Il 13 giugno la Cdf chiede ancora una volta a P. Schillebeeckx l’adesione alla dottrina cattolica sul sacerdozio, questa volta manifestando adesione alla lettera "Sacerdotium ministeriale" dell’anno precedente.


• Con l'Istruzione Libertatis nuntius del 6 agosto, la Cdf condanna "una certa Teologia della liberazione" di stampo socialista e marxista.


• Il 7 settembre, il francescano Leonard Boff, teologo brasiliano "della liberazione", viene convocato a Roma.


• Incontro a Roma i vescovi peruviani per chiarimenti circa una certa Teologia della Liberazione.


• In dicembre il generale dei gesuiti, p. Peter-Hans Kolvenbach, espelle dall'ordine p. Fernando Cardenal (fratello di Ernesto), ministro dell'educazione nel governo socialista nicaraguense.
• Con l'esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia (2 dicembre) il Papa ricorda la corretta prassi del sacramento della confessione e condanna gli abusi circa la "confessione comunitaria" come mezzo ordinario per confessarsi



1985
Padre Gyorgy Bulanyi, sacerdote ungherese delle Comunità "di base", sostenitore dell'obiezione di coscienza al servizio militare – che egli ritiene intrinsecamente malvagio - viene chiamato a Roma dalla Cdf per un colloquio. Gli scritti di p. Bulanyi erano già stati vagliati dalla Congregazione per il Clero

.
• Con una notificazione dell'11 marzo la Cdf dichiara che "le opzioni di Leonard Boff [contenute nel libro Chiesa, carisma e potere] sono tali da mettere in pericolo la sana dottrina della fede".


• Alcune Congregazioni romane, su segnalazione di congregazioni religiose femminili fedeli all’ortoprassi cattolica, bloccano alcune deviazioni delle suore Carmelitane Scalze

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• Il controverso vescovo brasiliano Dom Helder Câmara viene sostituito da mons. José Cardoso Sobrinho, che provvede al riordino della diocesi attraverso una lunga serie di richieste di chiarimento – e, a fronte di ribellione, di allontanamento - di docenti, religiosi e sacerdoti vicini ad una certa Teologia della liberazione.


• Tra il 9 ed il 13 aprile, si svolge a Loreto il II Convegno della Chiesa italiana, dal titolo: "Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini". L'intervento del Papa a quel convegno segna l’inizio di una rinnovata cura pastorale di Giovanni Paolo II per la Chiesa che è in Italia. Un anno dopo, il 26 giugno 1986, Giovanni Paolo II nomina Mons. Camillo Ruini segretario della Cei. Il prelato svolgerà un delicato ruolo inteso all’adeguamento della cristianità italiana alle necessità della Nuova Evangelizzazione ispirata dallo Spirito Santo a Giovanni Paolo II. Per l’Azione Cattolica, tale adeguamento verrà svolto da mons. Antonio Bianchin, dal 1987 nuovo Assistente generale, che procede a un rinnovamento dei quadri direttivi nazionali, troppo sbilanciata sulla diocesi ambrosiana.

1986
• Il 22 marzo è pubblicata l’Istruzione della Cdf Libertatis Coscientia su Libertà cristiana e liberazione, con una nuova messa in guardia verso l’influenza di socialismo e marxismo nella prassi pastorale.


• In una Notificazione del 15 settembre la Cdf afferma che "la concezione del ministero così come è esposta dal professor Schillebeeckx rimane in disaccordo con l'insegnamento della Chiesa su punti importanti".


• La Cdf (25 luglio) dichiara "non idoneo all'insegnamento della teologia cattolica" il teologo statunitense Charles Curran, critico del Magistero dell’enciclica di Paolo VI Humanae vitae e confuso sostenitore di una presunta "legittimità del dissenso dall'autorità".


• L'arcivescovo statunitense di Seattle, mons. Raymond Hunthausen, tramite una lettera, informa i suoi sacerdoti di aver rinunciato, su indicazione della Sede Apostolica, a poteri pastorali nei seguenti importanti campi: tribunale diocesano, liturgia, formazione del clero, sacerdoti che hanno lasciato il ministero, questioni morali.


• Vede la luce la coraggiosissima lettera Homosexualitatis problema(1° ottobre) della Cdf, che ribadisce come "l'inclinazione [omosessuale] stessa dev'essere considerata come oggettivamente disordinata"; e che in nessun modo può essere moralmente accettato l'esercizio della sessualità tra persone dello stesso sesso. Le forze infernali si scatenano in una violenta campagna di denigrazione di S. Em.za il card. Ratzinger.



1987
• L'abate della basilica romana di San Paolo fuori le Mura, P. Giuseppe Nardin, rassegna le proprie dimissioni e si ritira in un luogo di preghiera a seguito di osservazioni sulla di lui collaborazione con il precedente abate, Giovanni Franzoni, fondatore della Comunità "di base" di san Paolo e già fiancheggiatore del Partito Comunista.


• La Cdf consiglia mons. Mattew Clark, della diocesi statunitense di Rochester, di ritirare l'imprimatur a un manuale sulla sessualità di ausilio ai genitori per l'educazione dei figli scritto da cattolici.


• Ad aprile il comboniano padre Alex Zanotelli, su richiesta del prefetto del dicastero per l'Evangelizzazione dei Popoli (ex Propaganda fide, da cui dipendono le Congregazioni missionarie), card. Josef Tomko, si dimette dalla direzione (assunta nel 1978) del mensile "Nigrizia". Lo Zanotelli aveva dato un’impronta fortemente socialistica alla rivista, che da tempo non aveva più alcuna traccia del suo nativo carattere missionario.
• La Congregazione per i Religiosi provvede alla correzione di alcune fuorvianti interpretazioni del Concilio Vaticano II in merito a presunte "pari opportunità" di
religiosi laici e religiosi sacerdoti
nella guida degli Ordini e Istituti religiosi. L’Ordine dei Cappuccini si segnala tra i primi che provvedono a rettificare alcune disposizioni capitolari.

1988
• Su proposta della Cdf, sono destituiti i gesuiti José Maria Castillo e Juan Antonio Estrada dall'insegnamento universitario e il claretiano Benjamin Forcano dalla direzione del periodico "Mision Abierta".


• La Congregazione per il Culto Divino il 2 giugno riafferma che non è in alcun modo ammesso offrire il sacrificio eucaristico in assenza di un sacerdote validamente ordinato.


• Con la costituzione apostolica Pastor bonus (28 giugno) il Santo Padre riordina l’organizzazione della Sede Apostolica romana, dando ad essa nuovo slancio nel coordinamento dell'episcopato e del Sinodo dei vescovi.
• Il 1° luglio la Cdf pubblica la "Professione di fede" e il "Giuramento di fedeltà", ricordando, tra l'altro, il dovere di obbedienza in coscienza a "tutti i contenuti trasmessi dal Magistero ordinario e universale della Chiesa" e alle "verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi" e agli "insegnamenti del Pontefice" e "del collegio episcopale" quando "esercita il suo Magistero autentico"


• Il decreto Dominus Marcellus Lefebvre della Congregazione per i vescovi, del 1° luglio 1988, commina la scomunica per scisma all’arcivescovo pseudo tradizionalista Marcel Lefebvre e ai suoi seguaci. Il Santo Padre con il Motu proprio "Ecclesia Dei" del 2 luglio, auspica che "si metta in luce la continuità del Concilio con la Tradizione".
• Nella lettera apostolica Mulieris dignitatem (15 agosto) il Santo Padre riafferma il dogma sulla ordinazione sacerdotale riservata alle persone di sesso maschile.


• Il nunzio apostolico del Brasile, mons. Carlo Furno, consegna a mons. Pedro Casaldáliga, vescovo di São Felix do Araguaia, una lettera (Intimatio) in cui lo si ammonisce per le sue simpatie per la Teologia della Liberazione e si impongono limiti ai suoi compiti pastorali. Purtroppo il vescovo – talvota ripreso anche in abiti da guerrigliero - rifiuta la lettera.

1989
• Il 6 gennaio 163 teologi e teologhe di area germanofona firmano la "Dichiarazione di Colonia" in cui contestano il fatto che alla Sede Apostolica si debba obbedienza sia su alcune verità fondamentali della fede riguardanti Gesù Cristo che altre esposte dal magistero ordinario universale (in particolare relativamente all’enciclica di Papa Paolo VI Humanae vitae). Essi, inoltre, rivendicano una sorta di "votazione popolare" per la nomina dei vescovi. Il Santo Padre, direttamente o indirettamente, respingerà punto per punto le richieste dei ribelli.
• La Santa Sede pone il veto alla pubblicazione di un libro che avrebbe dovuto contenere gli atti di un congresso di moralisti cattolici svoltosi a Roma, all'Accademia alfonsiana, nell'aprile dell'88. Il volume avrebbe dovuto riportare una relazione del p. Bernhard Haering (già convocato dalla Cdf nel 1979), nella quale il discusso teologo criticava l'antropologia e la teologia che sottostanno all'enciclica paolina Humanae vitae, che nel pontificato di Giovanni Paolo II assume il ruolo di baluardo per la difesa della sessualità umana.


• Per intervento diretto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, la Pontificia Università Lateranense ritira al professor don Luigi Sartori - uno dei teologi italiani più alla moda - la cattedra di Ecumenismo. Don Sartori è uno dei promotori del manifesto di teologi italiani ribelli corrispondente alla "Dichiarazione di Colonia".


• A marzo padre Eugenio Melandri lascia, dopo dieci anni, la direzione del mensile dei missionari saveriani "Missione Oggi". Da tempo il periodico suscitava il dolore e la preoccupazione di S. Em.za il card. Josef Tomko, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, a causa della linea editoriale caratterizzata da una smaccata politicizzazione, per giunta di parte. Tale disorientamento si era manifestato in particolare con un numero tutto dedicato al regime socialista del Nicaragua e in occasione di una tornata elettorale, schierandosi apertamente con i partiti della sinistra.


Il gesuita direttore di "Estudes", Paul Valadier, uno dei 157 teologi francofoni firmatari di una lettera di solidarietà ai 163 ribelli della "Dichiarazione di Colonia", si dimette dall'incarico.
• La Cdf, in novembre, alla vigilia dell'assemblea annuale della Conferenza episcopale statunitense, richiede la cancellazione dall'ordine del giorno della discussione di un ambiguo testo sul rapporto paritetico vescovi-teologi e sulle "Responsabilità ecclesiali del teologo".
Don Vittorio Cristelli, direttore del settimanale diocesano "Vita trentina", si dimette dall’incarico. Il settimanale aveva pubblicato il documento dei 63 teologi italiani in sostegno della "Dichiarazione" dei ribelli di Colonia.


• La Congregazione per l'Educazione Cattolica decreta la chiusura in Brasile del seminario regionale del Nordeste 2 e dell'Istituto teologico di Refice, entrambi fondati da mons. Helder Câmara. La motivazione trova radice nell’educazione "non affidabile" in essi impartita.
• La Segreteria di Stato (7 agosto) riafferma che né la Joc (Gioventù operaia cristiana) né la correlata Joci (Gioventù operaia cristiana internazionale) sono più riconosciute come legittimi interlocutori dalla Santa Sede. La decisione trova ragione a causa di una smaccata politicizzazione di parte dei due organismi.


• La Congregazione per i Religiosi istituisce un coordinamento per la Clar (Conferenza Latinoamericana dei Religiosi) al fine di preservarla dall’influenza di una certa Teologia della liberazione.
• Il 19 settembre la Cdf pubblica l’Istruzione "I fedeli chiamati" che rinnova l’obbligo della pubblica professione di fede per quanti sono chiamati ad esercitare un ufficio in nome della chiesa. La precedente professione di questo tipo risale al Pontificato di san Pio X.

1990
• Il 24 maggio la Cdf pubblica l’Istruzione "Donum veritatis" sulla vocazione ecclesiale del teologo, intesa risolvere alla radici fraintendimenti ed ambiguità diffuse nei mesi precedenti all’interno della Chiesa dai vari "Manifesti" di teologi ribelli.


• La Congregazione per l'educazione cattolica pone il veto alla Facoltà di Teologia dell'Università svizzera di Friburgo di dare la laurea "honoris causa" a mons. Rembert Weakland, vescovo di Milwaukee (USA), noto per alcune interpretazioni del Concilio Vaticano II che risentono di ambiguità tipiche del post-concilio.



1991
• La Sede Apostolica rimuove il vescovo messicano di Oaxaca, mons. Bartolomé Carrasco Briseno, compromessosi con alcune frange estremistiche della Teologia della Liberazione.
• La Santa Sede fornisce alla Conferenza latino-americana dei Religiosi un sostegno di coordinamento e verifica pastorale, in considerazione del dilagare di una certa Teologia della liberazione.
• Avvio del riesame dell’edizione della Bibbia stampata dalle Edizioni Paoline del Brasile, sostenuta da alcuni teologi della liberazione.


• Sostegno e coordinamento a "Vozes", la più antica editrice cattolica brasiliana, che vede come direttore dell'omonima rivista Padre Leonardo Boff. Il religioso, in coerenza con le proprie idee, lascerà la rivista e l'ordine francescano l'anno dopo.


• Su indicazione della Congregazione per l'Educazione Cattolica, il card. Aloisio Lorscheider, arcivescovo di Fortaleza, dimette tre sacerdoti sposati che insegnavano all'Istituto teologico e pastorale della città brasiliana.


• La Sede Apostolica interdice dall'insegnamento il teologo e psicanalista tedesco Eugen Drewermann, le cui opere risultano viziate da una subalternità verso la psicanalisi più faziosa e anti scientifica, nonché da banali quanto ingiustificate critiche all’organizzazione ecclesiastica e al celibato sacerdotale. Poco dopo viene proibita a Drewermann anche la predicazione. Purtroppo, in coerenza con il proprio pensiero del tutto secolarizzato, il teologo ribelle, a marzo, lascia il sacerdozio.



1992
• Il 31 gennaio la Cdf condanna un’opera del teologo moralista canadese André Guindon le cui tesi sui temi della sessualità conterrebbero "gravi dissonanze non solo con l'insegnamento del Magistero più recente, ma anche con la dottrina tradizionale della Chiesa".
• L’ordine domenicano allontana il teologo Mattew Fox, che già era stato richiamato nel 1988 dalla Sede Apostolica, perché ribelle all'insegnamento morale sessuale di Cristo.
• La Sede Apostolica dichiara "fuori luogo" - cioè neanche da discutere – la proposta dell'arcivescovo di Milwaukee, mons. Rembert Weakland, di ordinare sacerdoti, in situazioni pastorali di "estrema necessità", uomini sposati.


• Con la lettera Communionis notio (28 maggio), al Cdf ripropone la dottrina cattolica a fronte di alcune esagerazioni in tema di collegialità episcopale.


• La Santa Sede suggerisce un ripensamento sul nihil obstat a un’opera del domenicano p. Philippe Denis della Facoltà di Teologia cattolica di Strasburgo per ingiuste e false tesi sull'Opus Dei.

1993
• Il 22 aprile la sala stampa vaticana rende nota la dichiarazione finale di un convegno organizzato in marzo dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il testo - firmato tra gli altri dal card. Alfonso López Trujillo, presidente del Consiglio, e da mons. Dionigi Tettamanzi – riafferma che la contraccezione "corrompe l'intimità coniugale" e che la comunità cristiana deve opporsi alla legalizzazione del divorzio.


• In una lettera pastorale comune (10 luglio) tre vescovi tedeschi (tra essi mons. Karl Lehmann, vescovo di Magonza) si domandano se un divorziato/a risposato/a che sia in coscienza convinto/a che il suo precedente matrimonio sia irrimediabilmente naufragato possa accostarsi alla comunione eucaristica. La Cdf chiarisce in una lettera ai presuli che ciò non è lecito.
• Il 22 ottobre il Papa riafferma energicamente la legge del celibato sacerdotale per la Chiesa latina e, aggiunge, di fronte alle contestazioni e critiche, "bisogna ardire (conservando il celibato), mai ripiegare".


• Il 28 ottobre, il nunzio apostolico in Messico, mons. Girolamo Prigione, annuncia la possibile rimozione dalla diocesi messicana di San Cristóbal de las Casas di mons. Samuel Ruiz.

1994
• Nel gennaio 1994 il quotidiano italiano "Avvenire" vede un nuovo direttore, Dino Boffo. Organi di stampa attribuiscono la designazione direttamente al Cardinale Runi, primate d’Italia.
• La Cdf pubblica il 20 dicembre la lettera circolare "A due anni", destinata ai presidenti delle conferenze episcopali e riguardante le "opere di sintesi" del Catechismo della chiesa cattolica. Tale lettera trova ragione anche a causa di alcune traduzioni in inglese caratterizzate da un linguaggio troppo secolarizzato sulla concezione della donna.


• Con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (22 maggio) il Santo Padre, "in virtù del [suo] ministero di confermare i fratelli" dichiara che "la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale, e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli".


• La Cdf, nella "Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati" (14 settembre) ribadisce l’impossibilità di dare la comunione ai cattolici divorziati e risposati.


• La Cdf interviene in merito alla nomina della teologa femminista Teresa Berger alla cattedra di Liturgia della Facoltà teologica dell'Università di Bochum, in Germania.

1995
• Secondo il settimanale inglese "The Tablet", il prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, card. Pio Laghi, ha suggerito venisse cancellata una conferenza che il teologo della Liberazione Gustavo Gutiérrez avrebbe dovuto svolgere a Roma nel novembre '94. Gutiérrez, nel 1990, aveva pubblicato un'edizione riveduta del suo "Teologia della Liberazione" che aveva in parte fugato i dubbi sulla sua ortodossia.


• La Congregazione per i Vescovi dimette mons. Jacques Gaillot, vescovo di Evreux (Francia), che con il suo ministero fortemente secolarizzato e la sua azione politicizzata provocava grave disorientamento tra i fedeli.


• Su indicazione del sostituto della Segreteria di Stato vaticana mons. Giovanni Battista Re, e del prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, card. Jozef Tomko, il missionario comboniano p. Renato Kizito Sesana viene rimosso dal suo incarico di direttore della rivista keniana "New People", divenuta ormai del tutto priva di ogni finalità missionaria.
• Nell'enciclica Evangelium vitae (25 marzo) il Santo Padre definisce "democrazie totalitarie" i parlamenti che approvano leggi che consentono l'interruzione volontaria della gravidanza.
• La Cdf suggerisce ed ottiene dalle Superiore della congregazione delle "Sorelle di Nostra Signora" di mandare per due anni in Europa a studiare buona teologia la suora brasiliana Ivone Gebara, lasciatasi irretire da teorie di stampo femminista.
Mons. Samuel Ruiz, vescovo del Chiapas, teorico di una chiesa indigena distinta da quella di Gesù Cristo, resta al suo posto, ma viene affiancato da un vescovo coadiutore con diritto di successione, mons. Raúl Vera Lopez.



1996
• Con un editoriale su L'Osservatore romano del 2 febbraio e firmato "***" (che per consuetudine è indicatore della massima autorevolezza dell’estensore), la Sede Apostolica condanna le opinioni di 16 teologi moralisti di area germanofona che in un libro avevano contestato l'enciclica Veritatis splendor "su questioni fondamentali della dottrina morale" (6 agosto '93) ed affermato che essa era un tentativo di imporre una posizione teologica di parte. L'editoriale riafferma il ruolo del magistero papale e l'obbedienza ad esso dovuta.

1997
• La Cdf scomunica, con una "Notificazione" datata 2 gennaio il teologo Tissa Balasuriya, poiché con le sue teorie "scalza su punti essenziali la fede cristiana". Sarà riabilitato, dopo un 'mea culpa', nel '98. Osservazioni su un libro del p. Balasuriya, erano già state diffuse nel 1994.
• L'11 febbraio 1997 S. Em.za il Card. Ruini ottiene dal Papa un decreto inteso ad una maggiore vigilanza sulla Società San Paolo, la casa delle Edizioni Paoline: Giovanni Paolo II nomina mons. Antonio Buoncristiani delegato presso la Società S. Paolo, con l'incarico di "esercitare tutte le funzioni spettanti normalmente sia al Superiore generale che al Superiore provinciale". Nel decreto si specifica "per completezza di informazione" che la sua autorità si estende sui Periodici "Famiglia Cristiana", "Jesus", "Vita Pastorale", ecc. e sulle Edizioni S. Paolo. Alcuni religiosi paolini avevano rifiutato di rimettere alla direzione don Stefano Andreatta, sottomessosi alle indicazioni del Vicario di Cristo, da essi ingiustamente destituito. Dopo un dolorosissimo alternarsi di dichiarazioni e smentite da parte di alcuni paolini , nell'aprile del '98, viene rimosso dalla guida di "Famiglia cristiana" il direttore, don Leonardo Zega, definitivamente allontanato dal giornale il 12 ottobre del '98.


• La Santa Sede, dopo la visita apostolica condotta nel '95 da mons. Xavier Lozano Barragân nei seminari dei gesuiti in Messico e dopo l'interessamento del prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica card. Pio Laghi, fa chiudere l'Istituto Interreligioso e il Centro di Studi cattolici di Città del Messico, dipendenti dalla Conferenza degli Istituti religiosi messicani (CIRM) nonché l'Istituto Teologico del Collegio Maximo de Cristo Rey con l'annesso Centro di riflessione teologica retto dalla Compagnia di Gesù. S. Em.za il card. Laghi indica nell'opzione a favore della Teologia della Liberazione la causa principale della "confusione e controversia" diffusa a piene mani dagli istituti.


• La Conferenza dei religiosi colombiani viene biasimata con una lettera inviata da mons. Tarcisio Bertone, segretario della Cdf, per le deviazioni riscontrate nella relazione del primo incontro nazionale di teologia della vita religiosa, svoltosi a Bogotà nell'aprile 1996 e pubblicate nella rivista "Vinculum" della Conferenza dei religiosi colombiani. La relazione contiene uno stile "rivendicativo, aggressivo e critico verso la stessa gerarchia ecclesiastica" e pretende di elaborare una teologia della vita religiosa "prescindendo da uno studio serio delle Scritture, della Tradizione e del Magistero".


• Con una Istruzione interdicasteriale (firmata il 15 agosto dai responsabili di ben otto dicasteri e uffici della Curia Romana) la Sede Apostolica ristabilisce i giusti limiti della collaborazione dei laici al ministero dei sacerdoti.


• Il 20 settembre mons. Jorge Medina Estévez, pro-prefetto della Congregazione per il Culto Divino, scrive a mons. Anthony Pilla, presidente della Conferenza episcopale statunitense, per comunicargli che la traduzione inglese dei libri liturgici, compiuta dai vescovi USA, "non esprime accuratamente" il senso del testo latino e "non è esente da problemi dottrinali". Sulla questione gli otto cardinali statunitensi si erano già incontrati a Roma con i cardinali Medina Estévez e Ratzinger.


• A seguito di una lettera inviata dal prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli Card. Josef Tomko, la Conferenza episcopale della Corea del Sud sancisce il divieto di pubblicazione per tre sacerdoti, p. John Sye Kong-seok, p. Paul Cheong Yang-mo (entrambi docenti dell'Università Sogang di Seul, tenuta dai gesuiti) e p. Edouard Ri Je-min (professore dell'Università cattolica di Kwangiu e direttore della rivista "Skinhak Chonmang"). I tre risultano sostenitori di idee "per nulla conformi alla dottrina cattolica", in particolare su temi quali il sacerdozio femminile, il celibato dei preti, l'evangelizzazione e l'inculturazione.

1998
• La Cdf riapre ancora una volta la verifica sulla teologia del peruviano Gustavo Gutiérrez, che suscita problemi nella Chiesa latino-americana almeno dal 1983.
• La Cdf pone sotto osservazione il libro del teologo australiano Paul Collins "Il potere papale. Una proposta di cambiamento per il cattolicesimo del Terzo millennio". Collins lascerà purtroppo il sacerdozio nel 2001, rilasciando dichiarazioni coerenti con le eresie contenute nelle sue opere.


• La Congregazione per il Clero, presieduta dal card. Darío Castrillón Hoyos suggerisce al vescovo inglese mons. Peter Smith il ritiro di un testo di religione per le scuole secondarie perché in esso si sostiene la Teologia della Liberazione.
• Con una Notificazione (24 giugno), la Cdf dichiara che il gesuita indiano Anthony de Mello ha sostenuto nelle sue opere "posizioni incompatibili con la fede cattolica". Le opere del De Mello, benché deceduto da tempo, occupano le scansie di numerose librerie anche cattoliche.
• Giovanni Paolo II con il Motu proprio Ad tuendam fidem rende ancora più chiara l'applicazione della professione di fede del 1989. La lettera è accompagnata da una densa "Nota dottrinale illustrativa" della Cdf, che illustra come ciascun teologo debba esplicitamente impegnarsi ad accogliere "fermamente" verità proclamate "in modo definitivo" dal Magistero, senza che sia necessaria una esplicita "definizione dogmatica". In tale categoria, precisa il testo, rientra l'insegnamento papale sull'ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini.
• Con il motu proprio Apostolos suos (21 maggio) il Papa chiarisce la natura e i poteri delle Conferenze episcopali. Il documento trova ragione in casi di travisamento della natura pastorale e non precipuamente dottrinale delle Conferenze medesime

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• La Cdf richiede ed ottiene l’allontanamento dall'insegnamento presso la Pontificia Università Gregoriana del teologo gesuita Jacques Dupuis per il suo libro "Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso". La condanna è pubblicata nel 2001 con una Notificazione (24 gennaio) nella quale si afferma che nel libro del gesuita vi sono "notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di portata rilevante, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose".
• La Congregazione per l'Educazione Cattolica, presieduta dal card. Pio Laghi, allontana dalla cattedra di Filosofia del Diritto dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano il prof. Luigi Lombardi Vallauri che aveva imprudentemente diffuso su larga scala bizzarre tesi sull'inferno, sul peccato originale, sull'autorità del magistero e sulla morale sessuale.
• In Perù, a sostituire ilcardinale gesuita Augusto Vargas Alzamora, da nove anni primate della Chiesa cattolica di Lima, è chiamato (nonostante una violenta pressione mass mediatica operata anche da alcuni ecclesiastici) un membro dell'Opus Dei, Mons. Luis Cipriani. Il Presule, nei dieci anni passati alla guida dell'arcidiocesi di Ayacucho, si era segnalato per la ferma carità pastorale verso i seguaci della Teologia della liberazione di stampo marxista e per la decisa condanna del terrorismo di matrice socialista.

1999
• Il 6 aprile la Cdf corregge numerose "proposte di cambiamento" formalizzate da una specie di Sinodo denominato "Dialogo per l'Austria", in particolare sulla contraccezione, la comunione ai divorziati risposati, il clero uxorato

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• Il 18 settembre la Segreteria di Stato e la Cdf dispongono il ritiro dei consultori cattolici germanici dal sistema statale dei consultori dai quali, per legge, ogni donna che voglia abortire deve ottenere il certificato di avvenuta consulenza

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• Domenica 27 giugno la Sacra Rota – così riferisce la stampa nazionale - ordina il sequestro e proibisce la traduzione di un ignominioso libello dal titolo "Via col vento in Vaticano". Il portavoce e co-autore confesso del pamphlet, mons. Luigi Marinelli, è convocato dal dicastero; secondo fonti giornalistiche è avviato un procedimento inteso alla sua "sospensione a divinis".
• A suor Jeannine Gramick ed a p. Robert Nugent – religiosi statunitensi – la Cdf vieta "permanentemente ogni attività pastorale in favore delle persone omosessuali", perché i due, sin dall’inizio delle loro attività nel 1977, non condannano "la malizia intrinseca degli atti omosessuali", mettendo inoltre "ripetutamente in discussione elementi centrali dell'insegnamento della Chiesa" in materia

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• Il 12 marzo 1999, la presidente dell’Azione Cattolica italiana Paola Bignardi rettifica in un’intervista al quotidiano Avvenire alcune dichiarazioni sulle cosiddette "coppie di fatto" rilasciate al quotidiano social-comunista l'"Unità".

2000
• Il 14 gennaio, in una lettera al presidente della Commissione Internazionale per la lingua inglese nella liturgia (ICEL), mons. Maurice Taylor, il segretario della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti, mons. Francesco Pio Tamburrino, chiede di ritirare tutte le copie del Libro liturgico dei Salmi tradotto in inglese, perché contengono errori dottrinali che rischiano di arrecare un danno alla fede.


• Nel corso dell’anno, la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti approva - con 223 sì e 31 no – un decreto di applicazione della Costituzione Apostolica Ex corde ecclesiae di Giovanni Paolo II (del 15 agosto 1990), nella quale il Santo Padre chiedeva di prendere misure per rafforzare l’identità delle Università cattoliche e ai docenti delle stesse di ottenere, per insegnare, "referenze" del proprio vescovo. I vescovi americani dispongono così che "gli statuti delle università cattoliche istituite dall’autorità gerarchica, da istituti religiosi o altre persone giuridiche devono essere approvati dall'autorità ecclesiastica competente" (art. 3,3); nel Consiglio di amministrazione la maggioranza "dovrebbe essere composta da cattolici impegnati nella Chiesa" (art. 4, 2b); il presidente dovrebbe essere un cattolico (art. 4, 3a); l'università dovrebbe cercare di reclutare e nominare come docenti dei cattolici, in modo che "coloro che sono impegnati nella testimonianza della fede costituiscano la maggioranza del corpo docente" (art. 4, 4a); e, soprattutto, "i cattolici che insegnano discipline teologiche in un'università cattolica devono avere un mandatum da parte dell'autorità ecclesiastica competente" (art. 4, 4e, 1), ossia il vescovo della diocesi in cui si trova l'università. Questo mandato, che deve essere scritto, è "un riconoscimento da parte dell'autorità della Chiesa sul fatto che un docente cattolico di una disciplina teologica insegna in piena comunione con la Chiesa cattolica", e riconosce l'impegno di tale docente a "astenersi dal proporre come dottrina cattolica qualcosa che è contrario al magistero della Chiesa". Una volta ottenuto, questo mandato resta in vigore finché il professore è in carica e "a meno che non gli venga ritirato dall'autorità ecclesiastica competente" (art. 4, 4e, 4b). Questi temi erano stati efficacemente proposti da S. Em.za il card. Ratzinger nel corso di un ciclo di conferenze e incontri tenuti l’anno precedente, nel corso dei quali il Prefetto della Cdf aveva messo in guardia i cattolici impegnati nelle locali università da cedimenti nei confronti della modernità.


• In Messico la Sede Apostolica trasferisce alla diocesi di Saltillo mons. Raúl Vera López, che era già stato inviato alla diocesi di San Cristóbal de las Casas (Chiapas) come coadiutore con diritto di successione di mons. Samuel Ruiz. Mons. Vera López era stato inviato nel Chiapas nel '95 per alcune difficoltà circa la cosiddetta "teologia india" di mons. Ruiz. Il turbinoso succedersi di eventi anche violenti e la pressione mass mediatica mondiale, confondono il vescovo designato e ne consigliano altra destinazione al compimento dei 75 anni di Mons. Ruiz.
• Nel giugno del 2000, durante un incontro a San Paolo su Aids e sfide per la Chiesa in Brasile, la stampa attribuisce al vescovo di Goiás, Eugene Rixen, una frase secondo la quale "tra il condom e l'espansione dell'Aids, siamo obbligati a scegliere il male minore". Il presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Mons. Lozano Barragán, suggerisce ed ottiene dalla Conferenza episcopale brasiliana la diffusione di una Nota di chiarimento, nella quale si riafferma che l'uso del preservativo, in qualunque circostanza, è contrario alla dottrina di Cristo.
• La Santa Sede protesta vivacemente presso il Governo italiano perché impedisca la celebrazione del cosiddetto Gay pride a Roma e, in particolare, perché le autorità impediscano la grande manifestazione degli attivisti omosessuali, che malvagiamente diffondono idee che provocano confusione e sofferenza verso la categoria di persone che falsamente pretendono di rappresentare. L'indomani, all'Angelus, il Papa esprime "amarezza per l'affronto recato al grande Giubileo dell'anno Duemila e per l'offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo".


• Con la dichiarazione Dominus Iesus (6 agosto) la Cdf riafferma l’unicità salvifica di Cristo, richiamando implicitamente all’ortodossia una certa teologia "asiatica" (Cfr. ad es. i provvedimenti precedentemente adottati a carico del sacerdote dello Sri Lanka T. Balasuriya).
• A succedere al discusso cardinale brasiliano Paulo Evaristo Arns, esponente di punta di una certa Teologia della liberazione, che aveva solidarizzato con il tiranno socialista cubano Fidel Castro, è chiamato Mons. Claudio Hummes. La nomina del prelato (vicino al movimento carismatico e nominato appena due anni prima arcivescovo di Fortaleza, dove aveva provveduto a riordinare l’ex Diocesi del card. Aloísio Lorscheider secondo le indicazioni della Santa Sede) avviene nonostante le pressioni mass mediatiche, operate anche da ecclesiastici, che "esige" la nomina di uno dei vescovi ausiliari di Arns oppure dell'arcivescovo di Mariana ed ex presidente della Cnbb (Conferenza episcopale brasiliana) Mons. Luciano Mendes de Almeida.
• La Congregazione per il Culto Divino, il 28 luglio, pubblica una "Istruzione generale sul Messale romano", che funge da introduzione alla nuova versione del Messale romano. In essa si ricorda, a fronte di alcuni casi di abusi, che i laici non possono avvicinarsi all'altare prima che il celebrante si sia comunicato; non possono mettere nella patena le ostie consacrate; che devono ricevere la patena dalle mani del celebrante e non prenderla da soli dall'altare; che il celebrante non può dare il segno della pace ai fedeli lasciando l'altare.
• Nel settembre 2000 cessa le pubblicazioni il settimanale dell’Azione Cattolica italiana "SegnoSette", che in troppe occasioni aveva espresso posizioni divergenti dall’insegnamento cattolico su temi politici, ecclesiali e morali.


• La Cdf, con una Notificazione del 30 novembre, ottiene l'abiura del teologo austriaco Reinhard Messner che aveva tra l’altro sostenuto che "in caso di conflitto è sempre la tradizione, ovvero la teologia, che deve essere corretta a partire dalla Scrittura, e non la Scrittura che deve essere interpretata alla luce di una tradizione successiva (o di una decisione magisteriale)".

2001
• La Cdf, con una Notificazione (22 febbraio) ottiene dal teologo redentorista spagnolo p. Marciano Vidal la ritrattazione delle sue tesi su contraccezione, aborto, omosessualità, che si allontanavano da quelle di Cristo.


• La Cdf inizia le verifica delle teorie del gesuita p. Roger Haight, nei cui scritti emergono ambiguità nella cristologia.


• La Sede Apostolica vieta a suor Joan Chittister, teologa benedettina statunitense, di partecipare in giugno, a Dublino, alla Conferenza della rete mondiale per l'ordinazione delle donne. La suora, purtroppo, si ribella.


• Con una Notificazione (17 settembre) le loro Em.ze i cardinali Ratzinger, Medina Estévez e Darío Castrillon Hoyos (prefetto della Congregazione per il Clero) ribadiscono l’impossibilità dell'ordinazione della donna-diacono. Il documento è da alcuni interpretato come un riferimento indiretto a mons. Samuel Ruiz che, nella diocesi messicana di San Cristóbal de las Casas, aveva ordinato circa quattrocento diaconi sposati, accompagnati all'altare, nella cerimonia dell'ordinazione, dalle loro mogli.


• Nell'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Oceania il Papa (22 novembre) chiarisce ai presuli di quell’area geografica alcuni dubbi (ad es. circa l’atteggiamento verso i divorziati risposati) emersi nel corso del Sinodo per l’Oceania, celebrato a Roma nel 1998.
• Il 24 dicembre il Santo Padre riaccoglie nella comunione con la Chiesa i sacerdoti brasiliani divenuti pseudo tradizionalisti anche per reazione al clima imperante nella Chiesa che è in Brasile, che reggevano l’intera Diocesi di Campos. Tra questi sacerdoti, scomunicati perché seguaci del vescovo scismatico Lefebvre, è nominato il vescovo della Diocesi, Mons. Licinio Rangel. Si tratta di un gesto di grande portata ecumenica, che alcuni mass media indicano come inteso a rafforzare il dialogo con alcune chiese orientali scismatiche (c.d. "ortodossi").

2002
• Il frate minore francescano svizzero Josef Imbach, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Facoltà teologica San Bonaventura di Roma lascia l'incarico a seguito di osservazioni su un suo libro che poneva interrogativi circa la storicità degli eventi miracolosi narrati nel Nuovo Testamento.


• Con un Monitum del 5 luglio la Cdf preannuncia la scomunica - a meno di un ravvedimento entro il 22 luglio, che non avverrà - a sette donne che il 29 luglio, su un battello in navigazione sul Danubio, tra Austria e Germania, intendono farsi "ordinare prete" da un vescovo argentino già scomunicato.


• Un comunicato (17 ottobre) della Commissione teologica internazionale, presieduta dal card. Ratzinger, ribadisce che ragioni teologiche e storiche impediscono l'ordinazione diaconale delle donne. Alcuni media dell’area del dissenso intra-ecclesiale sostengono che tale chiarificazione è da mettere in relazione con dichiarazioni foriere di confusione attribuite a vari cardinali, come Carlo Maria Martini, l'ex arcivescovo di Firenze Silvano Piovanelli e il tedesco Karl Lehmann vescovo di Magonza.


• Il 22 novembre 2002 l'abate di Montevergine, padre Giovanni Tarcisio Nazzaro, emana nei confronti di don Vitaliano Della Sala – un controverso sacerdote segnalatosi per la sua attività come fiancheggiatore di socialisti, comunisti e "no global" - un decreto (preceduto da due ammonizioni canoniche nel 2000 e 2001) di rimozione dalla funzione di parroco. Nel provvedimento, fortemente voluto dalla Sede Apostolica, Dom Nazzaro implora il ribelle di cessare il pubblico dissenso dal Magistero dei Pastori e dalla Sede Apostolica, di interrompere la "frequenza di 'centri' e 'associazioni' ben noti per la diffusione di idee in contrasto con la dottrina e l'insegnamento della Chiesa e che non rifuggono neanche dalla violenza", e lo invita a pentirsi di aver trascurato i suoi doveri parrocchiali.


• L'8 dicembre 2002, il Pontificio Consiglio per la Famiglia, con la prefazione del prefetto del dicastero, il card. Alfonso Lopez Trujillo, presenta "Lexicon. Temi ambigui e discussi su famiglia vita e questioni etiche", un pregevole volume nel quale, su tutti i problemi propagandati dai network di cattolici ribelli - come contraccezione, divorzio, omosessualità, rapporto tra princìpi etici cristiani e legislazione civile -, esprime autorevolmente ed argomenta con efficacia la dottrina proposta dal Magistero papale.


• Il card. Medina Estévez, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, in una lettera del 16 maggio ripete che è "assolutamente sconsigliabile", "imprudente" e "rischiosa" l'ordinazione sacerdotale di omosessuali.


2003
• La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica comunica (15 gennaio) ai Superiori e alle Superiori generali che la Cdf ha ribadito di escludere i transessuali dalla vita consacrata.


• Con un decreto della Cdf (25 gennaio) - decreto emanato "dal sommo Pontefice Giovanni Paolo II, con suprema ed inappellabile decisione senza alcuna possibilità di appello" - don Franco Barbero delle Comunità "di base" (Pinerolo) viene "dimesso dallo stato clericale". Il disgraziato sacerdote, nonostante ripetuti avvertimenti anche dell’Ordinario diocesano, aveva ripetutamente e pubblicamente benedetto "matrimoni" tra omosessuali e, ancor più, aveva predicato una ribellione generalizzata verso la Chiesa di Cristo, in particolare tra le Comunità sedicenti "di base". La condanna, purtroppo, non ottiene l’effetto sperato tra le Comunità "di base".
• Nella "settimana di preghiera per l’unità dei cristiani", all’udienza del mercoledì, il Papa ribadisce che proprio il primato petrino è il garante di quest'unità.
• La Cdf propone ed ottiene dalla Commissione dottrinale della Conferenza episcopale spagnola di far sapere, in un documento, che le tesi su Gesù Cristo contenute in un libro del teologo Juan José Tamayo contengono gravi errori dottrinali

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• Con l'enciclica Ecclesia de Eucharistia (17 aprile) il Santo Padre riafferma la dottrina della transustanziazione - formulata dal Concilio di Trento - e vieta qualsiasi "intercomunione" (partecipazione di protestanti alla comunione durante la Santa Messa, e dei cattolici alla cena protestante) con le chiese di originate dalla rivolta protestante. L'enciclica ribadisce che i cattolici divorziati e risposati non possono accostarsi all'Eucaristia, lamentando inoltre gli "abusi" che, nel post-Concilio, si sono fatti in materia liturgica.


• Il 24 maggio, a nome del papa, il card. Castrillón Hoyos, celebra nella Basilica di S. Maria Maggiore in Roma la S. Messa nel rito cosiddetto "di San Pio V", per le comunità "tradizionaliste" rimaste fedeli alla Sede Apostolica.


• La Cdf, con le chiarissime "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali" (3 giugno), chiede ai parlamentari e ai politici cattolici di tutto il mondo di impedire in ogni modo l'approvazione di leggi che ammettano una qualsiasi equiparazione tra il matrimonio e l'unione di due persone dello stesso sesso.
• Il 4 giugno viene sospeso a divinis padre Bernard Kroll, che in occasione del primo Kirchentag ecumenico della storia, davanti a più di 2.500 persone, aveva celebrato il 31 maggio "una specie di messa" con pastori protestanti, distribuendo la comunione a fedeli luterani e prendendo il pane e il vino della ‘cena’ evangelica nella chiesa protestante dei Gethsemani, situata a Berlino nel quartiere Prenzlauer Berg Nord.


• Giugno. Il Pontificio Consiglio per la Famiglia viene denunciato da esponenti radical-progressisti italiani per aver pubblicato il Lexicon. Termini discussi su famiglia, vita e questioni bioetiche (edizioni EDB), in cui è riportata e motivata (sia alla luce dei testi magisteriali, sia mediante la sola ragione) la riprovazione dell’omosessualità.


• Il 7 ottobre, l’arcivescovo scozzese di Edinburgo Keith Patrick O'Brien, in procinto di ricevere la porpora cardinalizia e oggetto di calunnie a mezzo stampa, recita una solenne professione di fede nella quale ribadisce l’obbligatorietà del celibato sacerdotale, l’immoralità degli atti omosessuali, la piena adesione al Magistero della Chiesa sulla contraccezione.
• Il 19 ottobre il nunzio vaticano per il Venezuela, Mons. André Dupuy, condanna il regime socialista di Hugo Chávez, intervenendo sul periodico "El Nacional" e definendo "una tragedia umana" la situazione in cui si trova il Paese.


• Sempre il 19 ottobre, a seguito dell’esclusione dell’On. Buttiglione da una importante carica nella Unione Europea in quanto cattolico, i cardinali Martino – "Ministro degli Esteri" della Santa Sede - ed Herranz – Presidente del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi - segnalano che siamo "di fronte a un’ondata di fondamentalismo laicista […] il tentativo di fare del laicismo – non della laicità – una religione di Stato. Con il rischio di instaurare una forma di totalitarismo laico".


• Il 22 novembre 2003 vede la luce un chirografo del Papa, Per il centenario del Motu Proprio Tra le sollecitudini sulla musica sacra. In esso il Pontefice sottolinea "la necessità di purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell'atto che si celebra"; mette in guardia dalle innovazioni musicali: "È chiaro tuttavia che ogni innovazione in questa delicata materia deve rispettare peculiari criteri, quali la ricerca di espressioni musicali che rispondono ai necessario coinvolgimento dell’intera assemblea nella celebrazione e che evitino, allo stesso tempo, qualsiasi cedimento alla leggerezza e alla superficialità", restando il canto gregoriano "il supremo modello della musica sacra". Pertanto: "il sacro ambito della celebrazione liturgica non deve mai diventare laboratorio di sperimentazioni o di pratiche compositive ed esecutive introdotte senza un'attenta verifica".
• Il 4 dicembre viene pubblicata la Lettera Apostolica Spiritus et Sponsa , di Giovanni Paolo II, per il XL anniversario della Costituzione conciliare sulla liturgia. In essa si ricordano la necessaria serietà dei riti liturgici e si mette in guardia sul fatto che "non rispettando la normativa liturgica, si giunge talvolta ad abusi anche gravi, che mettono in ombra la verità del mistero e creano sconcerto e tensioni nel Popolo di Dio". Il Card. Prefetto Arintze spiega: "c’è una tentazione alla quale si deve resistere: cioè, quella di pensare che sia una perdita di tempo prestare attenzione agli abusi liturgici". Il Papa chiede inoltre che sia coltivata "con maggiore impegno all’interno delle nostre comunità l’esperienza del silenzio", forma eccellente della partecipazione liturgica attiva raccomandata dal Concilio.

 

2004
• Il 25 marzo la Congregazione per il Culto Divino pubblica l’Istruzione "Redemptionis Sacramentum", un documento su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucarestia. In essa vengono elencati alcuni "abusi liturgici gravi": si ricorda che non si possono sostituire i testi biblici con altri considerati più moderni, è necessaria più cautela con danze e balli in chiesa; è vietato ai laici rivestire ruoli che sono esclusivamente del sacerdote, pronunciando l'omelia o leggendo il Vangelo. I fedeli che dovessero riscontrare tali abusi sono autorizzati a denunciarli al vescovo o alla Santa Sede.


• Il 31 maggio la CdF pubblica la LETTERA ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, nella quale, tra l’altro, viene confermata la differenza tra i sessi e confutata la teoria del gender (genere), base teorica della legittimazione delle c.d. "unioni omosessuali".


• 20 giugno, è rimosso dalla parrocchia di "Maria Santissima Assunta" a Rignano Garganico (diocesi di San Severo) don Fabrizio Longhi che, la notte del 24 dicembre, aveva affidato l'incarico di fare l'omelia a Pasquale Quaranta, giornalista e militante del movimento gay.
• Luglio; fonti giornalistiche non smentite svelano l’esistenza di una lettera della CdF contenente il divieto assoluto di dare la comunione ai politici cattolici americani che sono favorevoli all'aborto. La lettera – dell’inizio di giugno - è indirizzata, al card. Theodore McCarrick, arcivescovo di Washington e al presidente della Conferenza episcopale stessa, Mons. Wilton Gregory.


• In settembre, nella Diocesi basca di Deusto-San Ignacio a Bilbao, viene rimosso e destituito un sacerdote aderente al movimento "Noi Siamo Chiesa", (We are church), don Aitor Urresti, fautore degli errori in materia morale - propri di quel movimento - circa la condotta pubblica e privata delle persone omosessuali.


• Il 7 ottobre, a conclusione di anno speciale dedicato al Santo Rosario, il Santo Padre indice l’Anno dell’Eucaristia. Nella Lettera Apostolica Mane nobiscum Domine, il Pontefice torna sul dramma centrale di tutto il Suo Pontificato: "Mistero grande, l'Eucaristia! Mistero che dev'essere innanzitutto ben celebrato. Bisogna che la Santa Messa sia posta al centro della vita cristiana, e che in ogni comunità si faccia di tutto per celebrarla decorosamente, secondo le norme stabilite". E torna ad invocare un maggiore silenzio nelle celebrazioni: "le norme ricordano — e io stesso ho avuto modo recentemente di ribadirlo — il rilievo che deve essere dato ai momenti di silenzio sia nella celebrazione che nell'adorazione eucaristica. È necessario, in una parola, che tutto il modo di trattare l'Eucaristia da parte dei ministri e dei fedeli sia improntato a un estremo rispetto".

 

2005
• Il 9 gennaio, il Nunzio Apostolico per il Brasile Mons.Lorenzo Baldisseri, chiede a dom Pedro Casaldáliga, il noto vescovo "di base" e guerrigliero di São Félix do Araguaia in Brasile, di lasciare la città prima dell’arrivo del suo successore.


• Il 10 gennaio, nel messaggio al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Papa antepone ad ogni altro problema dell’umanità, anche a quello della fame, "la sfida della vita". Elencando i fattori di una "cultura della morte" in aborto, fecondazione artificiale, clonazione, eutanasia, unioni di fatto e omosessuali, il Papa precisa che: "lo Stato ha come suo compito primario proprio la tutela e la promozione della vita umana".


• Il 13 gennaio il Santo Padre riceve e si congratula con il Presidente della regione Lazio, On. Francesco Storace esponente della destra politica italiana, e gli esprime il suo " vivo compiacimento per l’approvazione dello Statuto della Regione Lazio. Esso infatti, oltre a sottolineare il ruolo di Roma come centro del Cattolicesimo, riconosce esplicitamente il primato della persona e il valore fondamentale della vita. Riconosce, inoltre, i diritti della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio e si propone di sostenerla nell’adempimento della sua funzione sociale, facendo esplicita menzione dell’Osservatorio regionale permanente sulle famiglie. Lo Statuto prevede anche che la Regione garantisca il diritto allo studio e la libertà di scelta educativa".


• Il 24 gennaio, ricevendo i vescovi spagnoli nella visita ad limina, il Santo Padre denuncia: "Nell'ambito sociale si sta diffondendo anche una mentalità ispirata dal laicismo, ideologia che porta gradualmente, in modo più o meno consapevole, alla restrizione della libertà religiosa fino a promuovere il disprezzo o l'ignoranza dell'ambito religioso, relegando la fede alla sfera privata e opponendosi alla sua espressione pubblica".


• Il 7 febbraio la CdF rende nota la condanna del volume Jesus Symbol of God, scritto da Padre Roger Haight S. J., che implica la negazione della missione salvifica universale di Gesù Cristo e, di conseguenza, la missione della Chiesa di annunciare e comunicare il dono di Cristo salvatore a tutti gli uomini.


• Il 21 febbraio, in un messaggio alla Pontificia Accademia per la vita, il Santo Padre ribadisce con forza la condanna di aborto, fecondazione artificiale, eutanasia e ricorda che "la salute non è un bene assoluto"


• Il 22 febbraio viene sospeso a dinivis per sei mesi don Vitaliano della Sala, parroco italiano di S. Angelo a Scala, partecipante a manifestazioni assieme a comunisti e no-global.

 

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10.

הודו ליהוה כי טוב

Gli insegnamenti di Giovanni Paolo II

 

VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (1)

La Redemptor hominis, prima enciclica di Giovanni Paolo II (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Il redentore dell’uomo, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia. A Lui si rivolgono il mio pensiero e il mio cuore in questa ora solenne, che la Chiesa e l’intera famiglia dell’umanità contemporanea stanno vivendo”. Con queste parole si apre la “Redemptor hominis”, prima enciclica di Giovanni Paolo II, che segna e determina le linee guida e il programma dell’intero pontificato. All’inizio la riflessione si concentra sulla realtà della Chiesa; il Papa si pone nel solco del magistero del Vaticano II e dei suoi più immediati predecessori, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I e, dopo la sottolineatura dell’importanza del principio di collegialità nel governo della Chiesa, ricordato dal Concilio Vaticano II, e le iniziative ecumeniche tese al ristabilimento dell’unità fra i cristiani, la trattazione investe il mistero della redenzione in Gesù Cristo, fondamento della realtà ecclesiale e “stabile principio e centro permanente” della sua missione.
La Chiesa è chiamata a portare Cristo redentore all’uomo, che solo nel Verbo incarnato può trovare la luce che illumini il suo mistero; Giovanni Paolo II non parla qui dell’ uomo astratto, ma reale, concreto e storico. Un uomo che, nel mondo contemporaneo, “vive sempre più nella paura”, minacciato dal frutto stesso “del lavoro delle sue mani, del suo intelletto, delle tendenze della sua volontà”: da un progresso senza leggi etiche, dallo sfruttamento della terra senza una razionale e onesta pianificazione, da una tecnica che spesso è in contrasto con il suo progresso morale e spirituale, da una civiltà materialista che lo rende schiavo e da un totalitarismo che nega i suoi diritti naturali, in particolare quello alla libertà religiosa. A queste “paure” si deve aggiungere la ingiusta e sempre più vasta separazione del mondo in ricchi e poveri, generata dall’ “abuso della libertà, che è legato proprio a un atteggiamento consumistico non controllato dall’etica, ed esso limita contemporaneamente la libertà degli altri, cioè di coloro che soffrono rilevanti deficienze e vengono spinti verso condizioni di ulteriore miseria e indigenza.” (Agenzia Fides)

VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (1)
La Redemptor hominis, prima enciclica di Giovanni Paolo II (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Chiesa annuncia Cristo all’uomo che vive nella situazione del mondo contemporaneo, “lontana dalle esigenze oggettive dell’ordine morale, come dalle esigenze della giustizia e, ancor più, dell’amore sociale”; questa missione si realizza attraverso “la fedeltà alla Parola”, il “servizio alla verità” e l’azione redentrice della vita sacramentale, il cui “centro e vertice” è l’eucarestia, sacramento in cui si realizza “più perfettamente” l’unione con Cristo.
L’enciclica unisce a questa descrizione del bisogno di redenzione dell’uomo e delle difficoltà i cui si trova il mondo contemporaneo uno sguardo sulla persona umana pieno di stima e rispetto. Giovanni Paolo II dedica un intero paragrafo al rapporto fra la libertà dell’uomo e la missione della Chiesa, che si deve porre alla sequela di Gesù e degli apostoli, i primi evangelizzatori, che hanno conservato “una profonda stima per l’uomo, per il suo intelletto, la sua volontà, la sua coscienza e la sua libertà”, e usa l’espressione bellissima di “stupore” per descrivere il sentimento di ammirazione di fronte al valore e alla dignità della persona.
Di fronte ad interpretazioni riduttive della “Redemptor hominis” rimane vero il giudizio del filosofo francese Jean Guitton, che ci aiuta a mettere a fuoco il cuore del messaggio: “Così è accaduto in Francia. E, nei titoli dei nostri giornali, mi sono accorto del primo controsenso: l’Enciclica è presentata quale promozione dei diritti dell’uomo e quale subordinazione della fede all’uomo. Certamente l’Enciclica difende l’uomo da ogni schiavitù. Il Verbo si è fatto uomo. Ma la parola Redemptor che è messa lì quasi una stella per guidarci, indica sufficientemente che l’uomo non è il termine e il fine: l’Enciclica, come la Rivelazione biblica, come il Vangelo, come la Tradizione della Chiesa (come l’insegnamento di Giovanni XXXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo I), subordina nel Cristo l’uomo a Dio. Essa non è antropocentrica, simile alle filosofie moderne derivate da Hegel; essa è teocentrica, è cristocentrica. Il Cristo vi appare in nuovo splendore; la scienza moderna, la storia moderna ci aiutano a comprendere meglio l’intuizione comune a quelle due colonne primordiali che furono San Paolo e San Giovanni: che il Cristo è il centro della storia e del cosmo. Ed è questo, sono certo, l’asse, lo slancio, il senso dell’Enciclica.” Complessivamente nella “Redemptor hominis” troviamo già espressi e delineati i temi e le linee guida che caratterizzeranno il magistero di Giovanni Paolo II negli anni successivi: il confronto con le problematiche politiche e morali del mondo contemporaneo, la ripresa del Vaticano II, l’impostazione cristocentrica che definisce la natura della Chiesa, la sua vita liturgica e sacramentale, e la grande importanza attribuita allo slancio missionario ed ecumenico. (Agenzia Fides)

VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (3)
Un nuovo umanesimo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Cristo rivela pienamente l’uomo a se stesso” ha scritto Giovanni Paolo II nella Redemptor hominis; l’esperienza cristiana è dunque capace di fare emergere tutta la verità dell’essere umano.
Da questa nuova prospettiva sulla natura umana, originata dalla fede, nasce un “umanesimo autentico”, una concezione dell’uomo che ne sottolinei il valore e la dignità, e nel contempo anche il pericolo, sempre presente, di perdere la propria grandezza, nella dimenticanza della relazione con Dio ed esaltazione dell’autonomia umana. L’uomo realizza se stesso, la promessa contenuta nella sua natura, solo rispettando la verità di sé, quindi nel riconoscere la dipendenza dal Padre e nell’incontro con il Figlio.
Da qui nasce la grande ammirazione del Papa di fronte alla persona, alla sua esistenza, libertà e ragione e l’affermazione del suo pieno compimento solo in una prospettiva di fede, e al contrario della sua auto-distruzione per la tentazione di autonomia antropocentrica.
Giovanni Paolo II, partendo da questa concezione, si pone in dialogo con le problematiche sociali, etiche e filosofiche del mondo contemporaneo, proponendo un nuovo umanesimo, fondato nella fede in Gesù Cristo, in cui emerge con forza la strenua difesa della vita, libertà e ragione dell’uomo. Gli assi portanti di questa proposta sono indubbiamente le lettere encicliche Centesimus annus per la dottrina sociale, Veritatis splendor ed Evangelium vitae per quanto riguarda l’etica, e Fides et ratio sul rapporto fra fede e ragione. (Agenzia Fides)

VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (3)
La dottrina sociale (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel magistero di Giovanni Paolo II ha svolto un grande ruolo l’elaborazione della dottrina sociale e il giudizio sulla realtà politica e sociale e sugli avvenimenti storici; importanza probabilmente legata alla sensibilità di un uomo che aveva vissuto personalmente gli orrori dei due totalitarismi, che sconvolsero il secolo passato ed investirono in pieno la nazione polacca durante gli anni della sua giovinezza e del suo lavoro pastorale come arcivescovo di Cracovia; inoltre il periodo del suo pontificato è caratterizzato da importanti ed epocali sconvolgimenti che hanno cambiato la politica mondiale e le sue problematiche, come la caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale nel 1989 e l’attacco terroristico da parte del fondamentalismo islamico l’11 settembre 2001 con la conseguente guerra al terrorismo.
L’annuncio della dottrina sociale è considerato decisivo perché strumento della missione evangelica della Chiesa, e “in quanto tale, annuncia Dio e il mistero di salvezza in Cristo a ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l’uomo a se stesso.”
Nell’agosto del 1980 in Polonia, in seguito agli scioperi operai dei cantieri navali di Danzica, era nato ufficialmente il sindacato cattolico di Solidarnosc, una delegazione del quale fu ricevuta dal pontefice a Roma fra il 15 e il 18 gennaio 1981; un mese dopo avere lasciato il policlinico Gemelli, in seguito all’attentato in Piazza S. Pietro del 13 maggio, e soli nove giorni dopo l’apertura del I Congresso nazionale di Solidarnosc a Danzica, il 14 settembre 1981 Giovanni Paolo II pubblica, nel novantesimo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII, la Laborem exercens, la sua prima enciclica sociale, da molti interpretata come tentativo di fondare e difendere dal punto di vista filosofico e teologico l’esperienza di lotta sociale in pieno svolgimento in Polonia.
Papa Wojtyla affronta la questione sociale mettendo al centro della sua riflessione la natura del lavoro e la dignità del lavoratore, attingendo sicuramente anche alla sua esperienza personale di lavoratore operaio nella Cracovia occupata dalle truppe tedesche. Accanto alla difesa dei diritti dei lavoratori, della proprietà privata, sempre comunque finalizzata al bene comune, e dei sindacati, Giovanni Paolo II si sofferma anche, seguendo tutta la dottrina sociale della Chiesa, sul “principio di priorità del lavoro nei confronti del capitale”, criticando la teoria economica dell’ “economismo”, concezione che “considera il lavoro esclusivamente in base alla sua finalità economica”. Il Papa espone nel documento la dimensione spirituale del lavoro; per mezzo del lavoro l’uomo si fa specchio “dell’azione stessa del Creatore dell’universo”, con il lavoro gli uomini sono chiamati ad “imitare Dio”; il lavoro riguarda l’essere dell’uomo, non il fare, è un diritto della persona necessario per la sua completa realizzazione umana; il lavoro è stato nobilitato da Cristo, che per gran parte della sua vita terrena è stato un lavoratore e la fatica è vista come possibile partecipazione alla Passione di Cristo.
Meno di un anno dopo il viaggio apostolico dell’aprile 1987 nel Cile di Pinochet, caratterizzato dagli scontri fra polizia e contestatori durante la messa del 3 aprile al parco O’Higgins di Santiago, e in Argentina, il Papa pubblicava il 19 febbraio 1988 l’enciclica Sollicitudo rei socialis, formalmente datata il 30 dicembre 1987 per la commemorazione del ventesimo anniversario della Popolorum progressio, enciclica di Paolo VI dedicata allo sviluppo dei paesi del terzo mondo. (Agenzia Fides)

VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (4)
La dottrina sociale (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II mette l’accento sul dovere e la responsabilità morale dell’aiuto da parte dei paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo, e sottolinea nello stesso tempo il fatto che il peggioramento delle condizioni del terzo mondo dall’epoca della Polorum progressio sia anche dovuto, insieme alle responsabilità delle nazioni sviluppate, a “indubbie, gravi omissioni da parte delle stesse nazioni in via di sviluppo e, specialmente, da parte di quanti ne detengono il potere economico e politico”; la critica del Papa investe sia il capitalismo liberista, sia il collettivismo marxista, ideologie “imperfette e tali da esigere una radicale correzione” e che portano in sé una “tendenza all’imperialismo, come si dice comunemente, o a forme di neo-colonialismo”; lo scontro fra queste ideologie, trasferito nel terzo mondo, è definito un “diretto ostacolo alla vera trasformazione delle condizioni di sottosviluppo nei paesi in via di sviluppo o in quelli meno avanzati.”; sulle pagine del “New York Times”, dopo la pubblicazione dell’enciclica, il Papa fu accusato di porre sullo stesso piano e di condannare ugualmente marxismo e capitalismo.
Circa tre anni dopo la Sollecitudo rei socialis, per celebrare il centenario della Rerum novarum, veniva firmata il 1 maggio 1991 la terza, più importante e innovativa enciclica sociale di Papa Wojtyla, la Centesimus annus. Intanto però il treno della storia aveva proseguito la sua corsa e due avvenimenti, in particolare, avevano segnato la politica mondiale. Durante il 1989, in seguito a rivoluzioni per lo più pacifiche, erano crollati, a partire dalla Polonia i regimi comunisti dell’ Europa orientale; nel giro di alcuni mesi l’ordine di Yalta, che aveva dominato il mondo dopo la seconda guerra mondiale, era stato stravolto dalla fine di uno dei due blocchi.
Nella notte fra il 16 e 17 gennaio del 1991 scoppia la guerra del Golfo Persico. Una coalizione di stati occidentali e arabi, guidata dagli Stati Uniti e sotto l’egida dell’ONU, attacca l’Irak di Saddam Hussein, colpevole di aver occupato all’inizio di agosto il piccolo sceiccato del Kuwait, ricco di petrolio; dando così il via allo scontro armato con più paesi coinvolti dalla fine della seconda guerra mondiale; il confronto militare durerà fino la fine di febbraio quando le truppe irakene lasciarono il Kuweit.
L’intento che origina la Centesimus annus è identificato nel “guardare indietro” per “scoprire nuovamente la ricchezza dei principi fondamentali” della Rerum novarum, ma anche nel “guardare intorno, alle cose nuove, che ci circondano e in cui ci troviamo, per così dire immersi” e nel “guardare al futuro, quando già s’intravede il terzo millennio dell’era cristiana, carico di incognite, ma anche di promesse.” Già nell’introduzione del documento viene dunque sottolineato l’approccio di questa enciclica, caratterizzato da un profondo legame con i problemi dell’attualità; Giovanni Paolo II si propone di giudicare culturalmente gli ultimi avvenimenti politici e la realtà socio-economica empirica.
Il documento Papale inizia con un omaggio a Papa Leone XIII, la cui originale applicazione dei principi morali cattolici alla situazione sociale ed economica della fine del XIX secolo aveva creato quello che Giovanni Paolo II chiama “un paradigma permanente per la Chiesa”; la dignità del lavoro e dei lavoratori, il diritto alla proprietà privata, il diritto di associazione, quindi ai sindacati, il diritto ad un giusto salario, il diritto alla libertà religiosa, erano principi ormai entrati nell’eredità culturale della Chiesa. (Agenzia Fides)

VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (5)
La dottrina sociale (terza parte)

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Leone XIII aveva anche previsto il fallimento del socialismo, determinato da un errore antropologico nella concezione dell’uomo, legato all’ateismo; da questa visione culturale errata della persona umana, che riduce il valore singolo uomo e della sua libertà a “semplice elemento e molecola dell’organismo sociale”, deriva, secondo Giovanni Paolo II il crollo, anche da un punto di vista economico, dei regimi comunisti.
La Centesimus annus non propone una via alternativa fra capitalismo e marxismo, “la Chiesa non ha modelli da proporre”, e in questo rappresenta una novità nei confronti della dottrina sociale precedente. Vi è una valorizzazione dell’economia libera di mercato, in quanto espressione della creatività umana e spazio in cui si esercita la libera responsabilità delle persone, e una distinzione fra diversi modelli di questa; seguiamo Giovanni Paolo II nella risposta alla domanda sulle prospettive future dopo la caduta del comunismo e se il capitalismo sia il modello da proporre ai paesi che “cercano la via del vero progresso economico e civile.”:
“Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai paesi del terzo mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile?
La risposta è ovviamente complessa. Se con capitalismo si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di economia d’impresa, o di economia di mercato, o semplicemente di economia libera. Ma se con capitalismo si intende un sistema in cui la libertà del settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa.” .
Papa Wojtyla sottolinea con forza come la fine del marxismo non significhi la fine dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della emarginazione, e della alienazione umana, intesa come perdita del senso dell’esistenza; egli riconosce la positività della libertà di mercato, ma nota come questa sia solo un elemento della libertà umana e quando viene assolutizzata nella continua ed esclusiva ricerca del profitto origini fenomeni quali il consumismo e la distruzione ecologica.
Lo stato ha il compito di difendere il bene comune, in questo senso deve regolare l’economia libera, ma ha dei limiti che non può prevaricare, determinati dal rispetto della libertà e creatività individuale; sempre riguardo il concetto di stato si legge che “la Chiesa apprezza la democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governanti la possibilità sia di eleggere e controllare i governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno.” Un’autentica democrazia è possibile comunque solo “in uno stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana”; una democrazia, non fondata nella verità, senza valori e legata ad una concezione filosofica agnostica e relativista “si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.”
La forte sottolineatura e valorizzazione della libertà dell’uomo si rispecchia anche nella concezione della società; la società, come l’individuo, ha una “soggettività” che si esprime nelle associazioni intermedie e volontarie: “diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali, che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno -sempre dentro il bene comune- la loro propria autonomia.”; da qui il necessario sostegno da parte dello stato a tali associazioni intermedie. Si tratta della riformulazione, secondo una nuova prospettiva e terminologia, del tradizionale principio di sussidiarietà della dottrina sociale cattolica.
Anche riguardo la problematica dello sviluppo dei paesi del terzo mondo la Centesimus annus introduce nuove categorie e concetti più adeguati al mondo contemporaneo; in primo luogo il Papa, riprendendo il principio della “destinazione universale dei beni della terra”, afferma che fra questi oggi occorre considerare anche “la proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere”, bene, necessario per lo sviluppo non solo economico ma umano, che occorre diffondere nei paesi del terzo mondo. Inoltre, confrontandosi con le tesi terzomondiste favorevoli all’isolamento economico dei paesi più poveri, si osserva: “L’esperienza recente ha dimostrato che i paesi che si sono esclusi hanno conosciuto stagnazione e regresso, mentre hanno conosciuto lo sviluppo i paesi che sono riusciti a entrare nella generale interconnessione delle attività economiche a livello internazionale. Sembra, dunque, che il maggior problema sia quello di ottenere un equo accesso al mercato internazionale, fondato non sul principio unilaterale dello sfruttamento delle risorse naturali, ma sulla valorizzazione delle risorse umane.”
Partendo dal presupposto che “la potenza terrificante dei mezzi di distruzione” e la “sempre più stretta connessione” fra i popoli della terra rendono arduo, se non impossibile, limitare le conseguenze di un conflitto, Giovanni Paolo II, citando la sua contrarietà al recente conflitto nel Golfo Persico, ripete il suo “no” alla guerra, “che distrugge la vita degli innocenti, che insegna a uccidere e sconvolge ugualmente la vita degli uccisori, che lascia dietro di sé uno strascico di rancori e di odi, rendendo più difficile la giusta soluzione degli stessi problemi che l’hanno provocata.”, e ribadisce la necessità di ricercare strumenti di soluzione dei conflitti internazionali alternativi allo scontro armato. Durante il suo pontificato Wojtila rimarrà fedele a questa linea di contrarietà all’utilizzo della guerra come soluzione delle problematiche politiche. (Agenzia Fides)

VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (6)
La dottrina etica (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1987, nella lettera apostolica Spiritus Domini, pubblicata nel bicentenario della morte del grande teologo morale del settecento S.Alfonso de Liguori, Giovanni Paolo II esprime l’intenzione di affrontare “più ampiamente e più profondamente le questioni riguardanti i fondamenti stessi della teologia morale.” L’enciclica Veritatis splendor, annunciata dunque fin dal 1987, reca la firma del 6 agosto 1993, circa sei anni più tardi; nel frattempo il 7 dicembre 1992 era stato presentato al pubblico il Catechismo della Chiesa cattolica, in cui si trova l’esposizione completa e sistematica della dottrina morale cristiana. La Veritatis splendor affronta direttamente il problema dei fondamenti della dottrina morale e rappresenta una chiara presa di posizione rispetto ad alcuni indirizzi teologici postconciliari e alla confusione riguardo la concezione del “bene”,tipica dell’epoca moderna; nel documento si trova nel contempo una visione nuova della teologia morale, che porta a compimento, in questo campo, l’opera di rinnovamento teologico iniziata con il Concilio Vaticano II.
L’uomo è veramente libero e questa è la base di ogni serio concetto di moralità, ma la libertà umana è strettamente collegata alla verità e alla legge; la vera libertà non è l’assolutizzazione della scelta autonoma, ma può trovare la sua vera e piena realizzazione solo nell’adesione al bene, la cui legge è iscritta nel cuore dell’uomo, nella sua coscienza, e può essere scoperta attraverso la luce della ragione naturale, “riflesso nell’uomo dello splendore del volto di Dio”. Nell’uomo vi è una tensione, una domanda di significato, di “vita eterna”, che genera l’aspirazione alla bontà e all’eccellenza.
Qui la persona può trovare il compimento del suo destino; la domanda morale è prima che una una domanda sulle regole da osservare, una domanda di pienezza di significato della propria vita; così Giovanni Paolo II, all’inizio dell’enciclica, commenta la domanda che il giovane ricco rivolge a Gesù: “Maestro che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”: “Nel giovane, che il Vangelo di Matteo non nomina, possiamo riconoscere ogni uomo che, coscientemente o no, si avvicina a Cristo, redentore dell’uomo, e gli pone la domanda morale. Per il giovane, prima che una domanda sulle regole da osservare, è una domanda di pienezza di significato per la vita.”
La libertà non si oppone più alla legge divina, non deve più piegarsi ad essa come nella teologia morale preconciliare, ma trova nell’obbedienza ad essa e nella sequela di Cristo la sua stessa realizzazione e il suo vero significato.
La Veritatis splendor afferma con forza l’esistenza di atti “intrinsecamente malvagi”, come l’omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia, lo stesso suicidio volontario; rifacendosi alla dottrina morale dei suoi predecessori Wojtyla sottolinea inoltre come per la Chiesa non sia lecito “fare il male, perché ne venga il bene”, ponendosi in contrasto con le tesi “intenzionaliste”, tendenti a ridurre il valore di un’azione alla sola intenzione del soggetto che la compie, e con le teorie etiche “teleologiche, consequenzialiste e proporzionaliste, che negano l’esistenza di norme morali negative riguardanti comportamenti determinati e valide senza eccezioni.” Una retta concezione della libertà umana e dei suoi limiti è necessaria per il sorgere di una società più giusta e una vera democrazia, affinché la “libertà umana non distrugga se stessa”. (Agenzia Fides)

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La dottrina etica (seconda parte)

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - L’anno 1994 è dominato dalle polemiche fra Santa Sede e amministrazione americana, sotto la presidenza di Clinton, per i lavori di preparazione della Conferenza mondiale su popolazione e sviluppo del Cairo , che si svolse dal 5 al 13 settembre e vide lo scontro di due diverse concezioni culturali per la definizione della dichiarazione finale, in particolare sul tema dell’aborto, che il governo americano voleva definire “diritto umano fondamentale e strumento di pianificazione familiare”, dei metodi per il controllo demografico e sulla concezione della famiglia. Sei mesi dopo la conferenza, nel marzo del 1995, Giovanni Paolo II pose la firma all’enciclica Evangelium vitae sul valore e l’inviolabilità della vita umana, che si apre con una panoramica delle minacce alla dignità umana nel mondo contemporaneo, riassunte nell’espressione “cultura della morte”. La vita è dono di Dio e le democrazie che negano l’inalienabile diritto alla vita, dal concepimento sino alla morte naturale si trasformano in “stato tiranno”, che nega gli stessi diritti dell’uomo; è questa “una minaccia capace, al limite, di mettere a repentaglio lo stesso significato della vita democratica”: “Rivendicare il diritto all’aborto, all’infanticidio, all’eutanasia e riconoscerlo legalmente, equivale ad attribuire alla libertà umana un significato perverso e iniquo: quello di un potere assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questa è la morte della vera libertà.”
Nell’enciclica Giovanni Paolo II prende anche posizione riguardo il rapporto fra legge morale e civile, e sulle problematiche civili che investono il cittadino cristiano: “L’aborto e l’eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza.”
Nessun parlamentare cristiano può votare tali leggi; tuttavia veniva riconosciuta la possibilità che “quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica.”
Un certo realismo morale si ritrova anche nella trattazione della sospensione delle cure mediche di malati terminali, consentite quando “certi interventi medici non [sono] più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia.” Anche l’uso di cure antidolorifiche, che possono abbreviare la vita, può essere lecita, purché il loro scopo sia quello di alleviare la sofferenza e non l’accelerazione della morte del paziente. Novità sono introdotte riguardo la pena di morte; Giovanni Paolo II limitava il criterio di “difesa della società”, introdotto dal Catechismo del 1992 come criterio di giustificazione della pena capitale, ai casi di “assoluta necessità” e notava che “oggi, però a seguito dell’organizzazione sempre più adeguata dell’istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura inesistenti.” (Agenzia Fides)

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Fede e ragione

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II il 31 ottobre 1992, dopo avere ascoltato la relazione della Commissione pontificia sul caso Galileo, chiede un nuovo dialogo e incontro fra religione e scienza, in quanto, pur essendo due ordini diversi di conoscenza, fede e ragione non possono contraddirsi.
Il tema è ripreso dall’enciclica Fides et ratio, presentata al pubblico il 15 ottobre 1998, soli quattro giorni dopo la canonizzazione della pensatrice di origini ebree Edith Stein, poi divenuta suora carmelitane e morta nel campo di concentramento nazista di Aushwitz. Si trattava della prima grande presa di posizione pontificia sul rapporto fra fede e ragione dal documento Dei filius del Vaticano I (1869-1870) e l’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII, che aveva proposto il pensiero di S.Tommaso come modello della filosofia e teologia cattoliche. Queste le prime parole del documento: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui, perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso.”
Viene introdotta, rispetto all’impostazione e terminologia tomista, una prospettiva esistenziale; l’uomo ha delle “domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita?”.
La ricerca inizia come tentativo di rispondere a questi interrogativi. Il Papa afferma con forza, in contrasto con il relativismo, lo scetticismo e l’irrazionalismo di gran parte della filosofia del XX secolo, la capacità della ragione dell’uomo di cogliere la verità, la bellezza, l’uomo è aperto all’essere, ha la possibilità di conoscerlo. La rivelazione completa questo itinerario conoscitivo dell’uomo alla ricerca del senso della vita, con un patrimonio di conoscenza che non proviene da una speculazione, ma dall’accogliere nella fede la parola di Dio.
Ragione e fede, come anche scienza, filosofia e teologia, sono due ordini di conoscenza che non si contrappongono, ma si completano a vicenda; la fede porta a compimento l’itinerario di ricerca della ragione, la ragione aiuta ad approfondire le verità di fede; siamo di fronte ad una ragione aperta alla fede ed a una fede ragionevole: “la verità che ci proviene dalla Rivelazione è, nello stesso tempo, una verità che va compresa alla luce della ragione”.
La riflessione di Giovanni Paolo II rifiuta ogni svalutazione delle capacità della ragione umana e riduzione fideistica o razionalistica della conoscenza legata alla rivelazione; in altri termini riprende con forza l’insegnamento tradizionale della Chiesa sulla distinzione ma non separazione fra fede e ragione, ma lo arricchisce, rafforza e rinnova con l’introduzione di una prospettiva esistenziale e una poderosa fondazione biblica. (Agenzia Fides)

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La Chiesa di Cristo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - All’interno del magistero di Giovanni Paolo II è molto ricca la riflessione teologica ed ecclesiologica, il cui centro è indubbiamente la concezione cristocentrica presentata nella Redemptor hominis; la Chiesa nasce dal mistero di Cristo ed ha come unico compito, come abbiamo già sottolineato, quello di rivolgere lo sguardo dell’uomo verso il suo Redentore.
Una linea guida del pensiero di Wojtyla è la ripresa e rivisitazione del Concilio Vaticano II e la proposta di una retta interpretazione di esso, che spesso si pone in contrapposizione con le tendenze più progressiste della teologia. È questa una preoccupazione costante del pensiero del Papa anche testimoniata dal Sinodo straordinario dei vescovi, che si svolse dal 25 novembre all’8 dicembre 1985 e aveva come argomento la “commemorazione, valutazione e promozione” del Concilio Vaticano II nel XX anniversario della sua conclusione. Anche lo slancio ecumenico, in particolare verso la Chiesa ortodossa, e il grande Giubileo dell’anno 2000, meta di un cammino di conversione della Chiesa e possibile inizio di un suo rinnovamento, sono due tematiche che ricorrono continuamente nel suo magistero.
In questo sommario e sintetico accenno dei temi e delle problematiche di fondo dei documenti teologici ed ecclesiologici del Papa possiamo anche osservare come il Santo Padre rimanga sempre distante da un astratto pensiero teologico, dedicando alla meditazione della S.Scrittura un ruolo fondamentale e mettendo sempre in luce le conseguenze dei principi nella vita del singolo uomo, della Chiesa e della società. (Agenzia Fides – SEGUE)

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Le encicliche sul Padre e sullo Spirito Santo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Redemptor hominis, incentrata sul mistero della redenzione di Cristo, trovò suo compimento nella Dives in misericordia e nella Dominum et vivificantem, le due encicliche, rispettivamente sulla misericordia di Dio e lo Spirito Santo, che completano la riflessione di Giovanni Paolo II sulle Persone della Trinità. La Dives in misericordia, firmata il 30 novembre 1980, inizia con queste parole: “Dio ricco di misericordia è colui che Gesù Cristo ci ha rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l’ha manifestato e fatto conoscere.” L’amore misericordioso di Dio, cominciato già “nel mistero stesso della creazione” e continuato nell’esperienza di tradimento e perdono del popolo ebraico, viene pienamente svelato nel Figlio, Gesù Cristo, nella sua morte e resurrezione. Il figlio della parabola del “figliol prodigo” è visto come immagine dell’ “uomo di tutti i tempi”, cosciente di avere “sciupato” la sua figliolanza, di avere perso la sua dignità e la verità di sé; i beni perduti vengono restituiti dal Padre al di là di ogni giustizia in un abbraccio amoroso.
“Nella parabola del figlio prodigo non è usato neanche una sola volta il termine giustizia, così come nel testo originale, non è usato quello di misericordia; tuttavia il rapporto della giustizia con l’amore, che si manifesta come misericordia, viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l’amore si trasforma in misericordia, quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta.”
Giovanni Paolo II non si ferma ad una interpretazione dei testi biblici e a una riflessione teologica, ma presenta i risvolti sociali di questo rapporto fra amore misericordioso e giustizia.
In una società in cui l’uomo è pieno di paura e inquietudine per “il male sia fisico che morale”, che minaccia direttamente “la libertà umana, la coscienza e la religione”, la “giustizia da sola non basta” a costruire la nuova “civiltà dell’amore”; occorre permettere “a quella forza più profonda che è l’amore di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni.”
Bisognerà aspettare il 1986 per avere l’enciclica Dominum et vivificantem, una vera e propria esortazione, in vista del Giubileo del 2000, alla Chiesa occidentale, perché tenga in maggiore considerazione la terza Persona della Trinità, e al mondo, affinché accolga il dono dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo è un “dono di Cristo” e continua nella storia la Sua opera redentrice: “Tra lo Spirito Santo e Cristo sussiste, dunque, nell’economia della salvezza, un intimo legame, per il quale lo Spirito Santo opera nella storia dell’uomo come un altro consolatore, assicurando in maniera duratura la trasmissione e l’irradiazione della buona novella, rivelata da Gesù di Nazaret.”
La Sua effusione è vista come “nuova comunicazione salvifica di Dio”, un “nuovo inizio in rapporto al primo, originario inizio del donarsi salvifico di Dio, che si identifica con lo stesso mistero della creazione”.
Anche in questo caso il Santo Padre è lontano da ogni meditazione astratta e sottolinea con forza il bisogno che ha il mondo di accogliere l’opera dello Spirito, che agisce nella Chiesa, per riconoscere il proprio peccato e i “segni e segnali di morte”, come la corsa agli armamenti nucleari, l’indifferenza di fronte alla povertà, il mancato rispetto della vita, il terrorismo; per accettare il bisogno di redenzione e costruire una società più giusta.
L’enciclica, la più lunga e articolata meditazione Papale sullo Spirito Santo, assunse anche un grande significato ecumenico verso le chiese orientali, per la grande attenzione dedicata dalla teologia orientale al tema dello Spirito, e in quanto è lo Spirito Santo che “indica le vie che portano all’unione dei cristiani”, ed è anzi “la fonte suprema di questa unità”. (Agenzia Fides – SEGUE)

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GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (11)
Gli stati di vita nella Chiesa (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II a partire dal 1987 convocò tre assemblee ordinarie del Sinodo dei vescovi per mettere a tema le implicazione della riflessione ecclesiologica del Vaticano II, incentrata sul concetto di “communio”, riguardo i tre stati di vita del cristiano, laicato, sacerdozio e vita consacrata, e per richiamare alla comune vocazione alla santità cui sono chiamati tutti i battezzati.
Il Sinodo sui laici si svolse dal 1 al 30 ottobre 1987, vide la partecipazione di sessanta uditori laici, e portò alla pubblicazione, il 30 dicembre 1988, della esortazione apostolica Christifideles laici, che raccoglieva le conclusioni dei lavori sinodali.
Ogni cristiano con il battesimo è chiamato ad una vita di santità, e per i laici la vocazione alla santità è “intimamente connessa con la missione”. La responsabilità missionaria dei laici si realizza nel mondo, continuano nel mondo l’opera redentrice di Cristo; la santificazione del mondo, inteso come società, cultura, lavoro è “l’ambito e il mezzo della vocazione cristiana dei fedeli laici”.
Giovanni Paolo II sottolinea sia il pericolo del clericalismo, che riduce la missione dei laici a una brutta copia di quella del clero, negandone la specificità, sia la tentazione che il laicato viva il suo “essere Chiesa” solo durante le celebrazioni della domenica mattina e non in ogni momento e luogo della loro vita, come dimensione, che, in forza del battesimo, dà forma a tutta l’esistenza.
I laici, nella prospettiva di Giovanni Paolo II, sono dunque parte integrante della Chiesa e vivono la missione e la comune vocazione alla santità secondo una specifica modalità.
Sempre sul tema del laicato nella Familiaris consortio, l’esortazione apostolica datata 22 novembre 1981 e frutto del Sinodo dei vescovi che si tenne a Roma nell’autunno del 1980, sul tema “la famiglia cristiana”, il Papa presenta i fondamenti teologici e sacramentali del matrimonio e della famiglia, definita “uno dei beni più preziosi dell’umanità”. Il matrimonio è descritto come espressione dell’amore intratritrinitario di Dio; largo spazio nel documento è anche dedicato ai compiti delle famiglie cristiane all’interno della società contemporanea.
Il Sinodo dei vescovi sulla formazione dei sacerdoti si tenne da 1 al 28 ottobre 1990 e fu completato il 25 marzo 1992 con la pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale Pastores dabo vobis.
La figura del sacerdote e della sua missione all’interno della Chiesa trova la sua fonte e origine nella persona e missione di Gesù Cristo: “I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l’Eucarestia, ne esercitano l’amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che raccolgono nell’unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito. In una parola, i presbiteri esistono ed agiscono per l’annuncio del Vangelo al mondo e per l’edificazione della Chiesa in nome di Cristo Capo e Pastore.”
Riguardo la formazione al sacerdozio si afferma che questa trova il suo fondamento in una piena formazione umana; per essere sacerdoti occorre in primo luogo essere pienamente uomini, maturi secondo tutte le diverse dimensioni della persona. (Agenzia Fides – SEGUE)

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GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (12)
Gli stati di vita nella Chiesa (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Si sottolinea l’importanza di una approfondita formazione culturale in filosofia e teologia, per rendere il Vangelo “credibile di fronte alle legittime esigenze della ragione umana”, all’interno di un mondo che, in molti paesi, ha raggiunto un alto livello di istruzione. L’immagine di seminario proposta da Giovanni Paolo II è quella di una “comunità educativa in cammino”, la “continuazione nella Chiesa della comunità apostolica stretta intorno a Gesù”, che prima di mandare i suoi a predicare e guarire li vuole vicini a sé, li invita a “stare con lui”.
La riflessione sul sacerdozio è completata dalla lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, pubblicata il 29 maggio 1994; con questa lettera Giovanni Paolo II, riprendendo la dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede Inter insigniores dell’ottobre 1976, affermava in modo chiaro e definitivo l’impossibilità del sacerdozio femminile.
L’esortazione postsinodale Vita Consecrata del 25 marzo 1996, conclude e completa invece i lavori del Sinodo dei vescovi dell’ottobre 1995 dedicato al tema “la vita consacrata e la sua funzione nella Chiesa e nel mondo”. Il documento non si sofferma sulle problematiche che investivano gli ordini religiosi, in particolare la crisi vocazionale in Europa e nell’America settentrionale, che avevano caratterizzato invece i lavori dell’assemblea, ma ribadisce con forza la natura e l’essenza della vita consacrata.
La vita religiosa, il cui valore è sempre stato riconosciuto dalla Chiesa, è definita “cuore stesso della Chiesa” e “dono di Dio Padre alla sua Chiesa per mezzo dello Spirito”.
La vita spirituale degli uomini e delle donne che consacrano la loro vita a Dio e al Suo servizio trova la sua fonte nell’ “amore per la bellezza divina”; sono persone che attraverso il proprio ritiro dal mondo dedicano la loro vita alla contemplazione e alla proclamazione della bellezza divina. L’immagine testamentaria, usata dal Santo Padre, è quella della trasfigurazione sul monte Tabor, nella quale Pietro, Giacomo e Giovanni contemplano il volto radioso e trasfigurato di Cristo.
I voti acquistano particolare significato di testimonianza nel mondo contemporaneo: il voto di obbedienza mostra, contro tutta la cultura dominante, come libertà ed obbedienza si completino a vicenda; quello di povertà nega l’odierna “idolatria del Creato”; il voto di castità infine sfida l’edonismo e testimonia la “potenza dell’amore di Dio nella fragilità della condizione umana”, in quanto “la persona consacrata attesta che quanto è creduto impossibile dai più diventa, con la grazia del Signore Gesù, possibile e autenticamente liberante.”
Ricca è anche la riflessione di Giovanni Paolo II sulla figura e la missione del vescovo; possiamo, a questo proposito, ricordare la lettera apostolica Apostolos tuos del luglio 1988, che definiva i limiti dell’autorità delle conferenze episcopali, un’innovazione introdotta con il Concilio, e soprattutto il Sinodo ordinario dei vescovi dell’ottobre 2001 sul tema “il vescovo: servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo”, che ebbe come documento conclusivo l’esortazione apostolica Pastores gregis, pubblicata il 16 ottobre 2003. (Agenzia Fides – SEGUE)

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Catechesi e vita sacramentale
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II firma la sua prima esortazione apostolica Catechesi tradendae, il giorno del primo anniversario della sua elezione al pontificato, il 16 ottobre 1979. La catechesi, uno dei fondamentali doveri” della Chiesa” ed “esperienza antica” quanto la Chiesa stessa, nasce dal volere di Gesù Cristo, come sua ultima consegna agli apostoli, prima di salire al Padre. Gesù Cristo, nostro “unico maestro” è non solo origine della catechesi, ma anche suo contenuto: “Si vuole sottolineare, innanzitutto, che al centro stesso della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazareth, …. L’oggetto essenziale e primordiale della catechesi è- per usare un’espressione cara a S.Paolo, come pure alla teologia contemporanea- il mistero del Cristo. Catechizzare è, in un certo modo, condurre qualcuno a scrutare questo mistero in tutte le sue dimensioni: …. È, dunque, svelare nella persona di Cristo l’intero disegno eterno di Dio, che in essa si compie. È cercare di comprendere il significato dei gesti e delle parole di Cristo, dei segni da Lui operati, poiché essi ad un tempo nascondono e rivelano il suo mistero. In questo senso, lo scopo definitivo della catechesi è di mettere qualcuno non solo in contatto, ma in comunione, in intimità con Gesù Cristo: Egli solo può condurre all’amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della Santa Trinità.”
Ritroviamo un forte accento cristologico anche nella lettera apostolica Dominicae cena del febbraio 1980 sul “mistero e culto dell’eucarestia”, che nella Redemptor hominis era stata definita il “centro e vertice della vita sacramentale”; il culto eucaristico, che “ci rende Cristo sacralmente presente”, è visto e meditato in questo documento in stretta relazione con la vita del sacredoti e della Chiesa. Al sacramento dell’eucarestia è anche dedicata l’ultima enciclica di Giovanni Paolo II, Ecclesia de eucharistia, del 17 aprile 2003; inizia con queste parole: “La Chiesa vive dell’eucarestia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa.”
Nell’enciclica si trovano importanti considerazioni sul rapporto fra eucarestia e problematica ecumenica, con l’affermazione della necessità della piena comunione “nei vincoli della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico” per la concelebrazione, e sul decoro e la dignità della celebrazione eucaristica.
Nell’ottobre del 1983 si svolse il Sinodo dei vescovi che aveva come tema “la riconciliazione e penitenza nella missione della Chiesa”; del dicembre del 1984 è l’esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia, che raccoglie le conclusioni del Sinodo. Intanto però Giovanni Paolo II, nel dicembre del 1983, aveva dato personalmente una testimonianza di riconciliazione facendo visita in carcere ad Mehmet Alì Agca, l’uomo che gli aveva sparato il 13 maggio 1981 in Piazza S.Pietro.
Ponendosi in contrapposizione rispetto ad una visione esclusivamente positiva della natura umana, il documento afferma che un vero umanesimo deve riconoscere che il peccato è “parte integrante della verità sull’uomo”, in quanto la persona è libera e compie atti morali; la riconciliazione inizia con la croce di Cristo e sua espressione è la confessione individuale, che, contro la pratica sempre più diffusa delle “confessioni e assoluzioni generali”, è definita “diritto inviolabile e inalienabile”. (Agenzia Fides – SEGUE)

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GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (14)
La missione (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Con la lettera apostolica Egregiae virtutis, del 31 dicembre 1980, Giovanni Paolo II aveva proclamato compatroni di Europa Cirillo e Metodio, i due fratelli di Tessalonica che nell’IX secolo, con una missione approvata sia dal vescovo di Roma, sia dal patriarca di Costantinopoli, evangelizzarono la Moravia, dando inizio alla conversione dei popoli slavi. Con questa lettera il Papa proponeva la visione di un’Europa cristiana che travalicava la “cortina di ferro” e comprendeva gli stessi paesi slavi dell’est comunista. Il 2 giugno 1985 una intera epistola enciclica è dedicata ai due missionari; la Slavorum apostoli, che affronta il tema della cattolicità della Chiesa, della problematica missionaria dell’inculturazione e del rapporto fra cultura e Vangelo.
Partendo dal metodo missionario di Cirillo e Metodio, che usarono la lingua natia, slava, nella liturgia e non il latino, inventando, per questo l’alfabeto cirillico, Giovanni Paolo II sottolinea come la Chiesa di Cristo sia cattolica proprio in quanto capace di valorizzare la cultura dei diversi popoli e “completarla con la luce della rivelazione”: “L’evangelo non porta all’impoverimento o allo spegnimento di ciò che ogni uomo, popolo e nazione, ogni cultura durante la storia riconoscono e attuano come bene, verità e bellezza. Piuttosto, esso spinge ad assimilare e a sviluppare tutti questi valori: a viverli con magnanimità e gioia e completarli con la misteriosa e esaltante luce della Rivelazione.”
La Slavorum apostoli assumeva un forte significato ecumenico verso la Chiesa orientale e politico di critica verso i regimi comunisti –solo il 19 ottobre 1984 era stato assassinato in Polonia padre Jerzy Popieluszko- in quanto, con la celebrazione della conversione dei popoli Slavi, ricordava le comuni radici cristiane dell’Europa e la sua fondamentale unità culturale. (Agenzia Fides – SEGUE)

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La missione (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - All’inizio del 1988 presso la Pontificia Università Urbaniana si tenne un congresso internazionale dal titolo “La salvezza oggi”, durante il quale, confrontandosi con un clima culturale e intellettuale che si andava affermando all’interno della Chiesa cattolica, che, partendo da una falsa interpretazione del Concilio Vaticano II, perdeva di vista la vera natura della missione cristiana, il cardinale Jozef Tomko, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, si poneva le seguenti domande: che senso aveva pregare Gesù Cristo se egli non era il Redentore del mondo, la salvezza degli uomini? Perché dare la propria vita per l’annuncio del Vangelo, se questo era solo una delle molteplici forme assunte dalla rivelazione divina? Come instaurare un vero dialogo con le altre religioni, se i cristiani non erano certi della loro stessa fede? Cosa serviva la Chiesa se l’evangelizzazione era ridotta a promozione della giustizia sociale?
In questo quadro e per rispondere a tali domande nasce la Redemptoris missio, la grande enciclica sulla “permanente validità del mandato missionario” della Chiesa, cui Giovanni Paolo II appose la firma il 7 dicembre 1990.
La Chiesa è “missionaria per sua natura, poiché il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente e esteriore, ma raggiunge il cuore stesso della Chiesa”. Compito della Chiesa è dirigere lo sguardo, la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo. Lui è l’unico salvatore e non è possibile “introdurre una qualsiasi separazione tra il Verbo e Gesù Cristo”, in modo tale che il secondo appaia una manifestazione fra tante della Parola di Dio: “Gesù è il Verbo incarnato, persona una e indivisibile. Non si può separare Gesù da Cristo, né parlare di un Gesù della storia, che sarebbe diverso dal Cristo della fede. La Chiesa conosce e confessa Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente: Cristo non è altro che Gesù di Nazaret, e questi è il Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti.”
La salvezza, cui tutti sono chiamati, è solo in Cristo, ma Giovanni Paolo II afferma, seguendo l’insegnamento del Vaticano II, che coloro che “non hanno la possibilità di conoscere o di accettare la rivelazione del Vangelo, di entrare nella Chiesa” possono accedere alla salvezza “in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito Santo.”
La missione della Chiesa si rivolge all’uomo nel pieno rispetto della sua libertà: “La Chiesa propone, non impone nulla: rispetta le persone e le culture, e si ferma davanti al sacrario della coscienza.”
L’inculturazione, la traduzione dei valori cristiani nel linguaggio di una diversa cultura, è processo lungo, faticoso, ma necessario, che trova il suo fondamento nel metodo dell’incarnazione scelto da Dio; deve rispettare due principi: “la compatibilità con l’ evangelo e la comunione con la Chiesa universale. Certo la giustizia sociale è un fine della missione ecclesiale, ma deve essere perseguito attraverso l’educazione e la formazione delle coscienze delle persone per mezzo dell’annuncio di Cristo, “risvegliando le coscienze con l’evangelo”, e non operando “direttamente sul piano economico o tecnico o politico” o dando “un contributo materiale allo sviluppo”.
Nel documento il Papa indica tre grandi campi di missione “ad gentes” ancora bisognosi di essere dissodati: zone in Africa, America latina, Oceania, e in particolare in Asia, ancora non evangelizzate; i “mondi e i fenomeni sociali nuovi”, come le immense megalopoli nei paesi in via di sviluppo e i giovani, i profughi, gli immigrati nelle società tradizionalmente cristiane; i “moderni areopaghi”, identificati nei mass media, le associazioni per i diritti umani, la tutela dell’infanzia e della donna, il movimento ecologista , il mondo della scienza e le istituzioni giuridiche e politiche internazionali.
Giovanni Paolo II durante il suo pontificato non formulò solamente una dottrina della missione “ad gentes”, ma si impegnò in prima persona, come testimoniano i suoi numerosi viaggi apostolici in terre lontane e le “Assemblee speciali del Sinodo dei vescovi” per l’Africa, l’Asia, l’Oceania e per il Libano, terra martoriata dalla guerra. (Agenzia Fides – SEGUE)


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GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (16)
Ecumenismo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Dopo anni di attività e dialogo inter-religioso, culminati nell’incontro di preghiera per la pace di Assisi del 1986, Giovanni Paolo II dedica all’impegno ecumenico la sua dodicesima enciclica, Ut unum sint, che reca la data del 25 maggio 1995. Il documento si apre con l’appello “siano una sola cosa”, che “il Concilio Vaticano II ha riproposto con così appassionato impegno” e si presenta come una rilettura dei documenti conciliari su questo tema.
Il cammino ecumenico verso l’unità delle chiese cristiane è concepito come cammino di “conversione del cuore”, la cui “anima” è la preghiera; non c’è vero ecumenismo senza conversione del cuore. Il vero dialogo ecumenico “ha il carattere di una comune ricerca della verità, in particolare sulla Chiesa”; nasce dalla preghiera ed ha questa come suo frutto, adempie “contemporaneamente alla funzione di un esame di coscienza.”
L’unità, che si può realizzare solo “nella comune adesione all’integrità del contenuto della fede rivelata”, esiste già come dono fatto da Cristo alla sua Chiesa; l’impegno ecumenico consiste nell’esprimere tale unità teologicamente e attraverso una adeguata forma ecclesiastica nella legittima diversità.
Giovanni Paolo II rivolgeva grande attenzione alla Chiesa ortodosse d’oriente, definite “chiese sorelle”, unite a Roma nella comunione fondata sul battesimo, la successione apostolica, il sacerdozio e l’eucarestia. Il modello per vivere tale comunione viene individuato nell’esperienza di unità del primo millennio: “In questa prospettiva, la Chiesa cattolica null’altro vuole se non la piena comunione tra Oriente e Occidente. In ciò si ispira all’esperienza del primo millennio”
Oriente e occidente sono portatori di tradizioni, culture, patrimoni spirituali, che seppure diversi, provengono da una stessa origine e si completano a vicenda; sono “i due polmoni” con i quali la Chiesa di Cristo deve riprendere a respirare. Vengono qui ripresi i temi della Orientale lumen, la lettera apostolica pubblicata solo tre settimane prima, dove si rendeva omaggio all’eredità culturale e liturgica della cristianità orientale, patrimonio della Chiesa intera.
Nella Ut unum sint sono anche ricordati i risultati conseguito a partire dal Vaticano II dal dialogo con le chiese riformate, con le quali comunque rimanevano aperti importanti questioni teologiche: il rapporto fra S.Scrittura e tradizione, la natura dell’eucarestia, il ministero sacerdotale, l’autorità dottrinale della Chiesa, Maria come immagine della Chiesa.
Troviamo una nuova grande apertura nell’invito rivolto dal Papa ai cristiani ortodossi e riformati perché lo aiutassero nella riflessione su una nuova modalità di esercizio del primato di Pietro, definito “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità”, che nel corso della storia per gli errori e i peccati degli uomini, per i quali Giovanni Paolo II, seguendo Paolo VI, implora “perdono” è divenuto motivo e simbolo di divisione. “Quale vescovo di Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente lettera enciclica, che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova.” (Agenzia Fides – SEGUE)

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GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (17)
Maria, Madre della Chiesa (1)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - A testimonianza della grande devozione di Giovanni Paolo II per la figura della Madre di Gesù, tipica di tutto il popolo polacco raccolto intorno al santuario di Czestochowa, la Redemptor hominis si concludeva proprio con il pensiero rivolto a Maria, cui si deve rivolgere la preghiera dell’uomo per essere introdotto nel mistero di Gesù Cristo.
Nel 1987 il Papa dedicherà a Maria la sua sesta enciclica, Redemptoris Mater. Nell’avvicinarsi dell’anno 2000 il Papa sente il bisogno di rivolgere lo sguardo verso Maria Madre di Gesù e Madre della Chiesa, che occupa un “preciso posto nel piano della salvezza”, in quanto unisce i due grandi momenti dell’azione dello Spirito Santo nella storia salvifica, il concepimento di Gesù e la discesa dello Spirito durante la Pentecoste. La Chiesa deve guardare a sua Madre, che è “al centro della Chiesa in cammino”, per la sua conversione e unità, in vista di fine millennio; qui trova la sua ragione ultima la proclamazione dell’anno mariano, iniziato proprio nel giugno 1987.
Giovanni Paolo II affronta anche il tema dell’importanza di Maria per le donne; la superiorità della “Chiesa mariana” del discepolato rispetto alla “Chiesa petrina” del ministero sottolinea la fondamentale uguaglianza di tutti i cristiani nel battesimo, fra uomini e donne, laici e religiosi, che precede qualsiasi distinzione di funzione; inoltre Maria è un modello “che getta luce sulla donna in quanto tale”, che “che trova in lei il segreto per vivere degnamente la sua femminilità e attuare la sua vera promozione”.
Questa tematica è ripresa nella Mulieris dignitatem, la lettera apostolica del 15 agosto 1988, che chiude l’anno mariano; è una meditazione fondata teologicamente e biblicamente sulla dignità della donna; il mancato rispetto della donna e la distorsione del rapporto uomo-donna nascono, non principalmente da un fattore culturale, ma dal peccato, che rompe la comunione di persone voluta da Dio e fondamento dell’uguaglianza di uomini e donne, fatti a Sua immagine. Uguaglianza, che comunque secondo il Papa, non elimina la differenza vocazionale. La vocazione femminile vive di due “dimensioni particolari nella realizzazione della personalità femminile”: maternità e verginità, che trovano una sintesi nella figura di Maria.
Quattro anni più tardi con la lettera apostolica del 16 ottobre 2002, Rosarium virginis Mariae, il Santo Padre introdurrà i “misteri luminosi” all’interno della preghiera del rosario alla Santa Vergine, cambiando una tradizione secolare e affermando un più stretto legame fra culto di Maria e centralità di Gesù Cristo. (Agenzia Fides – SEGUE)

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GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (18)
La Chiesa in cammino verso il Terzo Millennio
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il 14 novembre 1994 viene pubblicata la lettera apostolica Terzo millennio adveniente, sul grande Giubileo del 2000, un tema definito “chiave ermeneutica” dell’intero pontificato e da sempre presente nel magistero di Giovanni Paolo II fin dalla prima sua enciclica Redemptor hominis, dove il periodo che avrebbe condotto al 2000 era definito “nuovo avvento”.
Il grande significato dell’anno 2000 si fonda nel fatto di essere il bimillenario dell’incarnazione, il momento in cui Dio ha risposto alla ricerca del divino da parte dell’uomo, mandando suo Figlio, per permettere agli uomini di “vivere della pienezza della vita in Dio”. Cristo ha rivelato l’uomo a se stesso, la verità dell’essere umano; per questo l’anno 2000 segna anche il bimillenario della nascita di un nuovo umanesimo.
Con l’incarnazione, scrive il Santo Padre, “l’eternità è entrata nel tempo”, è stata rivelata la verità del tempo, il Figlio di Dio, entrando nel mondo, ha elevato il tempo, facendolo entrare nella vita stessa di Dio; nasce dunque il dovere di santificare il tempo e il Giubileo trae proprio da questo concetto la sua origine. La preparazione per la fine del millennio è vista come cammino di conversione e preghiera per la Chiesa, in vista di una nuova primavera di vita cristiana.
Nel gennaio del 2001, mentre si chiudeva il grande Giubileo, Giovanni Paolo II firmava la lettera apostolica Novo millennio ineunte, in cui, per così dire, faceva un bilancio dell’anno giubilare e delineava il compito della Chiesa per il futuro. L’eredità del Giubileo era vista nell’incontro con Cristo e nella contemplazione del Suo volto e il compito dei cristiani nel comunicare Cristo agli uomini, che “chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in un certo senso, di farlo loro vedere.”